venerdì 20 marzo 2009

PAPA BENEDETTO E LA FAMIGLIA CRISTIANA AFRICANA

Voi vedete, noi domandiamo al Signore di custodire sempre la Chiesa sotto la sua costante protezione – ed Egli lo fa! – esattamente come Giuseppe ha protetto la sua famiglia e ha vegliato sui primi anni di Gesù bambino.Il Vangelo ce lo ha appena ricordato. L’Angelo gli aveva detto: «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa» (Mt 1,20), ed è esattamente quello che ha fatto: «Egli fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). Perché san Matteo ha tenuto ad annotare questa fedeltà alle parole ricevute dal messaggero di Dio, se non per invitarci ad imitare questa fedeltà piena di amore?La prima lettura che abbiamo appena ascoltato non parla esplicitamente di san Giuseppe, ma ci dice molte cose su di lui. Il profeta Natan va a dire a Davide su ordine del Signore stesso: «Io susciterò un tuo discendente dopo di te» (2 Sam 7,12). Davide deve accettare di morire senza vedere la realizzazione di questa promessa, che si tradurrà in atto «quando i suoi giorni saranno compiuti» ed egli dormirà «con i suoi padri». Così vediamo che uno dei desideri più cari dell’uomo, quello di essere testimone della fecondità della sua azione, non è sempre esaudito da Dio. Penso a quelli tra di voi che sono padri e madri di famiglia: essi hanno molto legittimamente il desiderio di dare il meglio di loro stessi ai lori figli e li vogliono vedere pervenire ad una vera riuscita. Tuttavia, non bisogna ingannarsi circa questa riuscita: quello che Dio domanda a Davide è di darGli fiducia. Davide stesso non vedrà il suo successore, colui che avrà un trono «stabile per sempre» (2 Sam 7,16), perché questo successore annunciato sotto il velo della profezia è Gesù. Davide si fida di Dio. Ugualmente, Giuseppe dà fiducia a Dio quando ascolta il suo messaggero, il suo Angelo, dirgli: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo» (Mt 1,20). Giuseppe è, nella storia, l’uomo che ha dato a Dio la più grande prova di fiducia, anche davanti ad un annuncio così stupefacente.E voi, cari padri e madri di famiglia che mi ascoltate, avete fiducia in Dio che fa di voi i padri e le madri dei suoi figli di adozione? Accettate che Egli possa contare su di voi per trasmettere ai vostri figli i valori umani e spirituali che avete ricevuto e che li faranno vivere nell’amore e nel rispetto del suo santo Nome? In questo nostro tempo, in cui tante persone senza scrupoli cercano di imporre il regno del denaro disprezzando i più indigenti, voi dovete essere molto attenti. L’Africa in generale, ed il Camerun in particolare, sono in pericolo se non riconoscono il Vero Autore della Vita! Fratelli e sorelle del Camerun e dell’Africa, voi che avete ricevuto da Dio tante qualità umane, abbiate cura delle vostre anime! Non lasciatevi affascinare da false glorie e da falsi ideali. Credete, si, continuate a credere che Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo, è il solo ad amarvi come voi vi aspettate, che è il solo a potervi soddisfare, a poter dare stabilità alle vostre vite. Cristo è l’unico cammino di Vita.Solo Dio poteva dare a Giuseppe la forza di far credito all’angelo. Solo Dio vi darà, cari fratelli e sorelle che siete sposati, la forza di educare la vostra famiglia come Egli vuole. DomandateGlielo! Dio ama che gli si domandi quello che egli vuole donare. DomandateGli la grazia di un amore vero e sempre più fedele, ad immagine del Suo amore. Come dice magnificamente il Salmo: il suo «amore è edificato per sempre, [la sua] fedeltà è più stabile dei cieli» (Sal 88, 3).Come in altri continenti, oggi la famiglia conosce effettivamente, nel vostro Paese e nel resto dell’Africa, un periodo difficile che la sua fedeltà a Dio l’aiuterà a superare. Alcuni valori della vita tradizionale sono stati sconvolti. I rapporti tra le generazioni si sono modificati in una maniera tale da non favorire più come prima la trasmissione della conoscenze antiche e della saggezza ereditata dagli antenati. Troppo spesso si assiste ad un esodo rurale paragonabile a quello che numerosi altri periodi umani hanno conosciuto. La qualità dei legami familiari ne risulta profondamente intaccata. Sradicati e resi più fragili, i membri delle giovani generazioni, spesso –ahimè! - senza un vero lavoro, cercano rimedi al loro male di vivere rifugiandosi in paradisi effimeri e artificiali importati di cui si sa che non arrivano mai ad assicurare all’uomo una felicità profonda e duratura. A volte anche l’uomo africano è costretto a fuggire fuori da se stesso, e ad abbandonare tutto ciò che costituiva la sua ricchezza interiore. Messo a confronto col fenomeno di una urbanizzazione galoppante, egli abbandona la sua terra, fisicamente e moralmente, non come Abramo per rispondere alla chiamata del Signore, ma per una sorta di esilio interiore che lo allontana dal suo stesso essere, dai suoi fratelli e sorelle di sangue e da Dio stesso.Vi è dunque una fatalità, una evoluzione inevitabile? Certo che no! Più che mai dobbiamo «sperare contro ogni speranza» (Rm 4,18). Voglio rendere omaggio qui con ammirazione e riconoscenza al notevole lavoro realizzato da innumerevoli associazioni che incoraggiano la vita di fede e la pratica della carità. Ne siano calorosamente ringraziate! Trovino nella Parola di Dio un ritorno di forza per portare felicemente a termine tutti i loro progetti al servizio di uno sviluppo integrale della persona umana in Africa, e in particolare in Camerun.La prima priorità consisterà nel ridare senso all’accoglienza della vita come dono di Dio. Per la Sacra Scrittura come per la migliore saggezza del vostro continente, l’arrivo di un bambino è una grazia, una benedizione di Dio. L’umanità è oggi invitata a modificare il suo sguardo: in effetti, ogni essere umano, anche il più piccolo e povero, è creato «ad immagine e somiglianza di Dio» (Gn 1,27). Egli deve vivere! La morte non deve prevalere sulla vita! La morte non avrà mai l’ultima parola!Figli e figlie d’Africa, non abbiate paura di credere, di sperare e di amare, non abbiate paura di dire che Gesù è la Via, la Verità e la Vita, che soltanto da lui possiamo essere salvati. San Paolo è l’autore ispirato che lo Spirito Santo ha donato alla Chiesa per essere il «maestro dei pagani» (1Tm 2,7), quando ci dice che Abramo «credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli, come gli era stato detto: Così sarà la tua discendenza» (Rm 4,18).«Saldo nella speranza contro ogni speranza»: non è una magnifica definizione del cristiano? L’Africa è chiamata alla speranza attraverso voi e in voi! Col Cristo Gesù, che ha calpestato il suolo africano, l’Africa può diventare il continente della speranza. Noi tutti siamo membri dei popoli che Dio ha dato come discendenza ad Abramo. Ciascuno e ciascuna di noi è pensato, voluto e amato da Dio. Ciascuno e ciascuna di noi ha il suo ruolo da giocare nel piano di Dio, Padre, Figlio e Spirito Santo. Se lo scoraggiamento vi invade, pensate alla fede di Giuseppe; se l’inquietudine vi prende, pensate alla speranza di Giuseppe, discendente di Abramo che sperava contro ogni speranza; se vi prende l’avversione o l’odio, pensate all’amore di Giuseppe, che fu il primo uomo a scoprire il volto umano di Dio nella persona del bambino concepito dallo Spirito santo nel seno della Vergine Maria. Benediciamo Cristo per essersi fatto così vicino a noi e rendiamoGli grazie di averci dato Giuseppe come esempio e modello dell’amore verso di Lui.Cari fratelli e sorelle, ve lo dico di nuovo di tutto cuore: come Giuseppe, non temete di prendere Maria con voi, cioè non temete di amare la Chiesa. Maria, Madre della Chiesa, vi insegnerà a seguire i suoi Pastori, ad amare i vostri Vescovi, i vostri preti, i vostri diaconi e i vostri catechisti, e a seguire ciò che vi insegnano e a pregare secondo le loro intenzioni. Voi che siete sposati, guardate l’amore di Giuseppe per Maria e per Gesù; voi che vi preparate al matrimonio, rispettate la vostra o il vostro futuro coniuge come fece Giuseppe; voi che vi siete consacrati a Dio nel celibato, riflettete sull’insegnamento della Chiesa nostra Madre: «La verginità e il celibato per il Regno di Dio non solo non contraddicono alla dignità del matrimonio, ma la presuppongono e la confermano. Il matrimonio e la verginità soni i due modi di esprimere e di vivere l’unico mistero dell’Alleanza di Dio col suo popolo» (Redemptoris custos, 20).Vorrei ancora rivolgere una esortazione particolare ai padri di famiglia, poiché san Giuseppe è il loro modello. San Giuseppe rivela il mistero della paternità di Dio su Cristo e su ciascuno di noi. E’ lui che può loro insegnare il segreto della loro stessa paternità, egli che ha vegliato sul Figlio dell’Uomo. Anche ogni padre riceve da Dio i suoi figli creati ad immagine e somiglianza di Lui. San Giuseppe è stato lo sposo di Maria. Anche ogni padre di famiglia si vede confidare il mistero della donna attraverso la sua propria sposa. Come San Giuseppe, cari padri di famiglia, rispettate e amate la vostra sposa, e guidate i vostri bambini, con amore e con la vostra presenza accorta, verso Dio dove essi devono essere (cfr Lc 2,49).Infine, a tutti i giovani che sono qui, io rivolgo parole di amicizia e di incoraggiamento: davanti alle difficoltà della vita, mantenete il coraggio! La vostra esistenza ha un prezzo infinito agli occhi di Dio. Lasciatevi prendere da Cristo, accettate di donarGli il vostro amore e, perché no, voi stessi nel sacerdozio o nella vita consacrata! È il più alto servizio. Ai bambini che non hanno più un padre o che vivono abbandonati nella miseria della strada, a coloro che sono separati violentemente dai loro genitori, maltrattati e abusati, e arruolati a forza in gruppi militari che imperversano in alcuni Paesi, vorrei dire: Dio vi ama, non vi dimentica e san Giuseppe vi protegge! Invocatelo con fiducia.Dio vi benedica e vi custodisca tutti! Vi dia la grazia di avanzare verso di Lui con fedeltà. Doni alle vostre vite la stabilità per raccogliere il frutto che Egli si aspetta da voi! Vi renda testimoni del suo amore, qui, in Camerun, e fino alle estremità della terra! Io Lo prego con fervore di farvi gustare la gioia di appartenerGli, ora e per i secoli dei secoli.

mercoledì 4 marzo 2009

LA CONCRETEZZA DEL CRISTIANO

Ecco perché il cristiano è “l’uomo della realtà”
di Rai Vaticano 24 Febbraio, 2009
Vorrei qui sostenere una tesi e ragionarci un po’ sopra. Anche se molti sostengono il contrario, a me sembra che il cristiano sia l’uomo della realtà. E sapete da che cosa lo si capisce? Dalle parole che usa. Faccio qualche esempio. Il cristiano vede un feto e dice “quella è vita”. Non dice: quella è una cosa che assomiglia alla vita, oppure è vita al quaranta per cento. Che sia vita lo vedono tutti, però chi non è uomo della realtà, perché magari ne ha paura o perché vuole imporre una sua idea contro la realtà stessa, si inventa altre definizioni. Lo stesso dicasi per la morte. Quando il cristiano deve parlare di una persona che è morta dice che è morta. Non teme la realtà e non la vuole cambiare. Chi invece la teme e la vuole cambiare, anche contro ogni evidenza, dice che quella persona se n’è andata, o è passata a miglior vita, è volata via oppure (come ho sentito dire) è “terminata”. Tutto va bene purché non si usi la parola morte.Perché mi preme sottolineare che il cristiano è l’uomo della realtà? Perché il cristiano, proprio in quanto uomo della realtà, si comporta su base morale, e su questa base si impegna nei confronti di se stesso e degli altri. Anche la morale è reale. Estremamente reale perché estremamente umana. Il cristiano lo sa e si comporta di conseguenza. L’uomo ideologico invece lo nega, dice che la morale è una “sovrastruttura”, e così trova il modo di fare quello che gli pare, che gli fa più comodo, che gli procura più piacere. Che il suo non sia un comportamento morale, e quindi non umano, lo sa anche lui. Ma nega l’evidenza.Il cristiano, quando si imbatte in un’altra persona, anche se questa persona ha il colore della pelle diverso dal suo e parla una lingua diversa dalla sua, vede immediatamente nell’altro un suo simile. Vedendolo simile prova nei suoi confronti senso di solidarietà. E con quel suo simile vuole parlare, vuole confrontarsi, vuole creare un rapporto. Tutto ciò fa parte semplicemente della realtà, perché noi siamo fatti così. Siamo essere morali. Invece l’uomo che, ideologicamente, nega la realtà che cosa fa? Magari prende a pretesto il colore della pelle per dire che quella persona è meno persona delle altre. O magari prende a pretesto la lingua, o il paese di provenienza, o la religione, o il colore degli occhi, o dei capelli. Chi vuol negare la realtà ha mille pretesti a disposizione, uno più utile dell’altro. Non c’è che da scegliere.Ecco perché per il cristiano l’impegno, nel senso di impegno morale, non è una scelta fra tante, ma è semplicemente l’unica scelta, perché è l’unica che corrisponde alla realtà delle cose.Faccio un esempio banale. Tempo fa vicino a casa nostra abitava una signora che, per motivi vari, si era messa a bere, rovinando così la propria vita e quella della sua famiglia. Si era così abbruttita che un certo giorno i familiari la buttarono fuori di casa. Lei venne a bussare alla nostra porta chiedendo aiuto e solidarietà. Io, con un atteggiamento ideologico, dissi: “Niente da fare, ci procurerebbe troppe noie, mica siamo un ente di beneficenza, vada in parrocchia, o alla asl”. Mia moglie invece, non avendo paura di riconoscere l’umanità di quella persona (umanità che anch’io ovviamente avvertivo ma volevo negare per il mio interesse), la ospitò, le diede assistenza e le permise di affrontare una fase difficilissima della sua vita. Mia moglie ha riconosciuto la realtà. Si è comportata moralmente, cioè umanamente. E quando le ho detto “brava, sei stata una vera cristiana”, mi ha giustamente risposto: “Perché, c’era un’altra scelta?”.Quando il cristiano si china sul suo simile, come il samaritano, non fa che riconoscere la realtà. Questo fratello ha bisogno di me, è evidente. Così come è evidente che siamo tutti nella stessa barca, perché solo un pazzo, o un ideologo, può negare che tra i comportamenti delle persone non ci sono rapporti di causa-effetto. Tutti noi siamo legati: ogni ingiustizia da me commessa è pagata da qualcuno, ogni mia violenza si ripercuote contro qualcuno, ogni mia omissione ha conseguenze negative su qualcuno. Questa è la realtà dei fatti. Che il cristiano riconosce. Mentre l’uomo ideologico, per motivi suoi, cerca di piegarla, in vario modo, fino a trasformarla in qualcosa di totalmente diverso. Il cristiano vede rosso e, moralmente, dice rosso. L’uomo ideologico vede rosso e, se gli fa comodo, ideologicamente dice giallo.Si può essere ideologi inconsapevoli. Per esempio lo è il figlio che sta fuori fino alle quattro del mattino fregandosene altamente delle preoccupazioni che procura ai genitori. Nega il dolore dei genitori, che è evidente, perché gli fa comodo. Ma che si consapevole o meno, il comportamento ideologico va sempre nella direzione dell’egoismo e dell’affermazione di sé contro l’altro.Vogliamo parlare di solidarietà? Bene, non c’è molto da dire. E’ chiaro che si tratta di qualcosa che sta dentro ciascuno di noi. Nessuno che voglia essere sincero con se stesso può dire che la presenza di una persona che soffre non gli fa problema. L’uomo che al semaforo tende la mano verso il finestrino della nostra auto ci fa problema. Il bambino africano con la pancia gonfia e la gambine secche ci fa problema. Il bambino soldato o la bambina violentata ci fanno problema. Il villaggio spazzato dalla tempesta di sabbia fa problema. Il popolo condannato a morte dalla carestia fa problema. Il lebbroso mutilato e sfigurato fa problema. La realtà è che tutto ciò ci fa problema. Il cristiano questa realtà la riconosce e moralmente (cioè nell’unico modo umano) l’assume su di sé trovando mille modi per aiutare l’altro. L’uomo ideologico ci pensa su e poi dice che è colpa dei cristiani che non permettono la contraccezione. Ottenendo così un triplice scopo: di sentirsi a posto perché ci ha pensato, di sentirsi progressista perché vuole la contraccezione e di mettere in ridicolo il cristiano retrogrado.Vogliamo parlare di interdipendenza e multiculturalità? Anche queste sono realtà sotto gli occhi di tutti. In un mondo in cui si comunica sempre di più e sempre di più si entra in contatto, siamo tutti quanti multiculturali nel senso che le nostre culture si confrontano continuamente e tutti siamo chiamati a metterci in gioco in questo confronto lavorando per il bene comune. E’ una realtà lampante. Lo è in quanto realtà morale e dunque umana. E infatti il cristiano la riconosce. L’uomo ideologico invece la rifiuta. E così nascono, per esempio, le teorie sociologiche sul fallimento della multiculturalità, secondo le quali il mondo per andare avanti avrebbe bisogno dell’affermazione di identità forti. Ecco il linguaggio ideologico che si insinua, ecco le parole che pretendono di forzare la realtà per piegarla alle esigenze dell’ideologia. Quell’uomo che è chiaramente un mio fratello diventa di volta in volta un extracomunitario, un clandestino, un richiedente asilo, o come lo vogliamo chiamare. Le parole sfornate dall’ideologia servono sempre ad allontanare la realtà, a renderla meno umana e quindi meno disturbante.Lo abbiamo visto benissimo nel caso di Eluana. Era una donna che per vivere aveva bisogno di qualcuno che le desse da mangiare e da bere perché da sola non poteva farlo. Le suore di Lecco le davano da mangiare e da bere, come si fa con i bambini molto piccoli, perché non avevano paura della realtà rappresentata da quella donna. L’ideologia invece, volendo negare la realtà di Eluana e volendo affermare che quella donna non era più una donna ma qualcosa di meno, qualcosa che non meritava più di vivere, ha incominciato a parlare di “protocolli” da applicare. Credetemi: quando le parole si fanno vaghe e indeterminate, quando le parole non richiamano più cose e persone, c’è di mezzo l’ideologia. E quando c’è di mezzo l’ideologia è in corso una discriminazione. C’è sempre un forte che discrimina a danno di un debole.Il cristiano lo sa, lo vede, lo dice. Non ha paura della realtà perché lui sa che la realtà è già stata redenta, tutta quanta, e che lui, come cristiano, deve propriamente continuare l’opera di redenzione. Per questo è uomo della realtà. E proprio per questo suo essere uomo della realtà è perseguitato.
Aldo Maria Valli

mercoledì 18 febbraio 2009

ANCHE NEL DOLORE LA VITA E' VITA...

EDITORIALE
Nel dolore a testa alta: il più grande sì alla vita
Dal Messaggio dei vescovi un forte richiamo alla vicinanza con chi soffre. Perché le scelte di morte, dall’aborto all’eutanasia, siano sconfitte dalle scelte di vita
Sofferenza e forza della vita. C’è uno stretto confine tra le due espressioni che i vescovi hanno scelto per dare un titolo al Messaggio per la 31ª Giornata nazionale per la vita. È la sottile terra di nessuno in cui ci ritroviamo sempre più spesso. Quando? Ogni volta che incontriamo una sofferenza, nostra e altrui; e siamo chiamati a darle una risposta.La sofferenza è tanta. A volte è clamorosa, manifesta, gridata e si impone perfino sui mass-media. Molto più spesso è silente e nascosta e si consuma nell’ombra. Il Messaggio evoca alcune di queste forme di sofferenza. Soffre la donna che non riesce ad accettare la vita che le sta crescendo in grembo, soffre fino al punto di considerare quella vita una minaccia, la causa di ulteriori disagi e nuove sofferenze. Soffre chi è affetto da malattie degenerative che senza scampo gli chiudono ad una ad una tutte le finestre sul mondo: muoversi, parlare, toccare, accarezzare, sorridere, gustare il cibo, comunicare… Soffrono i parenti di chi vede il proprio caro in coma, per giorni, mesi e anni, e non intravedendo una via d’uscita soffrono d’una sofferenza che solo loro possono conoscere. Soffre, in generale, chi è solo e non è amato da nessuno. Soffre chi ha perso - forse non ha mai avuto davvero - uno scopo per vivere e si trascina giorno dopo giorno come chi cammina nella nebbia, tutta uguale e tutta insensata.A tutte queste forme di sofferenza è possibile dare sostanzialmente due risposte: di morte o di vita. Da una parte o dall’altra del confine. La prima è sicuramente più facile e sbrigativa, a tal punto che alcuni la spacciano per la vera "scelta dettata dall’amore". La seconda è più difficile e può accadere che molte persone "di confine" abbiano la sensazione di non possedere la forza necessaria per farcela.La scelta della morte è una porta che si chiude per sempre. La scelta della forza della vita è una porta che si apre: alle relazioni, ad uno scopo, a nuovi progetti. La scelta della morte è un grande "no". La scelta della forza della vita è un grande "sì", a dimostrazione che questo soprattutto la Chiesa dice: sì. Il Messaggio è pieno di sì. Sì all’amicizia, alla vicinanza, alla solidarietà. Sì alle cure palliative. Sì alla ricerca, quella che cerca i rimedi e allevia la sofferenza. Sì agli interventi che consentano a tutti di comunicare e vivere una vita degna, anche se costretta in una carrozzella o in un letto. Di no ce n’è uno solo: alle scelte di morte. No all’aborto, l’opzione di chi pensa di alleviare così la propria sofferenza e non sa che ne genera altra, condannandosi a convivere con una ferita che mai si potrà rimarginare del tutto. No all’eutanasia, anche se spacciata per diritto all’autodeterminazione. No a tutto ciò che renda l’uomo simile ad un oggetto, a una merce, a un ingombro.Da un lato la sofferenza, dunque. Dall’altro la forza; anzi la fortezza, virtù di chi vive la propria vita, e la propria sofferenza, a testa alta. È la virtù più preziosa in un tempo, il nostro, che appare dominato dall’accidia, la vera e profonda causa della sofferenza. Accidia: una parola estranea al nostro vocabolario. Potremmo tradurla con negligenza, indifferenza, trascuratezza, instabilità, pessimismo, sconforto, noia, ma senza cogliere nel segno. Accidia, oggi, è la condizione di chi non padroneggia la propria vita, non sa darle una direzione, ha smarrito lo scopo. Di chi detesta tutto ciò che ha e desidera tutto ciò che non ha, salvo detestarlo non appena se ne impossessa. Di chi non sa più perché sta vivendo. È la condizione del consumista triste convinto che la soluzione più "facile" e sbrigativa sia sempre e comunque la migliore. Fosse pure la morte. L’accidia è l’incapacità di sentir vibrare il proprio cuore, di appassionarsi davvero alla famiglia e alla professione, di perseguire un grande progetto di vita. Se ciò è vero, l’accidia è forse il più diffuso vizio sociale e ciò che sta dietro i cento volti della sofferenza dell’uomo d’oggi. È una condizione che, in epoca non sospetta, ben descriveva Gustave Flaubert: "Mi sembra di attraversare una solitudine senza fine, per andare non so dove".Eccolo dunque il confine. È tra accidia e fortezza, quella "forza della vita" che i vescovi additano a tutti gli uomini che vogliono resistere e dare una speranza a sé e agli altri. Un altro scrittore, John R. R. Tolkien, nel suo capolavoro, Il signore degli anelli, la incarna in Frodo, il piccolo hobbit con un compito immane, non un eroe ma un individuo fragile e normale, soggetto a tristezze e tentazioni. Eppure con due grandi risorse: la fede e gli amici. Tolkien ci dice che sulla strada verso la fortezza non siamo soli. Gli uomini, e specialmente i cristiani, sono un popolo. Si fanno compagnia: la Compagnia dell’anello, che nasce a Gran Burrone su mandato di Elrond, re degli elfi. Una compagnia di uomini, nani, elfi e hobbit: hanno bisogno gli uni degli altri per la salvezza della Terra.
di Dino Boffo

giovedì 12 febbraio 2009

MA ALLA FINE, VINCERA' LA VITA!!!

ELUANA/ Il padre di Terri Schiavo: c’è una speranza più forte del dolore
Redazione
mercoledì 11 febbraio 2009

Riceviamo e pubblichiamo in esclusiva la lettera che Bob Schindler senior, padre di Terri Schindler Schiavo, saputo della morte di Eluana, ha inviato a ilsussidiario.net, dopo la sua prima lettera di domenica scorsa indirizzata a Beppino Englaro.

Siamo molto addolorati nel sentire di Eluana e pieni di tristezza per lei. Aveva solo 38 anni. Eluana è morta solo quattro giorni dopo che i medici hanno cominciato ad interrompere la sua alimentazione e idratazione, con l’intento di causarne la morte.
Tristemente, la morte di Eluana ci ricorda ancora le parole di Papa Giovanni Paolo II. L’averle tolto cibo e acqua, cioè l’assistenza di base, così da farla morire, è una cosa che riguarda tutti noi e il modo in cui ci prenderemo cura di quelli che hanno bisogno del nostro amore e della nostra compassione per continuare a vivere.
Per la nostra famiglia non passa giorno che noi non pensiamo alla nostra amata Terri e stiamo ancora soffrendo molto per una perdita così grande. Da quando Terri è morta, abbiamo deciso di portare avanti il suo lascito di vita e di amore, così che il suo sacrificio non sia avvenuto invano e, cosa più importante, che altri possano evitare lo stesso terribile destino.
Una cosa che sappiamo è che la questione non muore con Terri o Eluana, perché ci sono decine di migliaia di persone che vivono con lo stesso tipo di infermità. E le loro vite sono estremamente vulnerabili al crescente pregiudizio contro chi soffre di una infermità cognitiva.
Dopo la morte di Terri, la nostra famiglia ha dato vita alla Terri’s Foundation, per poter sostenere le persone con gravi danni cerebrali che sono in pericolo di essere uccise, in base a questa crescente tendenza a considerare la loro vita come “non degna di essere vissuta”.
Noi siamo profondamente addolorati per l’inutile morte di Eluana, ma siamo pieni di speranza che sempre più persone diventino coscienti di come viene trattato chi soffre di infermità come quelle di Terri ed Eluana, e che il nostro mondo cominci a dare valore alle loro vite, piuttosto che eliminarle.
Noi preghiamo perché il padre di Eluana e tutti quelli che hanno preso parte nella sua morte possano un giorno ridare valore alla vita e capire che tutte le persone sono state create con pari dignità e rispetto, non importa quale infermità possano avere.
Ciò che dà qualità e valore alla vita è l’amore. Amare ed essere amati è ciò che dà valore alla vita. L’amore è l’arbitro ultimo della vita. L’eutanasia è l’abbandono dell’amore. Dove c’è amore, c’è speranza.


Robert Schindler Sr e la famiglia di Terri

www.amiopadre.eu

martedì 10 febbraio 2009

PADRE, PERDONA LORO....

10 febbraio 2009
Parla il parroco della Quiete
Si è tornati all’antica barbarie
Don Cristiano Cavedon e gli ultimi giorni di Eluana: “Nessuna etica: questo è omicidio, puro e semplice”
Padre Cristiano Cavedon è il rettore del santuario Madonna delle Grazie, la parrocchia nel cui territorio sorge la casa di riposo “La Quiete”. Conosce bene il mondo della sanità. Ha lavorato per anni come infermiere negli ospedali, è stato in missione in Africa, quindi al Policlinico Gemelli di Roma come assistente ecclesiastico degli studenti di Medicina. A gennaio, sul bollettino parrocchiale era intervenuto con molto vigore sulla vicenda di Eluana, una serie di domande incalzanti e un sigillo: “Per noi non potrà che essere considerata una martire”. Ha accettato di riparlarne col Foglio prima che arrivasse la notizia della morte di Eluana. “Ho preso la parola perché mi ha disturbato il modo con cui è stata affrontata la vicenda. Mi disturba che un tribunale intervenga, che sia necessario creare una squadra di esecuzione, che una struttura pubblica diventi esecutrice di morte. Si è emessa una sentenza su una persona senza una legge sostanziosa a cui rifarsi. A cosa si sono riferiti i giudici, a un pensiero, a un’opinione? Quando studiavo Diritto canonico mi spiegavano che non ci si basa su opinioni ma su elementi solidi. Certo, potrei partire anch’io dal sentimento popolare, dalla gente che solidarizza con quel papà che non ne può più – e dopo diciassette anni si capisce, perché non è più la figlia che sperava e che avrebbe desiderato e non accetta quello che gli è capitato. E’ comprensibile che lui volesse in qualche modo farla finita ma ora tutto ciò non riguarda più solo sua figlia, è un modo per aprire le porte all’eutanasia”. Perciò lei parla di strumentalizzazione. “Quando mi portano in casa un problema del genere la discussione non è più teorica, diventa un fatto pratico, pastorale. Io sono il responsabile di una parrocchia della città, ho una chiesa dove abbiamo sempre pregato per la vita. Il nostro santuario è il più frequentato del Friuli, intitolato alla Madre della vita e della grazia, e da sei secoli è il punto di riferimento della fede e delle tradizioni popolari friulane”.
Padre Cristiano è dell’ordine dei Servi di Maria, lo stesso del grande poeta furlan David Maria Turoldo. Lui non è di qui, è veneto, ed è un fatto che ha il suo peso da queste parti. “Sono stato uno dei pochissimi preti in diocesi a intervenire, quasi tutti sono restii. E’ un po’ nel carattere dei friulani: non perché non pensino certe cose, ma preferiscono mantenere un profilo basso. Sono schivi, defilati, non amano parlare in pubblico ma interiormente sono convinto che la pensino come me, come tutta la chiesa”. Il priore è preoccupato soprattutto per i giovani. “La stragrande maggioranza di loro era per la soppressione della vita a Eluana, senza nemmeno rendersi conto che si tratta di omicidio. Non ha nessuna possibilità di riprendersi… Che cosa la teniamo a fare in questo stato… Meglio farla finita. Cose così. Questo mi allarma. Cosa sta passando nelle nuove generazioni? Quando avranno trenta o quarant’anni potrebbero recuperare alcune idee naziste”. Pratiche eugenetiche? “Certo. Potrebbero dire che i bambini handicappati gravi non servono – già qualche medico dice alle mamme di non partorirli”.
La famigerata selezione prenatale. “Di questo passo avremo anche una selezione postnatale; d’altronde, cosa tenere a fare questi sgorbi della natura? La vita è bella solo se è piena di salute, allegria, tanti soldi. La vita è bella se non è sofferenza. Ma così viene a mancare del tutto quello che questa terra ha sempre vissuto in passato: lavoro, fatica, sofferenza e poche gioie”. Secondo don Cristiano è in atto una rimozione della memoria. “Sta crescendo un generazione che non ha conosciuto la sofferenza. Io stesso sono nato dopo la Seconda guerra mondiale e sono espressione della prima generazione di italiani che arriva alla vecchiaia senza averne fatto una. Per fortuna. Ma chi non ha fatto grandi fatiche e non è passato attraverso il crogiolo della sofferenza farà più difficoltà ad accettarla. Le nuove generazioni non vogliono patire, non vogliono capire che la sofferenza è parte integrante della vita. La sofferenza va vissuta come un fatto positivo. Abbiamo colpa anche noi preti. Con il Giubileo abbiamo abituato i giovani ai grandi eventi, ma sul quotidiano non riusciamo a intercettarli”. Eluana, che diciassette anni fa era una ragazza nel pieno della vita, ha interpellato i giovani. “Che però hanno dato delle risposte molto facili: poveretta lei, poveretto il papà, meglio che una vita così finisca”.
Molti dicono che la chiesa è incapace di compassione. “Ma la compassione non è lasciar fare. Altrimenti bisognava che fossero uccisi i sopravvissuti dei campi di concentramento che avevano alle spalle un’esperienza tremenda, si doveva averne compassione e farla finita. Invece io avrò compassione di Beppino Englaro nel momento in cui dirà: ho sbagliato. Non c’è nessun atto di male che non ci lasci rimorso. Non c’è coscienza così tranquilla che riesca a fare qualunque porcheria senza sentire rimorso”. Eppure molti ritengono che le parole e i gesti messi in atto dalle istituzioni laiche ed ecclesiastiche in questi giorni siano state un’espropriazione della coscienza in nome di un’autorità soffocante. “Dall’altra parte c’è però l’individualismo: io decido per me tutto quello che voglio, il bene e il male. Questa è una coscienza cresciuta senza rendersi conto che nessuno è mai da solo. Vedo che sta venendo meno la responsabilità comunitaria. Manca un’etica condivisa, ogni gruppo ha la propria che si scontra con quella degli altri. Se si dice che per tutti è possibile vivere dignitosamente, mi va bene, ma quando si dice che si fa morire dignitosamente Eluana, qui non c’è nessuna etica né professionale né di altro tipo. Questo è omicidio, puro e semplice.
Lei ha lavorato a lungo negli ospedali. “Anche in sala operatoria, e ho visto un sacco di gente morire. Ma in questa vicenda si stanno millantando delle favole. Siamo seri: volete che la gente non viva più in certe situazioni, viva solo se sana e bella? Allora ditelo chiaramente. Però questo è razzismo e nazismo. Mio padre è stato in carcere due volte, una per colpa dei fascisti e una per colpa dei nazisti, ho due fratelli missionari morti in Africa, io stesso ho dato il sangue a un bambino africano. Perciò non voglio essere tra coloro che permettono queste cose. Piuttosto che togliere la vita agli altri, preferisco dare la mia. Questo è il cristianesimo, questa è la differenza della nostra posizione”. C’è invece chi avverte una certa tiepidezza nella comunità cristiana. “Dopo la mia lettera molti parrocchiani mi hanno ringraziato perché finalmente qualcuno si era esposto. Il problema è che non si devono muovere solo i preti o il Papa. Oggi manca una presa di posizione delle comunità, ci sono solo voci isolate. Ma chi rappresentano? E d’altra parte Beppino Englaro e i suoi chi rappresentano se non una minoranza che vuole imporre una legge a tutta la popolazione?”. In realtà sembra che godano di ampio consenso. “Non semper maior pars est meior pars, diceva san Tommaso. Non bisogna ragionare in termini di quantità ma di qualità. Quando Pannella tanti anni fa fece una battaglia a favore di bimbi maltrattati nel mondo, io lo sostenni perché non guardo l’appartenenza politica. Oggi invece manca la capacità di giudicare le proposte. Basta vedere l’informazione: se c’è una voce dev’esserci per forza la controvoce, ma che parità è?”.
C’è anche chi invoca il silenzio. “Qualcuno è saturo, non ne può più. Anche perché il giornalismo è molto invasivo e le inchieste sono fatte in maniera scorretta, si manipolano gli interventi. Ma la gente queste cose le capisce e chiede luoghi di riflessione autentici. Le sceneggiate alla Santoro non so a chi servano, forse a lui”. La chiesa investe abbastanza in questo lavoro nella formazione delle coscienze? “Di Giovanni Paolo II mi ha sempre impressionato la capacità di ricondurre il particolare in un orizzonte globale. Il Papa attuale lo apprezzo moltissimo perché torna a dare fondamenti e direttive, e poi finalmente si torna alla teologia. In realtà nella chiesa i punti di riferimento per i giovani non sono tantissimi. Ma la chiesa non può fornire un’offerta qualsiasi, deve distinguersi per la qualità del messaggio religioso, fatto di lettura della Parola di Dio, di preghiera e di accoglienza”. E in grado di parlare al mondo. “Su questa vicenda è chiaro che io non mi accodo. Questa era una vita che soffriva. Non era spenta, non era morta. Era una vita che soffriva e andava rispettata come qualsiasi altra vita che soffre. E’ un discorso così vasto è ha implicazioni così varie che va addirittura oltre l’ipotesi di una legge sull’eutanasia. Si è tornati all’antica barbarie: costui non serve né per la guerra né per il lavoro, quindi eliminiamolo. Quando nascono i volontari della morte, questa è barbarie. E uno che si è candidato a fare il boia con che animo tornerà ora dai suoi pazienti? Di quale professionalità ci fideremo quando entreremo in un ospedale d’ora in poi? Io lascerei per iscritto di non essere portato da un primario del genere. Ma con quale animo uno d’ora in poi andrà alla ‘Quiete’? Lì ci sono cinquecento anziani che sperano di passare gli ultimi giorni della loro vita assistiti e curati dignitosamente. Tra l’altro è un istituto che ha già avuto due denunce per maltrattamenti. Una casa in cui si porta una persona per farla morire, non perché sta morendo. Il concetto è diverso”.
Per qualcuno era già morta diciassette anni fa. “Tutte balle, diciassette anni fa non si è firmato un certificato di morte e non si è fatto un funerale. Tutto questo rischia di innescare reazioni sociali e politiche. Tra un po’ ci sono le elezioni. Sicuramente qualcuno si candiderà e così si compirà la strumentalizzazione della passione e morte di Eluana. Sempre che non ci sia dell’altro”. Si spieghi. “Mi vengono i brividi solo al pensarlo. Dietro potrebbe esserci un progetto di studio con un accordo preventivo. Eluana muore, verrà fatta l’autopsia, il cervello verrà tolto… La mia è solo una sensazione, ma non mi stupirei. Quando sulle ambulanze portavo da Schio a Vicenza i giovani che raccoglievo per strada in coma, l’ospedale li teneva solo nel caso in cui non solo potevano rianimarli ma anche nel caso potessero servire come donatori di organi; se la possibilità non c’era, spesso non li accettavano nemmeno. Io ho lavorato e bazzicato in questi ambienti e so che ci sono tante logiche, non tutte limpide”.
di Marco Burini DA IL FOGLIO

mercoledì 4 febbraio 2009

eluana 2

ELUANA/ 2. Una morte legale? Sì, come erano legali gli schiavi e le stelle gialle degli ebrei...
Assuntina Morresi
mercoledì 4 febbraio 2009

C’è una guardia giurata al terzo piano della clinica “La Quiete” a Udine. Controlla che nessuno entri nella stanza di Eluana Englaro, la prima persona in Italia che morirà di fame e di sete con l’autorizzazione dei giudici.

L’hanno portata via da Lecco con un’ambulanza, a notte fonda, nel buio, come ladri, e sono entrati in clinica da un ingresso laterale.

I volontari che faranno morire di fame e di sete la donna in stato vegetativo – una donna che respira da sola, che dorme e si sveglia, apre e chiude gli occhi, che deglutisce, che ha le mestruazioni, di cui nessuno è veramente in grado di dire se e cosa pensa, se e cosa prova – hanno costituito un’associazione, si chiama “per Eluana”. Ne fanno parte Amato De Monte, primario, e altri medici e tecnici specializzati.

L’hanno costituita dal notaio nei giorni scorsi.

Giudici, avvocati, notai: la morte per fame e sete di Eluana Englaro cerca di coprirsi con il manto della legalità. Ma la legalità e la giustizia non sono la stessa cosa: erano legali gli schiavi, e anche le stelle gialle degli ebrei.

La morte di Eluana, se avverrà per fame e per sete come descritto dai giudici, sicuramente non ha niente a che vedere con la giustizia, ed ha anche molte ombre per come la sua volontà è stata ricostruita.

Troppe le testimonianze discordi con quelle raccolte dalla Corte di Appello di Milano: almeno tre amiche, sue compagne di scuola, hanno dichiarato di non aver mai sentito Eluana dire che sarebbe stato meglio per lei morire piuttosto che vivere in certe condizioni, così come anche due suoi insegnanti (uno è adesso Preside di Giurisprudenza a Piacenza); c’è poi una lettera mai messa agli atti che contraddice quanto invece dedotto dai giudici. Ma questi fatti, resi pubblici da luglio – sul quotidiano Avvenire – e raccolti da un esposto presentato alla Procura di Milano, sono stati finora bellamente ignorati da chi aveva invece il compito di accertare la verità.

Se eseguiranno il decreto della Corte di Appello, Eluana morirà, e diranno che sarà morta naturalmente. Ma se c’è una morte innaturale, è proprio quella per fame e per sete. Si muore di malattia, di vecchiaia, per un incidente, una caduta: i morti per fame e per sete stanno nei paesi dimenticati da Dio, colpiti dalle carestie o dalla guerra, e di solito è uno scandalo quando nessuno li soccorre. Ma questo succedeva prima. Adesso, nel mondo alla rovescia che ci circonda, la fame e la sete pare siano diventati un segno di civiltà. Con la benedizione dei giudici, dei benpensanti, dei media, di Repubblica e del Corriere.

La vicenda di Eluana sarà di fatto uno spartiacque per il nostro paese, comunque si concluderà, non solo per le lacerazioni ed il pesantissimo clima conflittuale che vediamo già crescere furiosamente in queste ore.

L’ostinazione con cui è stata condotta questa vicenda, l’insistenza con cui si è cercato di far morire Eluana in una struttura pubblica, soprattutto in questi ultimi mesi e giorni, va ben oltre la battaglia personale di suo padre. E’ un’azione per portare nel nostro paese una mentalità e soprattutto una legislazione eutanasica, senza il confronto con il consenso popolare – come è stato per il referendum sulla legge 40, o per i DICO – ma che si è servita dei giudici i quali, come è noto, non sono espressione della volontà popolare, e le leggi non dovrebbero farle, ma cercare di farle rispettare.

E’ un’azione per distruggere, nel nostro paese, un sentire popolare e un tessuto sociale che, nonostante tutto, ancora possono definirsi cristiani. Bisogna esserne consapevoli.

eluana deve vivivere!!

Se questa è una donna che va portata a morire
Al mattino, come tutti noi, apre gli occhi. Più tardi, come capita a tanti disabili, viene sottoposta a fisioterapia. Nel pomeriggio, quando il tempo lo permette, è accompagnata in giardino per la passeggiata. Ecco la quotidianità di Eluana. Fino a ieri. IL RISVEGLIO Risveglio: per tutti noi un gesto quotidiano, l’alzarci dal letto e affrontare una nuova giornata. Per le persone in stato vegetativo invece una parola che assume tutto un al­tro significato: se avvenisse, vorrebbe dire il ritorno a una vita piena e consapevole... Risveglio: la meta agognata da parenti che attendono anni, a volte decenni. Il 'miracolo' che una volta ogni tanto avviene. Di recente è successo alle porte di Milano: Massimiliano, rimasto nel suo limbo lontano per oltre un decennio, ha improvvisamente alzato un braccio e ha ri­preso la trama della vita dal punto in cui l’aveva lasciata, da un gesto antico quanto la sua esi­stenza, quell’abbraccio con cui prima dell’incidente cingeva il collo di sua madre per baciarla. Per Eluana 'questo' risveglio non c’è stato, forse non ci sarà mai, forse invece è dietro l’ango­lo. Chissà. Ma anche lei, come tutti, saluta il mattino con la prima azione di ogni uomo vivo: a­pre gli occhi. Chi si immagina Eluana come un essere inanimato, un corpo sempre dormiente, è lontano da una realtà molto più semplice e in fondo commovente: i grandi occhi neri di E­luana ad ogni sorgere del sole si aprono al mondo. Si richiuderanno solo all’arrivo della sera... LA FISIOTERAPIA Non ci sono macchinari intorno al letto di Eluana, non monitor, non grovigli di fili, né spettrali bip bip, freddi e disumani come echi di un altro mondo. Il suo letto ha solo lenzuola candide e biancheria profumata: nulla più. E intorno al suo corpo si danno da fare a turno quattro fisioterapisti: non sta mai 'ferma', Eluana, grazie a loro, e così braccia e gambe sono tornite, non avvizzite e magre, il viso è paffuto, la pelle morbida come un velluto. Ogni giorno le suore la spalmano di creme e pettinano i suoi capelli ancora nerissimi... «Staccare la spina», si dice, ma si fa presto: non c’è niente che si possa staccare, perché Eluana a niente è 'attaccata' se non, tenacemente, alla vita. Non le hanno nemmeno ferito la gola con la tracheotomia perché respira come tutti noi, autonomamente, non c’è traccia di cannule o tubi, niente che la possa infettare con tremori di febbre... È una disabile grave ma non ha malattie - ammette anche il neurologo Defanti, amico di suo padre - «è una donna molto sana». Troppo. Perché muoia non resta che negarle cibo e acqua, renderla 'terminale' per fame e per sete: un sistema infallibile, alla lunga chiunque soccombe. LA PASSEGGIATA Se a Eluana sarà concessa un’altra primavera, fra tre mesi al primo tepore del sole potrà scendere di nuovo in giardino. Aria buona e pulita dopo un inverno trascorso in camera. Da anni e anni ci pensano le suore, a volte qualche amica, spesso suo padre, a portarla nel verde che circonda la clinica, sulle sponde del lago di Lecco, seduta sulla sedia a rotelle. È la stessa casa di cura in cui ormai tanti anni fa sua madre l’ha partorita, il primo ambiente che i suoi occhi hanno visto... da quindici anni è anche la sua casa. Eluana, con quella sua vita ai minimi termini, ha bisogno di poco, quasi di niente, un niente cui le suore aggiungono un surplus di amore: parole, silenzi, carezze, piccole e continue attenzioni. Le sente Eluana? Dietro il suo muro di incomunicabilità forse il fruscio di quelle vesti, le voci ormai note, il contatto di quelle mani familiari le danno sensazioni e sicurezza: là ' fuori' qualcuno la veglia. Nessun neurologo, nessuno scienziato ha mai saputo varcare la soglia misteriosa e valutare quanta coscienza resti a questi pazienti. Loro, quando ne escono, raccontano: « Sentivamo tutto, non sapevamo dirvelo».IL RIPOSO Sogna Eluana la notte? Se lo sono chiesto medici e neurologi, ma risposta non c’è. Forse notte e giorno nel suo limbo sono indistintamente un lungo strano sogno mai interrotto, chissà. Quel che è certo è che anche Eluana come tutti noi quando è sera chiude i grandi occhi neri e si addormenta. Notte e giorno, veglia e sonno, senza confondersi mai, e al calare del buio anche il suo corpo chiede riposo alla fine di una giornata come tante. Un sonno tranquillo, senza incubi, ed è proprio mentre dorme che un sottile sondino le instilla lentamente quella linfa vitale che chiamano 'alimentazione e idratazione', ma che sono solo cibo e acqua. Goccia a goccia ogni sera per ore entrano in lei e il suo corpo le assimila, si nutre, cresce, vive. È il suo unico ausilio, l’unica richiesta: negargliela significa ucciderla. E infatti è questo il metodo previsto dai 'protocolli' giudiziari per condurla alla morte... Nel silenzio della sera il mistero si infittisce, i dubbi crescono. Sulla parete della stanza sono incorniciate tante Eluane, belle, sorridenti, giovani, piene di vita, maliziose, allegre, spensierate: crudele guardare quelle foto e chiedersi in che piega è nascosto oggi il sorriso di diciassette anni fa. Eluana - la sua anima - gioca a nascondino ma da qualche parte c’è. Che cosa ha vissuto in sé Eluana di questa ennesima giornata? Che cosa ha avvertito? A volte ha sussultato, altre ha sospirato, talvolta ha persino teso la bocca in un sorriso, ma era poi un sorriso? Inutile farsi domande, impossibile darsi risposte, Eluana è viva e questo basta.

articoli correlati

Luoghi dell'infinito
Noi genitori e figli
Popotus
Non profit