mercoledì 24 dicembre 2008

trova il tempo...

Trova il tempo di pensareTrova il tempo di pregareTrova il tempo di ridereÈ la fonte del potereÈ il più grande potere sulla TerraÈ la musica dell’anima.
Trova il tempo per giocareTrova il tempo per amare ed essere amatoTrova il tempo di dareÈ il segreto dell’eterna giovinezzaÈ il privilegio dato da DioLa giornata è troppo corta per essere egoisti.
Trova il tempo di leggereTrova il tempo di essere amicoTrova il tempo di lavorareE’ la fonte della saggezzaE’ la strada della felicitàE’ il prezzo del successo.
Trova il tempo di fare la caritàE’ la chiave del Paradiso.
Madre Teresa di Calcutta

giovedì 18 dicembre 2008

Corriere della Sera

Corriere della Sera

sabato 13 dicembre 2008

la pace, dono prezioso per l'uomo

MESSAGGIO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVIPER LA CELEBRAZIONE DELLA GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO 2009

COMBATTERE LA POVERTÀ, COSTRUIRE LA PACE

1. Anche all'inizio di questo nuovo anno desidero far giungere a tutti il mio augurio di pace ed invitare, con questo mio Messaggio, a riflettere sul tema: Combattere la povertà, costruire la pace. Già il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 1993, aveva sottolineato le ripercussioni negative che la situazione di povertà di intere popolazioni finisce per avere sulla pace. Di fatto, la povertà risulta sovente tra i fattori che favoriscono o aggravano i conflitti, anche armati. A loro volta, questi ultimi alimentano tragiche situazioni di povertà. « S'afferma... e diventa sempre più grave nel mondo – scriveva Giovanni Paolo II – un'altra seria minaccia per la pace: molte persone, anzi, intere popolazioni vivono oggi in condizioni di estrema povertà. La disparità tra ricchi e poveri s'è fatta più evidente, anche nelle nazioni economicamente più sviluppate. Si tratta di un problema che s'impone alla coscienza dell'umanità, giacché le condizioni in cui versa un gran numero di persone sono tali da offenderne la nativa dignità e da compromettere, conseguentemente, l'autentico ed armonico progresso della comunità mondiale » [1].
2. In questo contesto, combattere la povertà implica un'attenta considerazione del complesso fenomeno della globalizzazione. Tale considerazione è importante già dal punto di vista metodologico, perché suggerisce di utilizzare il frutto delle ricerche condotte dagli economisti e sociologi su tanti aspetti della povertà. Il richiamo alla globalizzazione dovrebbe, però, rivestire anche un significato spirituale e morale, sollecitando a guardare ai poveri nella consapevole prospettiva di essere tutti partecipi di un unico progetto divino, quello della vocazione a costituire un'unica famiglia in cui tutti – individui, popoli e nazioni – regolino i loro comportamenti improntandoli ai principi di fraternità e di responsabilità.
In tale prospettiva occorre avere, della povertà, una visione ampia ed articolata. Se la povertà fosse solo materiale, le scienze sociali che ci aiutano a misurare i fenomeni sulla base di dati di tipo soprattutto quantitativo, sarebbero sufficienti ad illuminarne le principali caratteristiche. Sappiamo, però, che esistono povertà immateriali, che non sono diretta e automatica conseguenza di carenze materiali. Ad esempio, nelle società ricche e progredite esistono fenomeni di emarginazione, povertà relazionale, morale e spirituale: si tratta di persone interiormente disorientate, che vivono diverse forme di disagio nonostante il benessere economico. Penso, da una parte, a quello che viene chiamato il « sottosviluppo morale » [2] e, dall'altra, alle conseguenze negative del « supersviluppo » [3]. Non dimentico poi che, nelle società cosiddette « povere », la crescita economica è spesso frenata da impedimenti culturali, che non consentono un adeguato utilizzo delle risorse. Resta comunque vero che ogni forma di povertà imposta ha alla propria radice il mancato rispetto della trascendente dignità della persona umana. Quando l'uomo non viene considerato nell'integralità della sua vocazione e non si rispettano le esigenze di una vera « ecologia umana » [4], si scatenano anche le dinamiche perverse della povertà, com'è evidente in alcuni ambiti sui quali soffermerò brevemente la mia attenzione.
Povertà e implicazioni morali
3. La povertà viene spesso correlata, come a propria causa, allo sviluppo demografico. In conseguenza di ciò, sono in atto campagne di riduzione delle nascite, condotte a livello internazionale, anche con metodi non rispettosi né della dignità della donna né del diritto dei coniugi a scegliere responsabilmente il numero dei figli [5] e spesso, cosa anche più grave, non rispettosi neppure del diritto alla vita. Lo sterminio di milioni di bambini non nati, in nome della lotta alla povertà, costituisce in realtà l'eliminazione dei più poveri tra gli esseri umani. A fronte di ciò resta il fatto che, nel 1981, circa il 40% della popolazione mondiale era al di sotto della linea di povertà assoluta, mentre oggi tale percentuale è sostanzialmente dimezzata, e sono uscite dalla povertà popolazioni caratterizzate, peraltro, da un notevole incremento demografico. Il dato ora rilevato pone in evidenza che le risorse per risolvere il problema della povertà ci sarebbero, anche in presenza di una crescita della popolazione. Né va dimenticato che, dalla fine della seconda guerra mondiale ad oggi, la popolazione sulla terra è cresciuta di quattro miliardi e, in larga misura, tale fenomeno riguarda Paesi che di recente si sono affacciati sulla scena internazionale come nuove potenze economiche e hanno conosciuto un rapido sviluppo proprio grazie all'elevato numero dei loro abitanti. Inoltre, tra le Nazioni maggiormente sviluppate quelle con gli indici di natalità maggiori godono di migliori potenzialità di sviluppo. In altri termini, la popolazione sta confermandosi come una ricchezza e non come un fattore di povertà.
4. Un altro ambito di preoccupazione sono le malattie pandemiche quali, ad esempio, la malaria, la tubercolosi e l'AIDS, che, nella misura in cui colpiscono i settori produttivi della popolazione, influiscono grandemente sul peggioramento delle condizioni generali del Paese. I tentativi di frenare le conseguenze di queste malattie sulla popolazione non sempre raggiungono risultati significativi. Capita, inoltre, che i Paesi vittime di alcune di tali pandemie, per farvi fronte, debbano subire i ricatti di chi condiziona gli aiuti economici all'attuazione di politiche contrarie alla vita. È soprattutto difficile combattere l'AIDS, drammatica causa di povertà, se non si affrontano le problematiche morali con cui la diffusione del virus è collegata. Occorre innanzitutto farsi carico di campagne che educhino specialmente i giovani a una sessualità pienamente rispondente alla dignità della persona; iniziative poste in atto in tal senso hanno gia dato frutti significativi, facendo diminuire la diffusione dell'AIDS. Occorre poi mettere a disposizione anche dei popoli poveri le medicine e le cure necessarie; ciò suppone una decisa promozione della ricerca medica e delle innovazioni terapeutiche nonché, quando sia necessario, un'applicazione flessibile delle regole internazionali di protezione della proprietà intellettuale, così da garantire a tutti le cure sanitarie di base.
5. Un terzo ambito, oggetto di attenzione nei programmi di lotta alla povertà e che ne mostra l'intrinseca dimensione morale, è la povertà dei bambini. Quando la povertà colpisce una famiglia, i bambini ne risultano le vittime più vulnerabili: quasi la metà di coloro che vivono in povertà assoluta oggi è rappresentata da bambini. Considerare la povertà ponendosi dalla parte dei bambini induce a ritenere prioritari quegli obiettivi che li interessano più direttamente come, ad esempio, la cura delle madri, l'impegno educativo, l'accesso ai vaccini, alle cure mediche e all'acqua potabile, la salvaguardia dell'ambiente e, soprattutto, l'impegno a difesa della famiglia e della stabilità delle relazioni al suo interno. Quando la famiglia si indebolisce i danni ricadono inevitabilmente sui bambini. Ove non è tutelata la dignità della donna e della mamma, a risentirne sono ancora principalmente i figli.
6. Un quarto ambito che, dal punto di vista morale, merita particolare attenzione è la relazione esistente tra disarmo e sviluppo. Suscita preoccupazione l'attuale livello globale di spesa militare. Come ho già avuto modo di sottolineare, capita che « le ingenti risorse materiali e umane impiegate per le spese militari e per gli armamenti vengono di fatto distolte dai progetti di sviluppo dei popoli, specialmente di quelli più poveri e bisognosi di aiuto. E questo va contro quanto afferma la stessa Carta delle Nazioni Unite, che impegna la comunità internazionale, e gli Stati in particolare, a “promuovere lo stabilimento ed il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale col minimo dispendio delle risorse umane ed economiche mondiali per gli armamenti” (art. 26) » [6].
Questo stato di cose non facilita, anzi ostacola seriamente il raggiungimento dei grandi obiettivi di sviluppo della comunità internazionale. Inoltre, un eccessivo accrescimento della spesa militare rischia di accelerare una corsa agli armamenti che provoca sacche di sottosviluppo e di disperazione, trasformandosi così paradossalmente in fattore di instabilità, di tensione e di conflitti. Come ha sapientemente affermato il mio venerato Predecessore Paolo VI, « lo sviluppo è il nuovo nome della pace » [7]. Gli Stati sono pertanto chiamati ad una seria riflessione sulle più profonde ragioni dei conflitti, spesso accesi dall'ingiustizia, e a provvedervi con una coraggiosa autocritica. Se si giungerà ad un miglioramento dei rapporti, ciò dovrebbe consentire una riduzione delle spese per gli armamenti. Le risorse risparmiate potranno essere destinate a progetti di sviluppo delle persone e dei popoli più poveri e bisognosi: l'impegno profuso in tal senso è un impegno per la pace all'interno della famiglia umana.
7. Un quinto ambito relativo alla lotta alla povertà materiale riguarda l'attuale crisi alimentare, che mette a repentaglio il soddisfacimento dei bisogni di base. Tale crisi è caratterizzata non tanto da insufficienza di cibo, quanto da difficoltà di accesso ad esso e da fenomeni speculativi e quindi da carenza di un assetto di istituzioni politiche ed economiche in grado di fronteggiare le necessità e le emergenze. La malnutrizione può anche provocare gravi danni psicofisici alle popolazioni, privando molte persone delle energie necessarie per uscire, senza speciali aiuti, dalla loro situazione di povertà. E questo contribuisce ad allargare la forbice delle disuguaglianze, provocando reazioni che rischiano di diventare violente. I dati sull'andamento della povertà relativa negli ultimi decenni indicano tutti un aumento del divario tra ricchi e poveri. Cause principali di tale fenomeno sono senza dubbio, da una parte, il cambiamento tecnologico, i cui benefici si concentrano nella fascia più alta della distribuzione del reddito e, dall'altra, la dinamica dei prezzi dei prodotti industriali, che crescono molto più velocemente dei prezzi dei prodotti agricoli e delle materie prime in possesso dei Paesi più poveri. Capita così che la maggior parte della popolazione dei Paesi più poveri soffra di una doppia marginalizzazione, in termini sia di redditi più bassi sia di prezzi più alti.
Lotta alla povertà e solidarietà globale
8. Una delle strade maestre per costruire la pace è una globalizzazione finalizzata agli interessi della grande famiglia umana [8]. Per governare la globalizzazione occorre però una forte solidarietà globale [9] tra Paesi ricchi e Paesi poveri, nonché all'interno dei singoli Paesi, anche se ricchi. È necessario un « codice etico comune » [10], le cui norme non abbiano solo un carattere convenzionale, ma siano radicate nella legge naturale inscritta dal Creatore nella coscienza di ogni essere umano (cfr Rm 2,14-15). Non avverte forse ciascuno di noi nell'intimo della coscienza l'appello a recare il proprio contributo al bene comune e alla pace sociale? La globalizzazione elimina certe barriere, ma ciò non significa che non ne possa costruire di nuove; avvicina i popoli, ma la vicinanza spaziale e temporale non crea di per sé le condizioni per una vera comunione e un'autentica pace. La marginalizzazione dei poveri del pianeta può trovare validi strumenti di riscatto nella globalizzazione solo se ogni uomo si sentirà personalmente ferito dalle ingiustizie esistenti nel mondo e dalle violazioni dei diritti umani ad esse connesse. La Chiesa, che è « segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano », [11] continuerà ad offrire il suo contributo affinché siano superate le ingiustizie e le incomprensioni e si giunga a costruire un mondo più pacifico e solidale.
9. Nel campo del commercio internazionale e delle transazioni finanziarie, sono oggi in atto processi che permettono di integrare positivamente le economie, contribuendo al miglioramento delle condizioni generali; ma ci sono anche processi di senso opposto, che dividono e marginalizzano i popoli, creando pericolose premesse per guerre e conflitti. Nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale, il commercio internazionale di beni e di servizi è cresciuto in modo straordinariamente rapido, con un dinamismo senza precedenti nella storia. Gran parte del commercio mondiale ha interessato i Paesi di antica industrializzazione, con la significativa aggiunta di molti Paesi emergenti, diventati rilevanti. Ci sono però altri Paesi a basso reddito, che risultano ancora gravemente marginalizzati rispetto ai flussi commerciali. La loro crescita ha risentito negativamente del rapido declino, registrato negli ultimi decenni, dei prezzi dei prodotti primari, che costituiscono la quasi totalità delle loro esportazioni. In questi Paesi, per la gran parte africani, la dipendenza dalle esportazioni di prodotti primari continua a costituire un potente fattore di rischio. Vorrei qui rinnovare un appello perché tutti i Paesi abbiano le stesse possibilità di accesso al mercato mondiale, evitando esclusioni e marginalizzazioni.
10. Una riflessione simile può essere fatta per la finanza, che concerne uno degli aspetti primari del fenomeno della globalizzazione, grazie allo sviluppo dell'elettronica e alle politiche di liberalizzazione dei flussi di denaro tra i diversi Paesi. La funzione oggettivamente più importante della finanza, quella cioè di sostenere nel lungo termine la possibilità di investimenti e quindi di sviluppo, si dimostra oggi quanto mai fragile: essa subisce i contraccolpi negativi di un sistema di scambi finanziari – a livello nazionale e globale - basati su una logica di brevissimo termine, che persegue l'incremento del valore delle attività finanziarie e si concentra nella gestione tecnica delle diverse forme di rischio. Anche la recente crisi dimostra come l'attività finanziaria sia a volte guidata da logiche puramente autoreferenziali e prive della considerazione, a lungo termine, del bene comune. L'appiattimento degli obiettivi degli operatori finanziari globali sul brevissimo termine riduce la capacità della finanza di svolgere la sua funzione di ponte tra il presente e il futuro, a sostegno della creazione di nuove opportunità di produzione e di lavoro nel lungo periodo. Una finanza appiattita sul breve e brevissimo termine diviene pericolosa per tutti, anche per chi riesce a beneficiarne durante le fasi di euforia finanziaria [12].
11. Da tutto ciò emerge che la lotta alla povertà richiede una cooperazione sia sul piano economico che su quello giuridico che permetta alla comunità internazionale e in particolare ai Paesi poveri di individuare ed attuare soluzioni coordinate per affrontare i suddetti problemi realizzando un efficace quadro giuridico per l'economia. Richiede inoltre incentivi alla creazione di istituzioni efficienti e partecipate, come pure sostegni per lottare contro la criminalità e per promuovere una cultura della legalità. D'altra parte, non si può negare che le politiche marcatamente assistenzialiste siano all'origine di molti fallimenti nell'aiuto ai Paesi poveri. Investire nella formazione delle persone e sviluppare in modo integrato una specifica cultura dell'iniziativa sembra attualmente il vero progetto a medio e lungo termine. Se le attività economiche hanno bisogno, per svilupparsi, di un contesto favorevole, ciò non significa che l'attenzione debba essere distolta dai problemi del reddito. Sebbene si sia opportunamente sottolineato che l'aumento del reddito pro capite non può costituire in assoluto il fine dell'azione politico-economica, non si deve però dimenticare che esso rappresenta uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo della lotta alla fame e alla povertà assoluta. Da questo punto di vista va sgomberato il campo dall'illusione che una politica di pura ridistribuzione della ricchezza esistente possa risolvere il problema in maniera definitiva. In un'economia moderna, infatti, il valore della ricchezza dipende in misura determinante dalla capacità di creare reddito presente e futuro. La creazione di valore risulta perciò un vincolo ineludibile, di cui si deve tener conto se si vuole lottare contro la povertà materiale in modo efficace e duraturo.
12. Mettere i poveri al primo posto comporta, infine, che si riservi uno spazio adeguato a una corretta logica economica da parte degli attori del mercato internazionale, ad una corretta logica politica da parte degli attori istituzionali e ad una corretta logica partecipativa capace di valorizzare la società civile locale e internazionale. Gli stessi organismi internazionali riconoscono oggi la preziosità e il vantaggio delle iniziative economiche della società civile o delle amministrazioni locali per la promozione del riscatto e dell'inclusione nella società di quelle fasce della popolazione che sono spesso al di sotto della soglia di povertà estrema e sono al tempo stesso difficilmente raggiungibili dagli aiuti ufficiali. La storia dello sviluppo economico del XX secolo insegna che buone politiche di sviluppo sono affidate alla responsabilità degli uomini e alla creazione di positive sinergie tra mercati, società civile e Stati. In particolare, la società civile assume un ruolo cruciale in ogni processo di sviluppo, poiché lo sviluppo è essenzialmente un fenomeno culturale e la cultura nasce e si sviluppa nei luoghi del civile [13].
13. Come ebbe ad affermare il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II, la globalizzazione « si presenta con una spiccata caratteristica di ambivalenza » [14] e quindi va governata con oculata saggezza. Rientra in questa forma di saggezza il tenere primariamente in conto le esigenze dei poveri della terra, superando lo scandalo della sproporzione esistente tra i problemi della povertà e le misure che gli uomini predispongono per affrontarli. La sproporzione è di ordine sia culturale e politico che spirituale e morale. Ci si arresta infatti spesso alle cause superficiali e strumentali della povertà, senza raggiungere quelle che albergano nel cuore umano, come l'avidità e la ristrettezza di orizzonti. I problemi dello sviluppo, degli aiuti e della cooperazione internazionale vengono affrontati talora senza un vero coinvolgimento delle persone, ma come questioni tecniche, che si esauriscono nella predisposizione di strutture, nella messa a punto di accordi tariffari, nello stanziamento di anonimi finanziamenti. La lotta alla povertà ha invece bisogno di uomini e donne che vivano in profondità la fraternità e siano capaci di accompagnare persone, famiglie e comunità in percorsi di autentico sviluppo umano.
Conclusione
14. Nell'Enciclica Centesimus annus, Giovanni Paolo II ammoniva circa la necessità di « abbandonare la mentalità che considera i poveri – persone e popoli – come un fardello e come fastidiosi importuni, che pretendono di consumare quanto altri hanno prodotto ». « I poveri – egli scriveva - chiedono il diritto di partecipare al godimento dei beni materiali e di mettere a frutto la loro capacità di lavoro, creando così un mondo più giusto e per tutti più prospero » [15]. Nell'attuale mondo globale è sempre più evidente che si costruisce la pace solo se si assicura a tutti la possibilità di una crescita ragionevole: le distorsioni di sistemi ingiusti, infatti, prima o poi, presentano il conto a tutti. Solo la stoltezza può quindi indurre a costruire una casa dorata, ma con attorno il deserto o il degrado. La globalizzazione da sola è incapace di costruire la pace e, in molti casi, anzi, crea divisioni e conflitti. Essa rivela piuttosto un bisogno: quello di essere orientata verso un obiettivo di profonda solidarietà che miri al bene di ognuno e di tutti. In questo senso, la globalizzazione va vista come un'occasione propizia per realizzare qualcosa di importante nella lotta alla povertà e per mettere a disposizione della giustizia e della pace risorse finora impensabili.
15. Da sempre la dottrina sociale della Chiesa si è interessata dei poveri. Ai tempi dell'Enciclica Rerum novarum essi erano costituiti soprattutto dagli operai della nuova società industriale; nel magistero sociale di Pio XI, di Pio XII, di Giovanni XXIII, di Paolo VI e di Giovanni Paolo II sono state messe in luce nuove povertà man mano che l'orizzonte della questione sociale si allargava, fino ad assumere dimensioni mondiali [16]. Questo allargamento della questione sociale alla globalità va considerato nel senso non solo di un'estensione quantitativa, ma anche di un approfondimento qualitativo sull'uomo e sui bisogni della famiglia umana. Per questo la Chiesa, mentre segue con attenzione gli attuali fenomeni della globalizzazione e la loro incidenza sulle povertà umane, indica i nuovi aspetti della questione sociale, non solo in estensione, ma anche in profondità, in quanto concernenti l'identità dell'uomo e il suo rapporto con Dio. Sono principi di dottrina sociale che tendono a chiarire i nessi tra povertà e globalizzazione e ad orientare l'azione verso la costruzione della pace. Tra questi principi è il caso di ricordare qui, in modo particolare, l'« amore preferenziale per i poveri » [17], alla luce del primato della carità, testimoniato da tutta la tradizione cristiana, a cominciare da quella della Chiesa delle origini (cfr At 4,32-36; 1 Cor 16,1; 2 Cor 8-9; Gal 2,10).
« Ciascuno faccia la parte che gli spetta e non indugi », scriveva nel 1891 Leone XIII, aggiungendo: « Quanto alla Chiesa, essa non lascerà mancare mai e in nessun modo l'opera sua » [18]. Questa consapevolezza accompagna anche oggi l'azione della Chiesa verso i poveri, nei quali vede Cristo [19], sentendo risuonare costantemente nel suo cuore il mandato del Principe della pace agli Apostoli: « Vos date illis manducare – date loro voi stessi da mangiare » (Lc 9,13). Fedele a quest'invito del suo Signore, la Comunità cristiana non mancherà pertanto di assicurare all'intera famiglia umana il proprio sostegno negli slanci di solidarietà creativa non solo per elargire il superfluo, ma soprattutto per cambiare « gli stili di vita, i modelli di produzione e di consumo, le strutture consolidate di potere che oggi reggono le società » [20]. Ad ogni discepolo di Cristo, come anche ad ogni persona di buona volontà, rivolgo pertanto all'inizio di un nuovo anno il caldo invito ad allargare il cuore verso le necessità dei poveri e a fare quanto è concretamente possibile per venire in loro soccorso. Resta infatti incontestabilmente vero l'assioma secondo cui « combattere la povertà è costruire la pace ».
Dal Vaticano, 8 Dicembre 2008
BENEDICTUS PP. XVI

mercoledì 10 dicembre 2008

IN NOME DI DIO

Gli uomini nel corso dei secoli, hanno fatto molte cose aberranti in nome di Dio, vedi le crociate dei cristiani le loro divisioni in tante correnti cristiane, o bruciavano durante l’inquisizione delle persone perché eretiche; e dei musulmani contro gli infedeli vedi la battaglia di Lepanto: ognuno voleva imporre all’altro il modo di vedere Dio. Anche oggi le cose non sono molto cambiate, i cristiani sono perseguitati vedi in India, alcuni musulmani invece in nome di Dio fanno strage di persone non musulmane perché ritenuti infedeli vedi l’11 settembre e l’ultima strage di MOMBAI in India. Quello che dispiace, è questa distorsione della figura di Dio, perché Dio non vuole il male dei suoi figli perché lui è Amore tant’è che si è incarnato assumendo la nostra debolezza permettendo di diventare suoi figli non condannando mai nessuno, nemmeno quando lo tradivano, lo frustavano col flagello, e nemmeno quando lo inchiodavano sulla croce. Si potrà mai un giorno sperare di morire non nel suo nome? Amando il proprio fratello per quello che è e non per quello in cui crede?

lunedì 17 novembre 2008

CON TUTTO L'HANDICAP ALLA SEQUELA DI CRISTO

Con tutto il proprio handicap, alla sequela di Cristo
Il senso di una vita e di una scelta

Ci sono persone, che di fronte al proprio handicap si arrendono, mentre altre nelle stesse condizioni, non si arrendono e cominciano a convivere con il proprio handicap e man mano che crescono imparano a lottare per gli ideali in cui credono; e qui è più di un ideale è una vocazione. La vocazione di seguire Cristo in castità, povertà e obbedienza. Per cui trent’anni fa Maria Grazia, ragazza in carrozzina chiese all’istituto secolare piccole a postole della carità(fondato dal beato Don Luigi Monza nel 1937
LE PICCOLE APOSTOLE DELLA CARITA'
L’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della carità nasce nel 1937, per dono dello Spirito, dall’esperienza sacerdotale di don Luigi Monza, parroco della diocesi di Milano.Le piccole Apostole della carità si pongono, per vocazione, alla sequela di Gesù Cristo, per essere nel mondo "come gli Apostoli con la carità pratica dei primi cristiani, per far assaporare la spiritualità del Vangelo e far gustare la gioia di vivere fratelli in Cristo". (don Luigi Monza)Esse radicalizzano la consacrazione battesimale, impegnandosi a vivere i consigli evangelici. Non si distinguono dagli altri uomini per l’abito, la professione; vivono la vita di tutti i giorni condividendone la storia nel suo quotidiano svolgersi; come nell’incarnazione Gesù ha assunto l’umanità in tutto il suo spessore, così esse si sentono solidali alla terra con gli uomini del proprio tempo.
Il loro orizzonte apostolico è perciò il mondo;
il fine della loro esistenza donata, la carità "portata fino agli ultimi confini della terra";
la regola di vita, quella del "chicco" evangelico "che muore per dare la vita";
il clima in cui vivono, la gioia perché il loro segreto è la preghiera.
Le piccole Apostole della carità svolgono la loro professione e il loro servizio apostolico in vari ambiti:
sono attive nel mondo operaio, nella scuola, negli ospedali, nel sindacato, negli uffici, nella politica.
realizzano uno specifico servizio alla vita, alla sua tutela e cura attraverso "La Nostra Famiglia" in attività di:
riabilitazione delle persone disabili in varie regioni d’Italia e nei Paesi in via di sviluppo (per ora in Sudan, Brasile e Ecuador);
ricerca e studio continuo delle problematiche mediche e psicoeducative delle varie disabilità nell’Istituto Scientifico "E. Medea" di Bosisio Parini (Lecco);
accoglienza di bambini con grave disagio familiare in attesa di affido o adozione, bambini e adolescenti soli o con disagio socio-ambientale in piccole comunità o in nuclei di tipo familiare.
hanno particolare cura e attenzione nei confronti dei giovani e delle famiglie, partecipano ad organismi ed associazioni parrocchiali e diocesane collaborando alle attività pastorali di catechesi, liturgia, carità.
attraverso l’Organismo di Volontariato per la Cooperazione Internazionale (OVCI - La Nostra Famiglia) realizzano iniziative tese allo sviluppo della promozione umana, sociale, tecnica e sanitaria dei popoli dei Paesi in via di sviluppo e collaborano alla missione di evangelizzazione della Chiesa.
Visita il sito dell’Istituto Secolare delle Piccole Apostole della Carità www.ispac.it)
di poter entrare nel loro ordine per essere anche lei alla sequela di Cristo. Ma per 30 anni l’istituto ha resistito alla richiesta, ma alla fine si è convinta della vocazione di Maria Grazia e nel 2001 a Sant’Ilario di Nerviano in provincia di Milano è stato aperto il roveto, una casa senza barriere, dove ospita quattro ragazze in carrozzina affette da tetra paresi spastica più due consorelle che hanno deciso di intraprendere questa vocazione. Esse sono: Maria Grazia, Laura, Nunzia e Francesca. Ognuna di loro ha voluto spiegare in un libretto che qui riporto fedelmente pubblicato da loro e su autorizzazione della loro superiora, il senso e il motivo di questa scelta.
Scrive Laura Galasso:
Forse, nel pensiero comune, si pensa che i disabili abbiano un modo tutto diverso, rispetto a chi non lo è, di porsi nei confronti della vita e delle scelte che essa comporta. In parte ciò è vero, perché se per chi è abile il fare un’azione qualunque, come il camminare, il bere, il mangiare e eccetera, non costituisce un problema, per chi, invece a un handicap e vive con l’impossibilità di compiere le medesime azioni in mo “ normale”, questo rappresenta un problema con cui si deve confrontare e tocca l’arco della sua esistenza. Se tutto questo è vero, è altrettanto vero però che ogni persona è unica e affronta la vita a modo suo. Perciò il senso della vita e delle scelte che la persona fa, sia che sia disabile o meno, dipendono da come uno è, da quali valori ha assunto e da come reagisce agli eventi della sua vita. Quando io, che h una tetra paresi spastica-distonica,terminate le scuole magistrali, mi sono chiesta cosa fare nella vita, non ho detto “sono disabile quindi mi è precluso questo è quello”, ma sono rimasta aperta ad ogni possibilità, cioè ho messo al primo posto il mio essere persona e dopo il mio handicap. Un altro, nelle mie condizioni, forse,avrebbe fatto il contrario. Ma anche una persona abile deve confrontarsi con se stessa e con la realtà in cui è immersa per fare le sue scelte. Come ogni persona,il disabile, e in modo più marcato, ha bisogno di un ambiente familiare sociale che favorisca lo sviluppo delle sue possibilità e potenzialità, anche minime. Ci sono però disabili che vivono la vita con rabbia e mettono al primo porto solo i diritti della loro disabilità, altri che sono preoccupati solo dei propri interessi e temono il domani rimandando agli altri le proprie responsabilità, altri ancora che si lasciano vivere piangendosi addosso; ma ci sono anche dei disabili che fanno della loro vita un dono: nelle loro attività, nel matrimonio, se è fattibile, e adesso anche nella vita consacrata. Questo è vero per i disabili fisici, che hanno piena facoltà di decidere di sé. Ma vorrei dire che anche ai disabili mentali, pur avendo gravi olivi difficoltà deve essere difeso la dignità di persona e venire aiutati a vivere una vita degna. L’ambiente in cui una persona, è fondamentale, così anche per me. Ho potuto andare alle scuole superiori perché degli amici di famiglia hanno aiutato i miei genitori a trovare il modo per farmi frequentare, e questo mi ha aperto orizzonti ampi. Le difficoltà c’erano: erano oggettive come gradini per entrare nella scuola, ma erano anche soggettive,mie, come quando dovevo far merenda e mi facevo mille remore perché ho difficoltà a mangiare. Finite le magistrali, io volevo andare all’università ma ciò non è stato possibile: c’era una professoressa che mi aveva preso a cuore e voleva che io andassi avanti con gli studi ma, a causa di un’operazione per togliere per togliere una ciste dietro la testa, la cara professoressa, è morta. Che fare? I miei sogni si erano infranti. Può capitare a chiunque il progettare una cosa e per cause esterne vedere andare tutto in fumo. C’è voluto più di un anno prima che la mia scelta andasse su ciò che mi avevano proposto le assistenti sociali: il corso di computer al Don Gnocchi di Milano. Una scelta indotta ho un’opportunità presa quasi al volo? Pensa tutte due le cose. Dal corso sono uscita col massimo dei voti e anche con più autonomia nel gestire le mie cose, infatti, sono stato otto mesi che andava a casa solo il fine settimana. Grazia a questo corso o potuto anche lavorare. Nel frattempo però, Qualcuno mi aveva già scelto,1 scelta che richiedeva la mia risposta ma senza obbligarmi. Solo nel rispondere di sì al Signore ho trovato piena libertà. È vero che a volte le situazioni si susseguono senza tregua , e magari ti trovi a fare delle scelte quasi obbligate, ma davanti al Signore si è liberi, si è se stessi, e tu puoi accogliere il suo Amore o rifiutarlo. Io l’ho accolto e questo mi ha portato a far parte dell’istituto secolare delle Piccole Apostole della Carità. Il cammino non è stato facile. All’inizio c’era il problema di come concretizzare questa vocazione: ricordo le discussioni che facevo,con chi mi seguiva nel cammino, sulla possibilità che un disabile si consacrasse. Poi, quando si è trovato una casa senza barriere architettoniche, dove vivere la chiamata del Signore, ho dovuto superare nuove difficoltà: il distacco dalla famiglia l’abituarmi a un nuovo stile di vita, il creare nuovi rapporti, l’accogliere un modo diverso di aiutarmi nelle difficoltà del mio handicap. Questo è stato faticoso ma mi ha permesso di confermare la mia scelta di essere del Signore. Nella mia comunità ora abito con altre cinque sorelle, disabili e no e insieme cerchiamo di vivere la carità dei primi cristiani, il volersi bene, e testimoniare così, alle persone che ci incontrano, che è bello vivere nell’amore. L’amore, la realizzazione di sé, la gioia, tutti li cercano in modi diversi, io li ho trovati, li ho intravisti in Dio, e il cercare il Suo Amore e scoprirlo sempre più nella mia vita, il viverlo nel rapporto con gli altri, questo dà senso a tutta la mia esistenza.

Scrive Nunzia Loschiavo
Innanzi tutto, con tanta semplicità e stima, ringrazio molto la persona che mi ha invitata e coinvolta, a scrivere e a parlare, sul senso della mia vita, della scelta e della realizzazione di sé, come persona disabile. Credo e spero, di riuscire a sviluppare questo tema, con la spontaneità e serenità. Ripensando un po’ alla mia adolescenza, rifletto su come sono riuscita ad accettare la mia disabilità, ma soprattutto, come ha deciso di dare senso alla mia vita. Ricordo perfettamente, e c’è stato un periodo non tanto bello e nemmeno facile, in cui non riuscivo ad accettarmi, così come sono. A un certo punto della mia vita, mi sono ribellata, mi sentivo arrabbiata, anche con Dio, perché non camminavo. Non riuscivo ad accettarlo, perché desideravo essere indipendente fare la vita come tutti gli altri miei coetanei. Ma man mano che crescevo nella mia adolescenza, ho accettato, lentamente, la mia disabilità. Ragionando e lavorando, con il mio pensiero, ho riflettuto a lungo su alcune domande e risposte che mi facevano spesso sulle mie difficoltà motorie, di linguaggio e sulla mia personalità. Le domande le risposte, sono state semplicissime, ma importanti. Perché non cammino? Perché non sono autonoma come una persona normale?perché devo aspettare gli altri, per riuscire a realizzare ciò che desidero? E altre ancora. Diventando sempre più adulta, e consapevole della mia disabilità, ho cercato di affrontarla e di accettarla con più coraggio e serenità, fino ad accettarla completamente. Da quel momento, ho capito che potevo vivere come una persona normale, nonostante i miei limiti, perché, grazie a Dio, potevo contare sull’aiuto della mia famiglia che aveva accanto e mi voleva bene, come a tutt’oggi mi dimostra nonostante viva lontano da me. Infatti, mediante la loro disponibilità, pazienza, nel venire incontro alle mie necessità, apprezzavo sempre di più la loro sensibilità nel volermi aiutare. Passando gli anni, desideravo concretizzare il mio amore per la vita, dando un senso ad essa. Di questa sicurezza che ho sempre avuto dentro di me, ringrazio il Signore, che mi ha fatto conoscere, fin da piccola l’istituto “La Nostra Famiglia”, che ho frequentato fin da piccola a me molto cara e lo sarà sempre, come una seconda casa. Infatti, le Piccole Apostole e gli operatori, oltre ad assistermi e aiutarmi concretamente per quanto riguardava la scuola e la ginnastica e per i miei progressi nel linguaggio, con tanto amore e sensibilità mi hanno trasmesso il grande dono della fede e il carisma del beato Luigi Monza, insieme a tanti amici che ho conosciuto nei diversi anni, che mi hanno incoraggiato a proseguire, convinta, con serenità, nella mia scelta di vita e che sento tuttora vicini. Il loro prezioso esempio ha sicuramente contribuito ad aiutarmi nella mia determinazione nel voler essere, con l’aiuto del Signore, Piccola Apostola della Carità. Per me, è un dono grande che ha fatto il Signore alla mia vita, nonostante la mia disabilità, la sofferenza fisica e morale che ho vissuto. È proprio vero, che il Signore non guarda all’apparenza, ma guarda il cuore e parla al cuore. Questo è il vero motivo, per il quale, dopo un cammino ben preciso, mi trovo in comunità a S. Ilario, dove vivo da sette anni circa. In questa comunità, mi sento veramente realizzata, perché, oltre a pregare a meditare, nonostante la mia disabilità che non è lieve, mi rendo disponibile per gli altri, in particolare per le mie sorelle quando hanno bisogno e con l’aiuto del personale che ci segue, riesco ad essere sempre autonoma. Davvero, ringrazio il Signore di avermi chiamata alla Sua sequela, come consacrata, dimostrandomi che Lui non guarda le mie difficoltà ma anzi attraverso di esse, mi chiede di essere segno di speranza, per chi non ha ancora trovato il senso della propria vita. È bello, poter aiutare, forse di più con la preghiera che con l’azione vera e propria. Infatti, il nostro beato Don Luigi Monza dice: “ chi può dia, chi non può preghi”. Anche alle persone che ci incontrano o che ci vengono a trovare, desideriamo di trasmettere sempre di più questo insegnamento di Don Luigi:

“La santità non consiste nel fare cose straordinarie, ma nel fare straordinariamente bene le cose ordinarie.

Non crediamo che il Signore pretenda cose grandi da noi; Egli si accontenta della buona intenzione e della buona volontà, sopra tutto nelle cose piccole e nascoste”.

Scrive Maria Grazia Micheli
Attraverso queste righe tenta di spiegare come sono riuscita a dare un senso alla mia vita di disabile, come sono giunta a fare delle scelte nella mia vita e come, ora, mi sento realizzata. Ripensando alla mia infanzia, alla mia adolescenza e alla mia giovinezza, posso affermare con gioia e con ammirazione che i miei familiari, soprattutto la zia che mi ha cresciuta, non si sono arrestati di fronte ai miei limiti fisici, ma sono andati oltre. Quando ero piccola i miei genitori, come farebbero tutti genitori, hanno tentato tutti i mezzi per permettermi di camminare con le mie gambe. Col passare del tempo la loro speranza è sfumata, perché a quei tempi la mia patologia non era conosciuta. Nonostante ciò, non ebbero, con me,1 atteggiamento troppo protettivo e nemmeno troppo possessivo, ma mi trattarono sempre come una persona normale, così valorizzavano tutte le mie potenzialità. La mia adolescenza è stata il periodo più brutto e più sofferto della mia vita, perché cominciai a prendere coscienza delle mie reali condizioni fisiche. Perciò, quegli anni li ho vissuti da arrabbiata, tormentata da interrogativi senza risposta. Poi, ho incontrato una carissima amica che con molta delicatezza e discrezione, insieme alla sua preziosa amicizia mi ha offerto l’opportunità di conoscere e approfondire la Parola di Dio . Così, senza volerlo mi sono trovata di fronte a un bivio, dovevo scegliere il mio stile di vita: o continuare a vivere da arrabbiata rifiutando la mia disabilità, oppure, avventurarmi nel tentativo di vivere come la Parola di Dio mi suggeriva ogni giorno. Alla fine scelsi la strada più difficile e più faticosa, ma quella che ha dato una risposta ai miei interrogativi. Così iniziai il mio cammino di fede, misteriosamente compresi che la mia vita poteva avere un senso, anche in queste condizioni e percepivo che Dio aveva un progetto ben preciso su di me. Con la grazia del Signore e l’aiuto di diverse persone scaturì dentro di me questa consapevolezza. Se non ci fosse stato Gesù, Figlio di Dio, con la Sua Passione, con la Sua Morte e Risurrezione che senso avrebbe la mia vita? Solo alla luce della Risurrezione, il dolore, la sofferenza, la fatica e tutto ciò che è negativo assumono un altro significato, perché Gesù donando la Sua vita per la nostra salvezza ha capovolto la logica umana. Perciò, cominciai a vivere la vita come un “dono “. Certamente, agli occhi umani il mio corpo richiama la croce e la sofferenza, ma, pur con tutte le mie debolezze cerco di vivere la gioia della Risurrezione. Con questa certezza ho vissuto una giovinezza serena, anche se a quei tempi l’inserimento di un disabile nella società era come se fosse un’utopia. Perciò, ho dovuto lottare parecchio per crearmi una vita più normale possibile, con la mia determinazione e incoraggiata da molti, o superato ogni ostacolo. Grazie alla fiducia che la zia mi dava, o potuto avere la libertà di cominciare, ad uscire dalla cerchia familiare, ad avere diverse amicizie e a fare delle scelte. Infatti, con l’appoggio di molte persone generose, ho deciso di studiare fino a conseguire il diploma in lingue straniere, francese e inglese. Allora, non era previsto l’inserimento nella scuola delle persone in difficoltà, perciò, fu, per me, una grande conquista riuscire a studiare, anche se mi è stato impossibile continuare come desideravo. La mia vita. Un susseguirsi di scelte positive e negative, ogni scelta mi è servita per non ripiegarmi con me stessa, ma a proiettare lo sguardo su chi era meno fortunato di me. Quindi, potevo ritenermi soddisfatta perché, nonostante le mie difficoltà, ero giunta a condurre una vita come tutti. Eppure, non mi sentivo pienamente realizzata, anche se potevo essere contenta. In cominciai a sentire dentro di me che il Signore mi chiedeva qualcosa di più profondo e di più radicale, cioè la vita. Di fronte a questa misteriosa voce interiore ho avuto dei momenti di crisi e di incertezze, perché non riuscivo a comprendere come nelle mie condizioni fisiche potevo rispondere a quella misteriosa voce. Alla fine compresi che erano due realtà che si completavano, l’una non poteva sussistere senza l’altra. Per concretizzare la chiamata del Signore ho lottato, sofferto, perché quasi tutti rimanevano sorpresi e perplessi che, io, disabile volessi consacrarmi al Signore. Fortunatamente ho incontrato delle persone che hanno saputo andare oltre il mio handicap e hanno creduto alla mia vocazione, perciò, ora sono consacrate al Signore come Piccola Apostola della Carità. La vita fraterna con le mie sorelle di comunità, mi stimola a dare il massimo di me stessa, perciò mi sento valorizzato è accettata per quella che sono. La comunità è una palestra educativa, perciò mi aiuta a riconoscere le mie mancanze e le mie debolezze, in modo che possa cercare di correggermi e poter vivere sempre più coerentemente lo spirito di carità. Con questo spirito, si riesce a creare fra di noi un clima di famiglia, aiutandoci reciprocamente nei bisogni più immediati e sostenendoci nei momenti di maggior fatica. Inoltre, ho modo di relazionarmi con diverse persone! Anche questo è un modo per non chiudere in me stessa, ma per essere aperta al dialogo e alla condivisione. Volendo fare un bilancio della mia vita, alla soglia della terza età, con gioia posso dire di aver vissuto la mia vita in pienezza, perché l’ho ricevuta come un “dono” da realizzare. Con questa mia esperienza mi permetta di esortare, caldamente, tutti coloro che si trovano nelle mie stesse condizioni, a non vivere una vita passiva, ma lottare per superare le difficoltà ed esultando per le conquiste raggiunte. Esorto, pure, quei genitori che hanno un figlio in difficoltà: “ non fermatevi a piangere su voi stessi e sui vostri figli, ma imparate a guardare sempre avanti, con coraggio e speranza”.

Scrive Francesca Cinquetti
Lo sviluppare un tema così intenso, così profondo, mi dà l’opportunità di interrogarmi, di riflettere su che significato ha il mio vivere, nonostante l’avanzare degli anni e la consapevolezza che i miei limiti fisici e motori , sicuramente, non si fermano, ma, purtroppo, aumentano di giorno in giorno. Partendo dalla certezza, per me, che la vita è sacra, in quanto il dono di Dio e voluto da Lui, che ama in modo unico speciale, ogni persona, in qualsiasi condizione si trovi, mi sento di benedire ringraziare il Signore, per come ha condotto e guidato la mia vita a tutt’oggi, permettendomi di viverla intensamente, accolta, amata e sostenuta, fin dalla nascita, dai miei genitori e da mia sorella che non mi ha mai considerato, con inferiorità, ma forse, alcune volte, pretendendo da me, più di quanto potevo in quel momento dare. Sicuramente, questo atteggiamento, mi ha sempre stimolato a dare il meglio di me e a non ripiegarmi su me stessa. Inoltre, cammin facendo, le varie opportunità avute di studiare regolarmente, lavorare, vivere normalmente in mezzo agli altri, mi hanno permesso di sentirmi più o meno accolta, da chi mi ha conosciuto, nei miei disagi nel muovermi, per i ritmi rallentati nel lavoro , ma mi sono sempre sentita incoraggiata e apprezzata per la mia volontà ferrea, che mi aiutava a tentare di affrontare ogni evidenza e qualsiasi ostacolo, confidando nella Provvidenza di Dio. Questa mia serenità ed entusiasmo di vivere mi hanno facilitato l’incontro di parecchi amici, che con la loro esemplare testimonianza di vita evangelica mi hanno aiutato a crescere nella fede e sicuramente contribuito a comprendere fino in fondo, cosa voleva veramente il Signore da me. Determinante, è stato per me l’incontro con Luigi e Laura Frigoli, Nicola Meazzi e Carlo Lampugnani del Gruppo Amici de “La Nostra Famiglia” di Cremona, mia città natale, che mi hanno invitato a partecipare al pellegrinaggio a Lourdes, nel maggio 1976, organizzato da questa lodevole associazione. Infatti, è merito loro, come strumenti preziosi del Signore, se spiegandomi l’intento dell’Opera, e dopo il mio ritorno, entusiasta, dal coinvolgente pellegrinaggio, è iniziata la radicale svolta della mia vita, essenziale per la scelta di vita. A contatto con lo spirito di abnegazione di Alba Medea ed il sorriso e la gioia “nel dedicarsi a chi aveva problemi come me, considerandolo a proprio pari”, di alcune Piccole Apostole della Carità, incontrate e conosciute personalmente, sono stata aiutata a scoprire e a comprendere che il sentirmi accettata, nella maggior parte delle situazioni vissute, grazie al mio carattere vivace, nonostante, alcune volte, inadeguata fragile incapace ad affrontare certi imprevisti, era dovuto al sostegno tenero, comprensivo e profondo dell’Amore del Signore e della sua Santissima Madre, che mi aveva affidato una precisa missione, proprio alla grotta di Massabielle. Da allora, mi sono sentita prezioso ai Suoi occhi, privilegiata nel poter vivere una vita piena di interessi, consapevole che nulla potevo da sola, che niente mi era dovuto, ma che anzi, tutto è dono e grazia di Dio. Quindi, ho sempre cercato di spendere il mio tempo libero, interessandomi, con passione, dei bisogni, dei disagi di persone, che, spesso, avendo problemi motori, anche più gravi dei miei, non si sono mai accettate, o che comunque, si sono sentite rifiutate, emarginate dai loro stessi familiari. Interessarmi a loro, con il mio affetto, la mia sentita vicinanza, ha dato un significato concreto alla mia vita,1 missione da compiere e trasmettere agli altri. Secondo me, è stato veramente il sentirmi profondamente amata, spesso in modo immeritato, ma gratuito,dal Signore, che mi ha spinto a dedicarmi con gioia e generosità agli altri, perché potessero comprendere, che ognuno di noi, ha diritto di vivere un’esistenza dignitosa, alla pari di tutti gli altri, con gli stessi diritti e gli stessi doveri, svolgendo con responsabilità, un proprio compito, rendendoli consapevoli,che Dio,ci Ama veramente, così come siamo e non fa assolutamente differenze di persone. Cercando di vivere la mia vita, nell’ottica del dono per me stessa e per gli altri, nonostante anch’io abbia dovuto superare non pochi momenti di scoraggiamento, la fiducia nel mio prossimo, nella Provvidenza di Dio, mi hanno spinto, ad abbandonarmi alla Sua Volontà, affidandomi completamente a Lui, donandoGli ciecamente la mia Vita, in segno di infinita gratitudine, per quanto aveva operato di bene, in me, nella mia esistenza. Certa, che come avevo gratuitamente ricevuto, mi sembrava giusto, ricambiare, donando, con gioia, a Lui, la mia vita risorta, ma semplice e povera vita! Infatti, solo la Sua generosa benevolenza e comprensione mi hanno permesso di realizzare la mia vita, nell’appartenere a tutti gli effetti, all’istituto delle Piccole Apostole della Carità, come ho desiderato fortemente per anni. È una gioia grande, poter vivere, condividendo gioie sofferenze di persone, che credono nella nostra presenza al servizio della collettività, con la nostra preghiera, la nostra serenità, disponibili buonasera all’ascolto dei problemi che realmente, nella società in cui viviamo, alcune volte, sembrano insormontabili, per chi viene a trovarci in comunità a Sant’Ilario Milanese. Nonostante le nostre fatiche personali, le nostre debolezze, mettiamo a disposizione, con semplicità, le nostre reciproche risorse, le capacità di ognuna di noi. Con volenterosa disponibilità reciproca, facendoci carico e prendendoci cura, tra noi sorelle, le une delle altre, cerchiamo di prevenire i desideri, le attese e i bisogni di chi ci sta accanto, andando incontro anche a chi e prende cura di noi, cercando di non fare all’altro, ciò, che non vorremmo venisse fatta a noi. È stupendo, poter testimoniare, pur con le nostre debolezze e fragilità, come ci si sente utili, realizzate e contente di vivere l’una per l’altra, dimostrandoci veramente di stare bene insieme, volendoci bene, aiutandoci reciprocamente, cercando di viver “ lo spirito di famiglia e di comunione”, che tanto auspicava il nostro beato lui di Monza, fondatore dell’istituto secolare Piccole Apostole della Carità, per essere segno di speranza, in un mondo, che sembra aver perso la fiducia nei valori, come il rispetto reciproco e l’Amore fraterno. Non è facile perseverare nei buoni propositi e nelle opere di bene, cercando di accontentare più persone possibili. Però, se penso che Dio, mio Creatore e Salvatore , ha lasciato morire in croce, Suo Figlio, Gesù Cristo, per me, per dimostrarmi il Suo vero Amore e per salvarmi in eterno, sono certa, che nessuna deduzione, amarezza, mortificazione, potrà mai farmi desistere dalla scelta di Vita fatta, di cercare di vivere concretamente, la Carità dei primi cristiani. La forza e la pace interiori, che sento accompagnare le mie fatiche quotidiane, mi incitano a perseverare, nello spendermi “senza misura e senza timore”. È importante, allenati a “tacere, lasciar cadere e offrire a Dio”, per il Bene Comune. Penso, possa essere il modo più giusto, per cercare di rendere credibile la mia Vita, secondo il cuore di Dio. Più i giorni passano, comprendo, con una reale responsabilità, che non mi appartiene più, perché voglio con tutta me stessa, che sia Dio, mio Padre Misericordioso, a condurla, secondo ciò, che a Lui piace che faccia, ascoltando e cercando di concretizzare la Sua Parola, nel mio “Fiat Quotidiano”.

lunedì 10 novembre 2008

LA NORMALITA DELLA DISABILITA'

“La gente normale fa di tutto per rendersi diversa…e la gente diversa fa di tutto per diventare normale, e allora, chi ha ragione? Secondo me la soluzione sta nel superare tutte queste banalità relative e cominciare a pensare che la parola giusta sia unico e che la normalità sta solo nell’esistere…” (Silvestro)

NON SI PUO' FARE A MENO DELL'AMORE PERCHE' DIO E' AMORE!

venerdì 7 novembre 2008Due notizie provenienti dall’Inghilterra danno da pensare. La prima è che la municipalità di Oxford, la cittadella accademica più celebre del mondo, ha deciso di non chiamare più il Natale col suo nome, ma con quello più neutro di Festività Invernale della Luce. Con questa denominazione un po’ ridicola si vorrebbe evitare di urtare la suscettibilità di tutti quelli per cui andare in vacanza perché si festeggia la nascita di Gesù Cristo risulta fastidioso. Ed è singolare che coloro che più si sono lamentati di questa decisione siano i capi delle comunità ebraica e musulmana di Oxford; a loro risulta evidente che cancellare il Natale significa eliminare un pezzo dell’identità britannica, da loro stessi vissuta. Ma passiamo alla seconda notizia.Sui bus e nelle metropolitane di Londra è comparsa nelle scorse settimane la seguente scritta pubblicitaria: «Probabilmente Dio non esiste. Dunque smettete di preoccuparvi e godetevi la vita».L’iniziativa è partita da un blog del giornale progressista Guardian e, dicono gli organizzatori, ha avuto un successo clamoroso: si dovevano raccogliere cinquemila sterline per una piccola campagna pubblicitaria e ne sono arrivate oltre centodiciassettemila. Scopo del messaggio è quello di «rassicurare» chi si sente minacciato dal ritorno del fervore religioso. È chiaro, infatti, cosa i sostenitori dell’iniziativa (tra loro figura Richard Dawkins, diventato celebre per un libro sulle «ragioni per non credere») intendano per Dio: un nemico della vita. Coi suoi precetti e divieti, con la minaccia della punizione eterna, con le sue regole soffocanti questo simulacro di Dio appare evidentemente un ostacolo per la realizzazione dell’uomo. E quindi la constatazione che «probabilmente» non esiste fa tirare il fiato.Ma siamo così sicuri che, senza Dio, noi possiamo «goderci la vita»? Come dovremmo fare?Occorrono un sa
Occorrono un sacco di condizioni di non facile raggiungimento (e questo lo slogan ateistico tende a nasconderlo): bisogna avere la salute e un lavoro soddisfacente, disporre di un minimo di agiatezza economica, essere capaci di instaurare rapporti interpersonali ed affettivi appaganti. E poi è necessario che la situazione intorno a sé consenta di godersela, la vita. Se sei seduto sul bus (magari quello con la scritta ateistica sulla fiancata) e ti schiacciano un piede, tutto il tuo godimento se ne va.E non basta. Siamo sicuri che uno possa tranquillamente godersi la vita quando legge quello che legge sui giornali? Le migliaia che fuggono dai loro villaggi in Congo o quelli che perdono il posto di lavoro perché la banca fallisce; i cristiani ammazzati in India e la bambina lapidata in Somalia.Ci vorrebbe un po’ di giustizia perché questa vita sia davvero godibile. Ma anche guardando più da vicino: come farei a «non preoccuparmi» se una persona che mi è cara soffre, è scontenta, magari un pochino depressa?Insomma «godersi la vita» è un affare complicato. Ma, soprattutto, cos’è questa vita che dovrei godermi? È la somma di salute, affetti, lavoro, soldi, circostanze più o meno favorevoli? È il susseguirsi di raggiungimenti parziali e sempre effimeri? Non c’è, invece, in ognuno l’urgenza di trovare qualcosa che dia consistenza e durata a tutti quei fattori? Non vive ognuno lo struggente bisogno di un «godimento» che non lasci fuori nulla e che sia permanente? Della felicità, insomma.Questa esigenza non apre forse la prospettiva su un orizzonte infinito e misterioso, quello che gli uomini hanno sempre chiamato Dio? Limitare simile apertura non è un rimpicciolimento della persona, una sua riduzione a misure meschine, quelle facilmente gestibili da un potere prodigo di «godimenti»? L’uomo che è nato quel giorno di duemila anni ha detto che proprio per camminare verso la felicità ogni uomo è venuto al mondo e che la misura del suo desiderio è infinita. È
È per questo che gli amministratori di Oxford vogliono farci dimenticare il suo Natale?