martedì 10 febbraio 2009

PADRE, PERDONA LORO....

10 febbraio 2009
Parla il parroco della Quiete
Si è tornati all’antica barbarie
Don Cristiano Cavedon e gli ultimi giorni di Eluana: “Nessuna etica: questo è omicidio, puro e semplice”
Padre Cristiano Cavedon è il rettore del santuario Madonna delle Grazie, la parrocchia nel cui territorio sorge la casa di riposo “La Quiete”. Conosce bene il mondo della sanità. Ha lavorato per anni come infermiere negli ospedali, è stato in missione in Africa, quindi al Policlinico Gemelli di Roma come assistente ecclesiastico degli studenti di Medicina. A gennaio, sul bollettino parrocchiale era intervenuto con molto vigore sulla vicenda di Eluana, una serie di domande incalzanti e un sigillo: “Per noi non potrà che essere considerata una martire”. Ha accettato di riparlarne col Foglio prima che arrivasse la notizia della morte di Eluana. “Ho preso la parola perché mi ha disturbato il modo con cui è stata affrontata la vicenda. Mi disturba che un tribunale intervenga, che sia necessario creare una squadra di esecuzione, che una struttura pubblica diventi esecutrice di morte. Si è emessa una sentenza su una persona senza una legge sostanziosa a cui rifarsi. A cosa si sono riferiti i giudici, a un pensiero, a un’opinione? Quando studiavo Diritto canonico mi spiegavano che non ci si basa su opinioni ma su elementi solidi. Certo, potrei partire anch’io dal sentimento popolare, dalla gente che solidarizza con quel papà che non ne può più – e dopo diciassette anni si capisce, perché non è più la figlia che sperava e che avrebbe desiderato e non accetta quello che gli è capitato. E’ comprensibile che lui volesse in qualche modo farla finita ma ora tutto ciò non riguarda più solo sua figlia, è un modo per aprire le porte all’eutanasia”. Perciò lei parla di strumentalizzazione. “Quando mi portano in casa un problema del genere la discussione non è più teorica, diventa un fatto pratico, pastorale. Io sono il responsabile di una parrocchia della città, ho una chiesa dove abbiamo sempre pregato per la vita. Il nostro santuario è il più frequentato del Friuli, intitolato alla Madre della vita e della grazia, e da sei secoli è il punto di riferimento della fede e delle tradizioni popolari friulane”.
Padre Cristiano è dell’ordine dei Servi di Maria, lo stesso del grande poeta furlan David Maria Turoldo. Lui non è di qui, è veneto, ed è un fatto che ha il suo peso da queste parti. “Sono stato uno dei pochissimi preti in diocesi a intervenire, quasi tutti sono restii. E’ un po’ nel carattere dei friulani: non perché non pensino certe cose, ma preferiscono mantenere un profilo basso. Sono schivi, defilati, non amano parlare in pubblico ma interiormente sono convinto che la pensino come me, come tutta la chiesa”. Il priore è preoccupato soprattutto per i giovani. “La stragrande maggioranza di loro era per la soppressione della vita a Eluana, senza nemmeno rendersi conto che si tratta di omicidio. Non ha nessuna possibilità di riprendersi… Che cosa la teniamo a fare in questo stato… Meglio farla finita. Cose così. Questo mi allarma. Cosa sta passando nelle nuove generazioni? Quando avranno trenta o quarant’anni potrebbero recuperare alcune idee naziste”. Pratiche eugenetiche? “Certo. Potrebbero dire che i bambini handicappati gravi non servono – già qualche medico dice alle mamme di non partorirli”.
La famigerata selezione prenatale. “Di questo passo avremo anche una selezione postnatale; d’altronde, cosa tenere a fare questi sgorbi della natura? La vita è bella solo se è piena di salute, allegria, tanti soldi. La vita è bella se non è sofferenza. Ma così viene a mancare del tutto quello che questa terra ha sempre vissuto in passato: lavoro, fatica, sofferenza e poche gioie”. Secondo don Cristiano è in atto una rimozione della memoria. “Sta crescendo un generazione che non ha conosciuto la sofferenza. Io stesso sono nato dopo la Seconda guerra mondiale e sono espressione della prima generazione di italiani che arriva alla vecchiaia senza averne fatto una. Per fortuna. Ma chi non ha fatto grandi fatiche e non è passato attraverso il crogiolo della sofferenza farà più difficoltà ad accettarla. Le nuove generazioni non vogliono patire, non vogliono capire che la sofferenza è parte integrante della vita. La sofferenza va vissuta come un fatto positivo. Abbiamo colpa anche noi preti. Con il Giubileo abbiamo abituato i giovani ai grandi eventi, ma sul quotidiano non riusciamo a intercettarli”. Eluana, che diciassette anni fa era una ragazza nel pieno della vita, ha interpellato i giovani. “Che però hanno dato delle risposte molto facili: poveretta lei, poveretto il papà, meglio che una vita così finisca”.
Molti dicono che la chiesa è incapace di compassione. “Ma la compassione non è lasciar fare. Altrimenti bisognava che fossero uccisi i sopravvissuti dei campi di concentramento che avevano alle spalle un’esperienza tremenda, si doveva averne compassione e farla finita. Invece io avrò compassione di Beppino Englaro nel momento in cui dirà: ho sbagliato. Non c’è nessun atto di male che non ci lasci rimorso. Non c’è coscienza così tranquilla che riesca a fare qualunque porcheria senza sentire rimorso”. Eppure molti ritengono che le parole e i gesti messi in atto dalle istituzioni laiche ed ecclesiastiche in questi giorni siano state un’espropriazione della coscienza in nome di un’autorità soffocante. “Dall’altra parte c’è però l’individualismo: io decido per me tutto quello che voglio, il bene e il male. Questa è una coscienza cresciuta senza rendersi conto che nessuno è mai da solo. Vedo che sta venendo meno la responsabilità comunitaria. Manca un’etica condivisa, ogni gruppo ha la propria che si scontra con quella degli altri. Se si dice che per tutti è possibile vivere dignitosamente, mi va bene, ma quando si dice che si fa morire dignitosamente Eluana, qui non c’è nessuna etica né professionale né di altro tipo. Questo è omicidio, puro e semplice.
Lei ha lavorato a lungo negli ospedali. “Anche in sala operatoria, e ho visto un sacco di gente morire. Ma in questa vicenda si stanno millantando delle favole. Siamo seri: volete che la gente non viva più in certe situazioni, viva solo se sana e bella? Allora ditelo chiaramente. Però questo è razzismo e nazismo. Mio padre è stato in carcere due volte, una per colpa dei fascisti e una per colpa dei nazisti, ho due fratelli missionari morti in Africa, io stesso ho dato il sangue a un bambino africano. Perciò non voglio essere tra coloro che permettono queste cose. Piuttosto che togliere la vita agli altri, preferisco dare la mia. Questo è il cristianesimo, questa è la differenza della nostra posizione”. C’è invece chi avverte una certa tiepidezza nella comunità cristiana. “Dopo la mia lettera molti parrocchiani mi hanno ringraziato perché finalmente qualcuno si era esposto. Il problema è che non si devono muovere solo i preti o il Papa. Oggi manca una presa di posizione delle comunità, ci sono solo voci isolate. Ma chi rappresentano? E d’altra parte Beppino Englaro e i suoi chi rappresentano se non una minoranza che vuole imporre una legge a tutta la popolazione?”. In realtà sembra che godano di ampio consenso. “Non semper maior pars est meior pars, diceva san Tommaso. Non bisogna ragionare in termini di quantità ma di qualità. Quando Pannella tanti anni fa fece una battaglia a favore di bimbi maltrattati nel mondo, io lo sostenni perché non guardo l’appartenenza politica. Oggi invece manca la capacità di giudicare le proposte. Basta vedere l’informazione: se c’è una voce dev’esserci per forza la controvoce, ma che parità è?”.
C’è anche chi invoca il silenzio. “Qualcuno è saturo, non ne può più. Anche perché il giornalismo è molto invasivo e le inchieste sono fatte in maniera scorretta, si manipolano gli interventi. Ma la gente queste cose le capisce e chiede luoghi di riflessione autentici. Le sceneggiate alla Santoro non so a chi servano, forse a lui”. La chiesa investe abbastanza in questo lavoro nella formazione delle coscienze? “Di Giovanni Paolo II mi ha sempre impressionato la capacità di ricondurre il particolare in un orizzonte globale. Il Papa attuale lo apprezzo moltissimo perché torna a dare fondamenti e direttive, e poi finalmente si torna alla teologia. In realtà nella chiesa i punti di riferimento per i giovani non sono tantissimi. Ma la chiesa non può fornire un’offerta qualsiasi, deve distinguersi per la qualità del messaggio religioso, fatto di lettura della Parola di Dio, di preghiera e di accoglienza”. E in grado di parlare al mondo. “Su questa vicenda è chiaro che io non mi accodo. Questa era una vita che soffriva. Non era spenta, non era morta. Era una vita che soffriva e andava rispettata come qualsiasi altra vita che soffre. E’ un discorso così vasto è ha implicazioni così varie che va addirittura oltre l’ipotesi di una legge sull’eutanasia. Si è tornati all’antica barbarie: costui non serve né per la guerra né per il lavoro, quindi eliminiamolo. Quando nascono i volontari della morte, questa è barbarie. E uno che si è candidato a fare il boia con che animo tornerà ora dai suoi pazienti? Di quale professionalità ci fideremo quando entreremo in un ospedale d’ora in poi? Io lascerei per iscritto di non essere portato da un primario del genere. Ma con quale animo uno d’ora in poi andrà alla ‘Quiete’? Lì ci sono cinquecento anziani che sperano di passare gli ultimi giorni della loro vita assistiti e curati dignitosamente. Tra l’altro è un istituto che ha già avuto due denunce per maltrattamenti. Una casa in cui si porta una persona per farla morire, non perché sta morendo. Il concetto è diverso”.
Per qualcuno era già morta diciassette anni fa. “Tutte balle, diciassette anni fa non si è firmato un certificato di morte e non si è fatto un funerale. Tutto questo rischia di innescare reazioni sociali e politiche. Tra un po’ ci sono le elezioni. Sicuramente qualcuno si candiderà e così si compirà la strumentalizzazione della passione e morte di Eluana. Sempre che non ci sia dell’altro”. Si spieghi. “Mi vengono i brividi solo al pensarlo. Dietro potrebbe esserci un progetto di studio con un accordo preventivo. Eluana muore, verrà fatta l’autopsia, il cervello verrà tolto… La mia è solo una sensazione, ma non mi stupirei. Quando sulle ambulanze portavo da Schio a Vicenza i giovani che raccoglievo per strada in coma, l’ospedale li teneva solo nel caso in cui non solo potevano rianimarli ma anche nel caso potessero servire come donatori di organi; se la possibilità non c’era, spesso non li accettavano nemmeno. Io ho lavorato e bazzicato in questi ambienti e so che ci sono tante logiche, non tutte limpide”.
di Marco Burini DA IL FOGLIO

mercoledì 4 febbraio 2009

eluana 2

ELUANA/ 2. Una morte legale? Sì, come erano legali gli schiavi e le stelle gialle degli ebrei...
Assuntina Morresi
mercoledì 4 febbraio 2009

C’è una guardia giurata al terzo piano della clinica “La Quiete” a Udine. Controlla che nessuno entri nella stanza di Eluana Englaro, la prima persona in Italia che morirà di fame e di sete con l’autorizzazione dei giudici.

L’hanno portata via da Lecco con un’ambulanza, a notte fonda, nel buio, come ladri, e sono entrati in clinica da un ingresso laterale.

I volontari che faranno morire di fame e di sete la donna in stato vegetativo – una donna che respira da sola, che dorme e si sveglia, apre e chiude gli occhi, che deglutisce, che ha le mestruazioni, di cui nessuno è veramente in grado di dire se e cosa pensa, se e cosa prova – hanno costituito un’associazione, si chiama “per Eluana”. Ne fanno parte Amato De Monte, primario, e altri medici e tecnici specializzati.

L’hanno costituita dal notaio nei giorni scorsi.

Giudici, avvocati, notai: la morte per fame e sete di Eluana Englaro cerca di coprirsi con il manto della legalità. Ma la legalità e la giustizia non sono la stessa cosa: erano legali gli schiavi, e anche le stelle gialle degli ebrei.

La morte di Eluana, se avverrà per fame e per sete come descritto dai giudici, sicuramente non ha niente a che vedere con la giustizia, ed ha anche molte ombre per come la sua volontà è stata ricostruita.

Troppe le testimonianze discordi con quelle raccolte dalla Corte di Appello di Milano: almeno tre amiche, sue compagne di scuola, hanno dichiarato di non aver mai sentito Eluana dire che sarebbe stato meglio per lei morire piuttosto che vivere in certe condizioni, così come anche due suoi insegnanti (uno è adesso Preside di Giurisprudenza a Piacenza); c’è poi una lettera mai messa agli atti che contraddice quanto invece dedotto dai giudici. Ma questi fatti, resi pubblici da luglio – sul quotidiano Avvenire – e raccolti da un esposto presentato alla Procura di Milano, sono stati finora bellamente ignorati da chi aveva invece il compito di accertare la verità.

Se eseguiranno il decreto della Corte di Appello, Eluana morirà, e diranno che sarà morta naturalmente. Ma se c’è una morte innaturale, è proprio quella per fame e per sete. Si muore di malattia, di vecchiaia, per un incidente, una caduta: i morti per fame e per sete stanno nei paesi dimenticati da Dio, colpiti dalle carestie o dalla guerra, e di solito è uno scandalo quando nessuno li soccorre. Ma questo succedeva prima. Adesso, nel mondo alla rovescia che ci circonda, la fame e la sete pare siano diventati un segno di civiltà. Con la benedizione dei giudici, dei benpensanti, dei media, di Repubblica e del Corriere.

La vicenda di Eluana sarà di fatto uno spartiacque per il nostro paese, comunque si concluderà, non solo per le lacerazioni ed il pesantissimo clima conflittuale che vediamo già crescere furiosamente in queste ore.

L’ostinazione con cui è stata condotta questa vicenda, l’insistenza con cui si è cercato di far morire Eluana in una struttura pubblica, soprattutto in questi ultimi mesi e giorni, va ben oltre la battaglia personale di suo padre. E’ un’azione per portare nel nostro paese una mentalità e soprattutto una legislazione eutanasica, senza il confronto con il consenso popolare – come è stato per il referendum sulla legge 40, o per i DICO – ma che si è servita dei giudici i quali, come è noto, non sono espressione della volontà popolare, e le leggi non dovrebbero farle, ma cercare di farle rispettare.

E’ un’azione per distruggere, nel nostro paese, un sentire popolare e un tessuto sociale che, nonostante tutto, ancora possono definirsi cristiani. Bisogna esserne consapevoli.

eluana deve vivivere!!

Se questa è una donna che va portata a morire
Al mattino, come tutti noi, apre gli occhi. Più tardi, come capita a tanti disabili, viene sottoposta a fisioterapia. Nel pomeriggio, quando il tempo lo permette, è accompagnata in giardino per la passeggiata. Ecco la quotidianità di Eluana. Fino a ieri. IL RISVEGLIO Risveglio: per tutti noi un gesto quotidiano, l’alzarci dal letto e affrontare una nuova giornata. Per le persone in stato vegetativo invece una parola che assume tutto un al­tro significato: se avvenisse, vorrebbe dire il ritorno a una vita piena e consapevole... Risveglio: la meta agognata da parenti che attendono anni, a volte decenni. Il 'miracolo' che una volta ogni tanto avviene. Di recente è successo alle porte di Milano: Massimiliano, rimasto nel suo limbo lontano per oltre un decennio, ha improvvisamente alzato un braccio e ha ri­preso la trama della vita dal punto in cui l’aveva lasciata, da un gesto antico quanto la sua esi­stenza, quell’abbraccio con cui prima dell’incidente cingeva il collo di sua madre per baciarla. Per Eluana 'questo' risveglio non c’è stato, forse non ci sarà mai, forse invece è dietro l’ango­lo. Chissà. Ma anche lei, come tutti, saluta il mattino con la prima azione di ogni uomo vivo: a­pre gli occhi. Chi si immagina Eluana come un essere inanimato, un corpo sempre dormiente, è lontano da una realtà molto più semplice e in fondo commovente: i grandi occhi neri di E­luana ad ogni sorgere del sole si aprono al mondo. Si richiuderanno solo all’arrivo della sera... LA FISIOTERAPIA Non ci sono macchinari intorno al letto di Eluana, non monitor, non grovigli di fili, né spettrali bip bip, freddi e disumani come echi di un altro mondo. Il suo letto ha solo lenzuola candide e biancheria profumata: nulla più. E intorno al suo corpo si danno da fare a turno quattro fisioterapisti: non sta mai 'ferma', Eluana, grazie a loro, e così braccia e gambe sono tornite, non avvizzite e magre, il viso è paffuto, la pelle morbida come un velluto. Ogni giorno le suore la spalmano di creme e pettinano i suoi capelli ancora nerissimi... «Staccare la spina», si dice, ma si fa presto: non c’è niente che si possa staccare, perché Eluana a niente è 'attaccata' se non, tenacemente, alla vita. Non le hanno nemmeno ferito la gola con la tracheotomia perché respira come tutti noi, autonomamente, non c’è traccia di cannule o tubi, niente che la possa infettare con tremori di febbre... È una disabile grave ma non ha malattie - ammette anche il neurologo Defanti, amico di suo padre - «è una donna molto sana». Troppo. Perché muoia non resta che negarle cibo e acqua, renderla 'terminale' per fame e per sete: un sistema infallibile, alla lunga chiunque soccombe. LA PASSEGGIATA Se a Eluana sarà concessa un’altra primavera, fra tre mesi al primo tepore del sole potrà scendere di nuovo in giardino. Aria buona e pulita dopo un inverno trascorso in camera. Da anni e anni ci pensano le suore, a volte qualche amica, spesso suo padre, a portarla nel verde che circonda la clinica, sulle sponde del lago di Lecco, seduta sulla sedia a rotelle. È la stessa casa di cura in cui ormai tanti anni fa sua madre l’ha partorita, il primo ambiente che i suoi occhi hanno visto... da quindici anni è anche la sua casa. Eluana, con quella sua vita ai minimi termini, ha bisogno di poco, quasi di niente, un niente cui le suore aggiungono un surplus di amore: parole, silenzi, carezze, piccole e continue attenzioni. Le sente Eluana? Dietro il suo muro di incomunicabilità forse il fruscio di quelle vesti, le voci ormai note, il contatto di quelle mani familiari le danno sensazioni e sicurezza: là ' fuori' qualcuno la veglia. Nessun neurologo, nessuno scienziato ha mai saputo varcare la soglia misteriosa e valutare quanta coscienza resti a questi pazienti. Loro, quando ne escono, raccontano: « Sentivamo tutto, non sapevamo dirvelo».IL RIPOSO Sogna Eluana la notte? Se lo sono chiesto medici e neurologi, ma risposta non c’è. Forse notte e giorno nel suo limbo sono indistintamente un lungo strano sogno mai interrotto, chissà. Quel che è certo è che anche Eluana come tutti noi quando è sera chiude i grandi occhi neri e si addormenta. Notte e giorno, veglia e sonno, senza confondersi mai, e al calare del buio anche il suo corpo chiede riposo alla fine di una giornata come tante. Un sonno tranquillo, senza incubi, ed è proprio mentre dorme che un sottile sondino le instilla lentamente quella linfa vitale che chiamano 'alimentazione e idratazione', ma che sono solo cibo e acqua. Goccia a goccia ogni sera per ore entrano in lei e il suo corpo le assimila, si nutre, cresce, vive. È il suo unico ausilio, l’unica richiesta: negargliela significa ucciderla. E infatti è questo il metodo previsto dai 'protocolli' giudiziari per condurla alla morte... Nel silenzio della sera il mistero si infittisce, i dubbi crescono. Sulla parete della stanza sono incorniciate tante Eluane, belle, sorridenti, giovani, piene di vita, maliziose, allegre, spensierate: crudele guardare quelle foto e chiedersi in che piega è nascosto oggi il sorriso di diciassette anni fa. Eluana - la sua anima - gioca a nascondino ma da qualche parte c’è. Che cosa ha vissuto in sé Eluana di questa ennesima giornata? Che cosa ha avvertito? A volte ha sussultato, altre ha sospirato, talvolta ha persino teso la bocca in un sorriso, ma era poi un sorriso? Inutile farsi domande, impossibile darsi risposte, Eluana è viva e questo basta.

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giovedì 29 gennaio 2009

MAI PIU' UOMINI CONTRO...

Voi che vivete sicuriNelle vostre tiepide caseVoi che trovate tornando a seraIl cibo caldo e visi amiciConsiderate se questo è un uomoChe lavora nel fangoChe non conosce paceChe lotta per un pezzo di paneChe muore per un sì o per un no.Considerate se questa è una donna,Senza capelli e senza nomeSenza piu' forza di ricordareVuoti gli occhi e freddo il gremboCome una rana d' invernoMeditate che questo è stato:Vi comando queste parole.Scolpitele nel vostro cuoreStando in casa andando per via,Coricandovi alzandovi;Ripetetele ai vostri figli.O vi si sfaccia la casa,La malattia vi impediscaI vostri nati torcano il viso da voi.Primo LeviIl Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo (nazismo) e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.Il testo dell'articolo 1 della legge così definisce le finalità del Giorno della Memoria:« La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati." Sono molte le atrocitànel mondo e moltissimii pericoli.Ma di una cosa sono certo: il male peggiore è l’indifferenza.Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza; il contrario della vitanon è la morte, ma l’indifferenza; il contrario dell’intelligenza non èla stupidità, ma l’indifferenza.E’ contro di essa che bisogna combattere con tutte le proprie forze.E per farlo un’arma esiste: l’educazione.Bisogna praticarla, diffonderla,condividerla, esercitarla sempre e dovunque. Non arrendersi mai "Elie Wiesel,Premio Nobel per la pace, 1986
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Per non dimenticare, per non lasciare che nella società di oggi, tra grande fratello,playstation, discoteche, alcol droghe e svaghi di ogni genere, tutto ciò che è successo che è stato vissuto dai nostri nonni vada perso...Per non lasciare che accada ancora, per ricordare che la vita è importante e va preservata, per ricordare che nessun uomo ha il diritto di togliere la liberta', l'identita' e "l'umanità" ad un altro uomo...Per ricordare che tutte le religioni portano ad un unico DIO, per ricordare che le guerre di religioni non dovrebbero esistere, per ricordare che la diversità non è un limite ma una possibilità...Possibilità di crescere, di arricchire la propria anima di mantenere i propri ideali entrando in contatto e capendo le motivazioni e gli ideali altrui, rispettandoli, diventando così persone MIGLIORI.TOLLERANZA e EMPATIA sono la parola d'ordine...La capacità di mettersi nei panni degli altri, oggi, è una qualità rara... PRESERVIAMOLA!!!Un pensiero va a tutte le anime di coloro che non possono leggere tutto cio...Le VITTIME di questo FOLLE STERMINIO DI MASSA ...Un pensiero a chi è SOPRAVVISSUTO a tutto ciò e ha VISSUTO un intera VITA guardando il mondo con gli OCCHI DI CHI HA VISTO E NON DIMENTICHERà MAI, ed ha VISSUTO UNA VITA CON LA MORTE NEL CUORE E NELL'ANIMA.Un pensiero a coloro che hanno PERSO la VITA per SALVARE altre VITE......e che hanno rivolto alle nostre generazioni un unica RICHIESTA NON DIMENTICHIAMO...Elena

sabato 24 gennaio 2009

AGLI AMICI NON CREDENTI, DIO C'E' E CREDE IN VOI!

Carissimo popolo di quelli che vivono pensando che Dio non esiste,
in questo vostro percorso che cerca prendere le distanze dal Creatore , tra le configurazioni possibili delle conseguenze spirituali, c’è anche questa:
decidete di non essere Fede e Ragione insieme, ma di essere soltanto Ragione o soltanto Ragione più la Negazione della fede.
Si capisce perciò come una tale premessa possa provocare una rottura traumatica con la tradizione specialmente cattolica che al contrario predica che l’uomo è equilibrio positivo tra Fede e Ragione (l’uomo è sintesi tra le due); onde l’una non si può disgiungere dall’altra, senza che la sintesi consigliata da Dio stesso (mediante la Sacra Scrittura e l’esempio di Vita di Cristo) venga meno ; cioè senza che la sintesi migliore tra le possibili, venga meno.
A questo punto sorge spontanea la seguente domanda : che vantaggio ci si può trovare a infernare la propria esistenza trasformando la fede in Dio in negazione di Dio; e comandando in aggiunta, alla ragione, di ubbidire a tale ipotesi negatoria?
Voglio dire che anche considerando la condizione antropologica dell’uomo, tutto contraddice una simile posizione negaevidenze :
perché ad esempio, se si è troppo tristi, troppo pessimisti, troppo preoccupati del presente come del domani, è noto come ciò sia controproducente per la serenità interiore e per la lucidità completa delle proprie scelte; e sempre a titolo di esempio, se Galilei o qualche suo collega, compreso voi stessi allorché vi improvvisate scienziati (cioè cercatori del vero o delle leggi o fenomeni della natura) avesse pensato come premetodologia, che i fenomeni o leggi della natura, non esistono, come avrebbe potuto localizzarne uno solo di essi ? Al contrario fu proprio l’idea che la Natura è il Libro di Dio (un libro pieno di leggi o fenomeni incasuali e localizzabili dalla ragione del premetodo e del metodo) a favorire l’indagine sulla stessa natura . E sempre nella logica dell’esempio, se per via di un Eclissi o di uno Tsunami si pensa che il sole non tornerà più, cioè si nega la possibilità o esito positivi della tempesta, il sole e il buon tempo tornerà lo stesso; ma chi ci assicura che a causa della eccessiva preoccupazione o panico, qualcuno non si faccia del male, fuggendo esageratamente, magari cadendo nel vortice della corrente o inciampando per via del buio?
Si potrebbe continuare all’infinito con simili esempi. Ce n’è abbastanza tuttavia per poter dire che la vita umana anche in senso antropologico è aperta alla speranza del vivere; cioè a quell’equilibrio razionale che non nega ma afferma lo sviluppo accettabile o migliore del futuro, senza cadere sia nella inconsapevolezza delle malipossibilità o del pessimismo eccessivo, sia all'opposto, dell'ottimismo eccessivo.
Però negare l’esistenza di Dio, diventa anche una forma di negazione della ordetta predisposizione antropologica della stessa esistenza o vita umana. Onde senza cavalcare la medesima predisposizione, come sembrate far voi, vi predisponete allo stesso tempo all’insuccesso investigativo; ma quel che è peggio vi predisponete all’inerzia investigativa sull’esistenza di Dio. Onde come si può trovare ciò che si spera (per via della negazione antropologica) e si crede (per via della negazione o fede al negativo) effettivamente non esistere?
Qui cari miei siamo di fronte a un pericolosissimo vizio metodologico e filosofico, che non ha niente di scientifico, in quanto manipola arbitrariamente le stesse premesse migliori della ricerca scientifica e filosofica, ma (e ciò è molto peggio) anche della ricerca, per così dire, della qualità migliore della vita; infatti che vita è quella di qualcuno che anziché decidere di verificare se Dio esiste o no, decide semplicemente che Dio non esiste; così ha risolto al meglio ogni problema.
Credetemi o connazionali, chiunque siate e ovunque siate : non bisogna decidere che Dio non esiste; ma bisogna decidere di verificare continuamente (finché morte non ci separa) l’esistenza o la non esistenza di Dio. I credenti veri sono quelli che sperimentano quotidianamente l’esistenza di Dio. Onde del pari si può dire che i veri non credenti sono quelli che cercano Dio e non quelli che decidono di non cercarlo e per logica conseguenza, dicono che non c’è .
In conclusione, perché non cercate di cambiar metodo al modo seguente: provate a fare l’ipotesi che Dio esiste; dopodiché mettetelo alla prova se esiste o no : se esiste dovrà consigliare al meglio su come comportarci verso gli altri uomini e il Creato; dovrà dirci abbastanza spesso se quello che facciamo è giusto o sbagliato (voce della coscienza)..ecc.
Se al termine della prova dell’esistenza o meno di Dio (chiamiamola così) non si è soddisfatti, si manifesti pure il proprio disappunto per la mancata risposta. Ma non commettete l’errore di smettere di cercare: considerate: il mondo è pieno di luoghi dove il mistero parla (i santuari, i santi, la gerarchia ecclesiastica, persone miracolate, la Sindone, il cuore stesso dell’uomo –le muse degli antichi, lo Spirito dei cristiani, lo spiritismo degli idolatri e maghi…-). Perciò rompete l’anima al mistero: chiedete, domandate, investigate con buona fede, e troverete anche voi. Non potete non trovare perché sta scritto : Cercate e troverete . Battete e vi sarà aperto .

Migliori da

Orlando Metozzi
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Sui Documenti e la Storia della Chiesa, ci sono infinite forzature e manipolazioni del vero. Ve ne mando uno che parla del rapporto tra fede e ragione. Spero che quello che sapete in proposito sia corretto.
Fede e Ragione
Dalla Costituzione dogmatica Dei Filius (Concilio Vaticano I), 24 aprile 1870, cap. IV (testo latino in Denzinger, Enchiridion Simbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum, §§ 3015-3020):
«La Chiesa cattolica ha sempre unanimemente creduto e ancora crede che esistono due ordini di conoscenza, distinti non solo per il loro principio, ma anche per il loro oggetto: per il loro principio, perché nell’uno conosciamo con la ragione naturale, nell’altro con la fede divina; per l’oggetto, perché oltre la verità che la ragione naturale può capire, ci è proposto di vedere i misteri nascosti in Dio, che non possono essere conosciuti se non rivelati dall’alto.
È questo il motivo per cui l’apostolo, che pure testimonia che Dio è stato conosciuto dai pagani “attraverso le cose create” (Rm 1,20), quando parla della grazia e della verità venutaci da Cristo (cfr. Gv 1,17), dichiara: “Parliamo di una sapienza divina misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla... Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio” (1Cor 2,7-8.10). E lo stesso Unigenito benedice il Padre perché ha nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le ha rivelate ai piccoli (cfr. Mt 11,25).
Quando la ragione, illuminata dalla fede, cerca con zelo, pietà e moderazione, per il dono di Dio arriva a una certa conoscenza molto feconda dei misteri, sia grazie all’analogia con ciò che conosce naturalmente, sia per il nesso degli stessi misteri fra loro e con il fine ultimo dell’uomo. Mai, però, essa è resa capace di penetrarli come le verità che formano il suo oggetto proprio. I misteri divini, infatti, per loro intrinseca natura, sorpassano talmente l’intelligenza creata, che anche se trasmessi per divina rivelazione e ricevuti mediante la fede, rimangono avvolti nel velo della fede e quasi avviluppati in una caligine, fino a quando, in questa vita mortale, “siamo in esilio lontani dal Signore, camminiamo nella fede e non ancora in visione” (2Cor 5,6).
Ma anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione: poiché lo stesso Dio, che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione, questo Dio non potrebbe negare se stesso, né il vero contraddire il vero. Questa inconsistente apparenza di contraddizione, nasce specialmente dal fatto che i dogmi della fede non sono stati compresi ed esposti secondo il pensiero della Chiesa, o che opinioni false sono scambiate per conclusioni della ragione. Noi definiamo dunque che tutte le affermazioni contrarie alla verità attestata da una fede illuminata sono senz’altro false (cfr. Concilio Lateranense V, DH 1441).
(…) E non solo la fede e la ragione non possono mai essere in contrasto tra di loro, ma possono darsi aiuto scambievole: la retta ragione, infatti, dimostra i fondamenti della fede e, illuminata dalla sua luce, può coltivare la scienza delle cose divine; la fede, invece, libera e protegge la ragione dagli errori e l’arricchisce di molteplici cognizioni.
Perciò la Chiesa, ben lungi dall’opporsi allo studio delle arti e delle discipline umane, le favorisce e le promuove in ogni maniera. Essa, infatti, non ignora e non disprezza i vantaggi che ne derivano per la vita degli uomini; riconosce anche che esse, venute in qualche modo da Dio, Signore delle scienze (cfr. 1Sam 2,3), possono condurre a Lui con l’aiuto della grazia, se usate come si deve.
E certo non proibisce che tali discipline, ciascuna nel proprio ambito, utilizzino propri principi e un proprio metodo; ma pur riconoscendo questa legittima libertà, essa cerca di evitare che, in contrasto con la dottrina divina, accolgano in sé degli errori, o che sorpassando i propri limiti, invadano e sconvolgano il dominio della fede.
La dottrina della fede, che Dio ha rivelato, non è stata proposta all’intelligenza umana come un sistema filosofico da perfezionare, ma, come un divino deposito, è stata affidata alla Chiesa sposa di Cristo, perché la custodisca fedelmente e infallibilmente la proclami. In conseguenza il senso dei sacri dogmi che deve essere sempre conservato è quello che la santa madre Chiesa ha determinato una volta per tutte e non bisogna mai allontanarsi da esso sotto il pretesto e in nome di un’intelligenza più profonda. “Crescano pure, quindi, e progrediscano largamente e intensamente, per ciascuno come per tutti, per un sol uomo come per tutta la Chiesa, l’intelligenza e la scienza, la sapienza, secondo i ritmi propri a ciascuna generazione e a ciascun tempo, ma esclusivamente nel loro ordine, nella stessa credenza, nello stesso senso e nello stesso pensiero” (Vincenzo di Lerins, Commonitorium, 23, 3)».» Stampa
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mercoledì 14 gennaio 2009

IL TESTAMENTO DI S. FRANCESCO

1. Il Signore dette a me, frate Francesco, d'incominciare a fare penitenza così: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi;2. E il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia.3. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d'animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo. 4. E il Signore mi dette tale fede nelle chiese, che io così semplicemente pregavo e dicevo:5. Ti adoriamo, Signore Gesù Cristo, anche in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, perché con la tua santa croce hai redento il mondo. 6. Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. 7. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. 8. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori.9. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. 10. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ad essi soli amministrano agli altri. 11. E voglio che questi santissimi misteri sopra tutte le altre cose siano onorati, venerati e collocati in luoghi preziosi. 12. E dovunque troverò manoscritti con i nomi santissimi e le parole di lui in luoghi indecenti, voglio raccoglierli, e prego che siano raccolti e collocati in luogo decoroso.13. E dobbiamo onorare e venerare tutti i teologi e coloro che amministrano le santissime parole divine, così come coloro che ci amministrano lo spirito e la vita.14. E dopo che il Signore mi diede dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo.15. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò.16. E quelli che venivano per abbracciare questa vita, distribuivano ai poveri tutto quello che potevano avere, ed erano contenti di una sola tonaca, rappezzata dentro e fuori, del cingolo e delle brache.17. E non volevano avere di più.18. Noi chierici dicevamo l'ufficio, conforme agli altri chierici; i laici dicevano i Pater noster; e assai volentieri ci fermavamo nelle chiese.19. Ed eravamo illetterati e sottomessi a tutti.20. Ed io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare; e voglio fermamente che tutti gli altri frati lavorino di un lavoro quale si conviene all'onestà.21. Coloro che non sanno, imparino, non per la cupidigia di ricevere la ricompensa del lavoro, ma per dare l'esempio e tener lontano l'ozio.22. Quando poi non ci fosse data la ricompensa del lavoro, ricorriamo alla mensa del Signore, chiedendo l'elemosina di porta in porta. 23. Il Signore mi rivelò che dicessimo questo saluto:"Il Signore ti dia la pace! ".24. Si guardino bene i frati di non accettare assolutamente chiese, povere abitazioni e quanto altro viene costruito per loro, se non fossero come si addice alla santa povertà, che abbiamo promesso nella Regola, sempre ospitandovi come forestieri e pellegrini.25. Comando fermamente per obbedienza a tutti i frati che, dovunque si trovino, non osino chiedere lettera alcuna (di privilegio) nella curia romana, nè personalmente nè per interposta persona, nè per una chiesa nè per altro luogo, nè per motivo della predicazione, nè per la persecuzione dei loro corpi; 26. Ma, dovunque non saranno accolti, fuggano in altra terra a fare penitenza con la benedizione di Dio.27. E fermamente voglio obbedire al ministro generale di questa fraternità e a quel guardiano che gli piacerà di assegnarmi.28. E così voglio essere prigioniero nelle sue mani, che io non possa andare o fare oltre l'obbedienza e la sua volontà, perché egli è mio signore.29. E sebbene sia semplice e infermo, tuttavia voglio sempre avere un chierico, che mi reciti l'ufficio, così come è prescritto nella Regola.30. E tutti gli altri frati siano tenuti ad obbedire allo stesso modo ai loro superiori e a recitare l'Ufficio secondo la Regola.31. E quelli che siano trovati che non volessero recitare l'Ufficio secondo la Regola, o volessero in qualunque modo variarlo, o non fossero cattolica, tutti i frati, dovunque siano, per essere tenuto per obbedienza debbono presentare qualsiasi di quelli, lo dovunque lo trovino, ai custodi più prossimi di dove lo trovano.32. E quel custode è tenuto per obbedienza a custodirlo fermamente come un uomo in catene giorno e notte così che non possa essere strappato dalle sue mani, finché proprio lui in persona lo presenterà nelle mani del suo ministro.33. E quel ministro è tenuto per l'obbedienza a mandarlo per mezzo di tali frati che lo custodiscano fortemente come un uomo in catene di giorno e di notte, finché lo presentano al signore di Ostia, che è signore, protettore e correttore di tutta la fraternità.34. E non dicano i frati: Questa è un'altra Regola, perché questa è un ricordo, un'ammonizione, un'esortazione e il mio testamento, che io, frate Francesco piccolino, faccio a voi, miei fratelli benedetti, perché osserviamo più cattolicamente la Regola che abbiamo promesso al Signore. 35. E il ministro generale e tutti gli altri ministri custodi siano tenuti, per obbedienza, a non aggiungere e a non togliere niente da queste parole. 36. E sempre tengano con se questo scritto assieme alla Regola.37. E in tutti i capitoli che fanno, quando leggono la Regola, leggano anche queste parole.38. E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano spiegazioni nella Regola e in queste parole dicendo: "Così si devono intendere"39. ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con semplicità e senza commento e di osservarle con sante opere sino alla fine. 40. E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell'altissimo Padre, e in terra sia ricolmato della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i Santi.41. Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. (Amen).

martedì 6 gennaio 2009

QUANDO LA VITA VINCE SULL'HANDICAP....

Milano
Il miracolo della scuola cablata per far studiare il piccolo Marco
Ha 8 anni e l'atrofia muscolare. Una webcam lo trasporta in classe
Marco, 8 anni, affetto dal atrofia muscolare spinale (Fotogramma)MILANO — Marco va a scuola in astronave. Le sue mani, i suoi occhi, le sue parole volano nello spazio lo portano fino a scuola. Nella sua aula, la terza elementare, fino al suo banco, l'ultimo in fondo così che tutti i compagni si possano voltare e guardarlo in viso dalla webcam ridere, sorridere, pensare. Marco ha 8 anni e la Sma. L'atrofia muscolare spinale, la malattia che a poco a poco gli ha bloccato i muscoli, che lo ha costretto a vivere senza muoversi, a vedere il mondo attraverso il flusso di bit che corre nella fibra ottica.
Fino allo scorso settembre l'atrofia muscolare gli aveva lasciato al massimo tre giorni di scuola all'anno. Il primo e gli ultimi due, giusto per guardare in faccia i compagni dell'Istituto comprensivo Italo Calvino di via Frigia, a Milano. Troppo poco per conoscerli e farseli amici. Oggi Marco ha battuto la malattia inguaribile. Grazie al computer, alla webcam e alla fibra ottica Marco riprende ogni mattina il suo posto in classe in mezzo ai compagni che adesso sono i suoi amici. Forza della tenacia dei genitori che hanno tentato, studiato, scoperto soluzioni che gli permettessero di ricominciare ad essere Marco, quello dell'ultimo banco dove ora in un grande schermo ci sono i suoi occhi vispi e marroni. La sua «astronave», la libreria piena di fili e lucine, con schermo e tastiera, è un regalo di tanti. Della mamma Laura, del preside del Calvino, Aldo Acquati, dei tecnici che gli hanno cablato la casa e la scuola con la fibra ottica, della maestra di sostegno che lo segue a domicilio, degli insegnati che non hanno mai smesso di credere che fosse possibile. «E lo è. Oggi dopo tre anni di tentativi Marco ha ripreso a seguire le lezioni — racconta la madre —. Mezza giornata di scuola a distanza, poi le terapie per aiutarlo a respirare». Nonostante la malattia lo costringa su una sedia a rotelle, nonostante i muscoli siano fasci di fibre senza forza, Marco muove le dita sulla «cloche», sul joystick che dirige le telecamere nell'aula.
Con le dita zooma sui visi dei compagni, sulla lavagna e sul professore. «Abbiamo voluto che tutto apparisse reale, che Marco avesse la possibilità di "muoversi" liberamente all'interno della classe», racconta la madre. Perché più che la didattica, qui conta la possibilità di vivere «come gli altri compagni, di sentirsi uno di loro». «La nostra non è un'esperienza di pietà. Non vuole esserlo. Nostro figlio non ha bisogno di compassione ma di vivere — spiegano i genitori —. Abbiamo scelto cure poco invasive, come l'uso di respiratori esterni evitando la tracheotomia, che altrimenti bloccherebbe la possibilità di parlare. Marco non si muove, ma è lucido e parla come un normale bambino di 8 anni». A volte l'amore, l'affetto dei genitori aiuta a vedere più in là delle speranze della medicina. Non è questo il caso: «È una malattia inguaribile, nessuno alimenta false attese». Neppure Marco che a volte lo chiede a sua mamma e ai professori: «Perché proprio a me, perché non sono come loro?». Oggi sa che la sua è una vita speciale, una su 10 mila. Colpita senza scampo da una malattia che, nelle conseguenze fisiche, è molto vicina alla terribile Sla, la sclerosi laterale amiotrofica diventata celebre perché ha mietuto vittime soprattutto tra gli ex calciatori.
«Abbiamo aperto una strada, ma non è stato facile — dicono i genitori —. Oggi grazie al professor Giuseppe Marraro del Fatebenefratelli di Milano, siamo in contatto con altre famiglie e cerchiamo di raccontare la nostra esperienza». Che poi è soprattutto tecnica, come lo scoprire a forza di tentativi la difficoltà di «trasportare» via web voci e parole come se fossero vere: «Ai primi tentativi c'erano problemi di sincronismo: prima le immagini, poi il suono. Oggi grazie alla fibra ottica è tutto reale». Ancora meglio della videoconferenza tra dirigenti aziendali vista quattro anni fa in un servizio televisivo e che aveva fatto scattare l'idea della tele-scuola. Un'idea costosa. «Il preside dell'istituto ha accettato di accollarsi le spese per la cablatura dell'aula e per l'attrezzatura scolastica — conclude la madre —. Uno sforzo non indifferente». Un'eccezione in tempi di tagli. «Oltre ogni aspettativa».

Cesare Giuzzi

06 gennaio 2009

CORRIERE DELLA SERA