martedì 10 novembre 2009

MORO UNA TRAGEDIA INFINITA

10 Novembre 2009
IL CASO
Moro, ecco la verità su Zaccagnini e Paolo VI
L’allora segretario della Dc e il Pontefice erano disposti a fare «tutto il possibile» per il leader sequestrato dalle Br. Senza debolezze.

Venti anni dalla sua morte… Conobbi Benigno Zaccagnini la sera del 17 o 18 marzo 1978, subito dopo il rapimento di Moro e la strage di via Fani. Elio ed Ettorina Brigante, sorella di sua moglie Anna, che lo ospitavano nella loro casa di via della Camilluccia, mi chiesero per telefono se potevo dare un 'sostegno spirituale' a Benigno. Da quella sera spessissimo, anche fino a notte tarda, gli sono stato vicino nel tempo di quei 53 giorni di un dolore che per lui durò altri 11 anni, fino alla morte, 5 novembre 1989. L’ho visto pensare, soffrire, piangere e pregare fino alla sera dei funerali di Moro. Ebbene: ancora oggi, nelle Commemorazioni anche solenni come quella a Montecitorio e nei libri a lui dedicati con belle parole sull’uomo, sul politico e sul testimone di 'laicità' cristiana ­magari un po’ adattata alle circostanze di oggi - c’è sempre un vuoto, e su quei 53 giorni si scivola via tra pudore e timore, come fosse meglio non parlarne. Aleggia come l’ombra di una 'omissione' - ci hanno fatto anche libri! - con sottintesa un’accusa che tocca non solo Zaccagnini, ma con lui anche Paolo VI. Già: nelle Lettere di Moro si leggono cose dure verso Zaccagnini, ma anche verso Paolo VI, che «ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo». E nessuno ricorda che Moro aveva informazioni solo dai carnefici, che forse nulla gli dicevano della realtà in cui proprio Paolo VI le provò tutte, in Italia e all’estero, presso organismi internazionali, Croce Rossa, Amnesty e Onu, e fece raccogliere una grande somma, nel caso servisse. A metà aprile di quel 1978 Civiltà Cattolica (bozze sempre viste in Segreteria di Stato) scrisse che ­salvo trattare alla pari tra Stato e Br - si doveva fare tutto il possibile per liberare Moro: tutto… In quei giorni e in quelle notti ho visto anche Zaccagnini deciso a fare questo tutto possibile, ma salvo tentativi di sciacallaggio politico non si aprì alcuna via per salvare il suo amico e guida, colui che solo lo aveva convinto ad accettare la Segreteria della Dc. La sua frase drammatica ripetuta tante volte fu questa: «Se ci fosse uno spiraglio!». Lo spiraglio non ci fu mai, e anzi Moro fu ucciso proprio la mattina del 9 maggio, quando uno parve potersi aprire. Lui del resto non aveva concesso nulla: diventato un ingombro, doveva morire. Ebbene: dopo Moro e la sua famiglia, dopo gli uomini della scorta e le loro famiglie, prime vittime di quel dramma furono proprio loro due, Benigno Zaccagnini e Paolo VI. Seguii da vicino quel dramma anche in altro modo. Ero in quotidiano contatto - e Zac lo sapeva - con monsignor Cesare Curioni, allora storico cappellano a San Vittore e poi ispettore generale dei cappellani di tutte le carceri italiane, che per conto del Papa provò tante altre strade, anche parlando con Renato Curcio e Alberto Franceschini, Br allora processati a Torino, che a lui si dissero del tutto estranei alla vicenda. Fu Curioni, tra l’altro, a scrivere di notte e sotto dettatura del Papa, presente monsignor Macchi, la prima bozza rivolta agli «Uomini delle Brigate Rosse». Per ragioni varie allora ero in contatto anche con Tonino Tatò, segretario di Enrico Berlinguer, e anch’essi sapevano. La 'strategia della fermezza' ­giudizio informato, e non col senno di poi - non fu scelta feroce imposta a Zac dal ferreo Pci, ma obbligo di una realtà senza alternativa, dolorosissimo per Zaccagnini e per Paolo VI. Falsa quindi la 'vulgata' del Pci che comandava con gelida fermezza, di Zaccagnini che obbediva tremebondo e impotente e del Papa e del Vaticano che si limitarono a preghiere e lamenti opponendosi ad ogni concessione: ingiuria senza fondamento, anche se aleggia nelle commemorazioni e in omissioni di recenti libri. Uno Zaccagnini passivo e poco energico? Eppure - lo ha scritto anche Enzo Biagi, mai smentito ­egli stesso mi disse che se quel 16 marzo le Br non avessero rapito Aldo Moro, dopo l’approvazione del nuovo governo egli si sarebbe dimesso da segretario: non condivideva alcune nomine di ministri fatte a sua insaputa. Poco energico? La sera dei funerali di Moro nella chiesa di Cristo Re vietata agli uomini della Dc dalla famiglia, in casa Brigante ci fu un’altra messa di requiem, e arrivò una telefonata di Fanfani: chiedeva al segretario il permesso di partecipare, eccezione personale, alle esequie. La risposta di Benigno fu forte e secca: «No! Sei libero, ma se vai ti denuncio ai probiviri e ti faccio espellere dal partito!». Ultimo: qualche settimana dopo, nei giorni delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica, Benigno mi dice al telefono che è addolorato perché gli uomini della Dc, Piccoli e altri, non vogliono votare Pertini come presidente. Chiedo se a suo parere la scelta di Pertini è giusta e opportuna. Mi risponde che è anziano, talora irruento e imprevedibile, ma galantuomo e pulito. Allora ripenso alla sua confidenza sulle dimissioni: «Chiama i tuoi 'amici' e di’ loro che se domani non votano Pertini tu ti dimetti!». Il giorno dopo Sandro Pertini fu eletto presidente della Repubblica. Il mite Zac aveva fatto la sua parte: come sempre.
Gianni Gennari

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venerdì 6 novembre 2009

LA LIBERTA' DELLA CROCE DI CRISTO...

La Croce in quanto vessillo di cultura e di vittoria; di trionfo dell'Amore sull'Odio e sul Male; di speranza e fede su ogni

disperazione e negazione gratuita o pessimista; di fraternità universale contro ogni rigurgito etnico, o nazionalista o ideologico,

sempre in agguato e mai del tutto sconfitti, in ogni parte della terra; la Croce, quale dimensione umana più universale, alla

quale nessuno può scampare, tantomeno i pagani, tantomeno i non cristiani; la Croce quale formidabile arma, contro ogni

miseria materiale e specialmente spirituale.



E qui non si può fare a meno di ricordare a titolo di esempio, le parole della comunista e atea Natalia Ginzburg; la quale pur

comunista e atea, ciononostante indipendentemente dalla fede in Dio che più non aveva, fu pure un esempio di laica colta e

intelligente.



E ciò possiamo dire, perché malgrado i suoi limiti ideologici, ma con la forza della sola tradizione culturale, dimostrò esser

capace di leggere persino il senso più intimo della nostra stessa cultura (capacità che dovrebbero avere tutti i laici veri, senza

degradarsi a laicisti), onde priva di dubbio, poteva dire già nel 1988:



A me dispiace che il Crocifisso scompaia per sempre da tutte le classi. Mi sembra una perdita. Tutte o quasi tutte le persone che

conosco dicono che va tolto. A me dispiace che il Crocifisso scompaia. Se fossi un insegnante, vorrei che nella mia classe non

venisse toccato… Il Crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E' l'immagine della rivoluzione cristiana, che ha

sparso per il mondo l'idea dell'uguaglianza fra gli uomini fino allora assente… Il Crocifisso è segno del dolore umano. La corona

di spine, i chiodi, evocano le sue sofferenze… Fa parte della storia del mondo… Prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli

uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui

aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini… A me sembra bene che i ragazzi,

i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto o accade di portare sulle

spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici perché troppo forte

e da troppi secoli è impressa l'idea della croce nel nostro pensiero. Tutti, cattolici e laici portiamo o porteremo il peso d'una

sventura, versando sangue e lacrime cercando di non crollare. Questo dice il Crocifisso. Lo dice a tutti, mica solo ai cattolici .



[Natalia Ginzburg (1916-1991) il 25 marzo 1988 ha scritto sul quotidiano L'Unità, un articolo dal titolo "Non togliete quel

Crocifisso" . Un commento su questo tema e articolo, è apparso su CulturaCattolica.it nel 2003 a cura di Vitaliano Mattioli ].


1 : Cosi come l’Italia e la Germania nazi-fasciste avevano in loro un germe di autodistruzione, similmente l’Europa odierna ha in sé stessa un più profondo e pericoloso focolaio di autodistruzione… .

________






APPENDICE DOCUMENTARIA



Da: http://www.avvenire.it/


Crocifissi, Bertone:

«L'Europa ci lascia solo le zucche»

"Io dico che questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più cari. Questa è veramente una perdita": lo ha detto il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone a proposito dela sentenza di Strasburgo. "La nostra reazione - ha aggiunto - non può che essere di deplorazione" e "ora dobbiamo cercare con tutte le forze di conservare i segni della nostra fede per chi crede e per chi non crede".

"Abbiamo ascoltato tante voci - ha affermato il porporato - e anche l'eco del dolore di chi si sente un pò tradito nelle sue proprie radici pensando che questo simbolo religioso è simbolo di amore universale, non di esclusione ma di accoglienza. Questo credo che sia l'esperienza di tutti".

"Io dico purtroppo - ha aggiunto Bertone che ha preso parte a una conferenza stampa presso l'ospedale Bambin Gesù - che questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche delle feste recentemente ripetute prima del primo novembre e ci toglie i simboli più cari". Secondo il porporato inoltre "tutte le nostre città, le nostre strade, le nostre case, le scuole" presentano simboli religiosi come il crocifisso e dunque, ha chiesto, "dobbiamo togliere tutti i crocifissi? Penso a tutte le opere d'arte che presentano il crocifisso e la Pietà, mi domando se questo è un segno di ragionevolezza oppure no". Il segretario si Stato ha poi detto ai giornalisti di non aver ancora sentito l'opinione del Papa sul tema. "Lo vedrò domani", ha affermato. LA SENTENZA DELLA CORTEGianluca Cazzaniga

La Corte europea dei diritti dell’uomo ha emesso ieri una sentenza provvisoria contro l’Italia per la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche, giudicata una violazione sia della libertà religiosa dei bambini che del diritto dei genitori di educare i loro figli alla luce delle loro convinzioni religiose. A parere della Corte di Strasburgo l’Italia ha violato l’articolo 2, protocollo 1 (diritto all’istruzione) e l’articolo 9 (libertà di pensiero, di coscienza, di religione) della Convenzione per i diritti dell’uomo. I giudici della Corte avevano già emesso alcune sentenze in materia di diritto all’educazione e di libertà religiosa, ma questa è la prima che riguarda la presenza dei simboli religiosi nelle scuole. Una camera composta da sette giudici della seconda sezione della Corte, tra cui l’italiano Vladimiro Zagrebelsky, ha condannato all’unanimità il governo italiano a pagare un risarcimento di 5 mila euro per danni morali alla cittadina italiana che ha sollevato il caso. Per ora si tratta di una sentenza provvisoria e il giudice Nicola Lattieri, che difende l’Italia davanti alla Corte di Strasburgo, ha già dichiarato che il governo vuole chiedere il rinvio alla Grande Camera della Corte per riaprire la partita. Se il ricorso del governo non fosse accolto, la sentenza emessa ieri diverrebbe definitiva dopo tre mesi. Quindi spetterebbe al Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa decidere, entro sei mesi, quali azioni il governo italiano dovrebbe prendere per non incorrere in ulteriori violazioni legate alla presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche. La vicenda approdata a Strasburgo nasce dalla battaglia giudiziaria avviata anni fa da Soile Lautsi, cittadina italiana di origini finlandesi, sposata con un professionista padovano e madre di due figli. Nel 2002 i due ragazzi frequentavano la scuola media statale "Vittorino da Feltre" di Abano Terme. Nelle aule scolastiche, come succede da secoli in ogni istituto scolastico del nostro Paese, c’era il crocifisso appeso dietro la cattedra.

La signora Lautsi, convinta sulla base di chissà quale teoria, che la presenza del simbolo cristiano in classe fosse contrario a quella laicità a lei tanto cara - o forse si tratta di laicismo – andò a scuola a protestare, invocando un parere della Cassazione del 2000, secondo cui la presenza dei crocifissi nelle cabine elettorali sarebbe contrario al principio della laicità dello Stato. Nel maggio del 2002 il preside della "Vittorino da Feltre" decise di lasciare i crocifissi nelle aule. Un approccio in seguito raccomandato anche da una direttiva del ministero dell’Educazione. Non contenta, la signora Lautsi decise di presentare ricorso al Tar del Veneto, che nel gennaio del 2004 rinviò il caso alla Corte costituzionale per stabilire se la presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche fosse conforme o meno ai principi sanciti nella Costituzione italiana. Nel marzo del 2005 l’Alta corte rigettò le istanze sollevate dalla caparbia italo-finlandese, giudicando che il crocifisso è sia il simbolo della storia e della cultura italiana e, quindi, della stessa identità nazionale; sia il simbolo dei principi di uguaglianza, libertà, tolleranza. Nonché della laicità dello Stato. Anche il Consiglio di Stato, nel febbraio del 2006, respinse il ricorso presentato da Soile Lautsi. Ieri, invece, ignorando completamente i pronunciamenti dei giudici italiani, la Corte di Strasburgo ha dato ragione alla signora Lautsi. «La presenza del crocifisso, che è impossibile non notare nelle aule scolastiche, potrebbe essere facilmente interpretata dagli alunni di ogni età come un simbolo religioso», si legge nel comunicato diffuso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. «Questo potrebbe essere incoraggiante per gli alunni religiosi, ma allo stesso tempo potrebbe disturbare gli alunni atei o quelli che praticassero altre religioni, specialmente se appartenessero a minoranze».

I giudici (tra cui l'italiano Zagrebelsky). I sette giudici autori della sentenza sono: Francoise Tulkens (Belgio, presidente), Vladimiro Zagrebelsky (Italia), Ireneu Cabral Barreto (Portogallo), Danute Jociene (Lituania), Dragoljub Popovic (Serbia), Andras Sajò (Ungheria), e Isil Karakas (Turchia).

BY METOZZI ORLANDO

giovedì 5 novembre 2009

La storia non è finita

Taylor: «La storia non è finita»
Il rifiuto delle «storie della sottrazione» è uno dei lati dell’intuizione secondo cui gli esseri umani «costruiscono» nuove identità, nuovi immaginari e concezioni della loro posizione nel cosmo e nella storia. Le virgolette alla nozione di «costruzione» intendono segnalare che questo non è qualcosa che facciamo in modo deliberato e controllato. Noi siamo più come sonnambuli, che sono trasportati fra differenti costruzioni. Vale a dire: vi è certo qualche elemento di intenzionalità (siamo catturati da nuove idee morali e religiose, come quella della sola fide), ma vi sono anche una gran quantità di conseguenze non volute. Nemmeno intendo dire con «costruzione» che i mutamenti non corrispondano a nulla nella realtà, che siano completamente arbitrari. Tutto questo fa forse di «costruzione» un termine inadatto, ma non ne ho trovato uno migliore. Con esso voglio indicare che un mutamento storico importante non sorge perché semplicemente diffondiamo alcune credenze o alcune delimitazioni concettuali, ma che noi siamo sempre impegnati nella ridefinizione della nostra capacità di agire e stiamo sempre modificando noi stessi. Come parlare di una direzione di cambiamento? Veniamo qui alla questione hegeliana, perché Hegel vede all’opera una direzione di cambiamento che muove la storia (lo spirito si dipana, la ragione realizza compiutamente se stessa). Ho detto che non ritengo che i cambiamenti siano puramente arbitrari. Se qualcosa come la dottrina della sola fide ha potuto avere un tale grande impatto sulla storia, essa deve corrispondere a qualcosa di importante nella condizione umana, qualcosa a cui l’adozione di questa dottrina rispondeva. Impariamo a conoscere la nostra natura osservando che cosa è accaduto nella storia. Fin qui, la prospettiva è hegeliana. Tuttavia, dove Hegel sbaglia è nell’assumere che vi sia una sola direzione di cambiamento, che vi sia cioè una sola linea di sviluppo che ci trascina in avanti. Chiaramente, invece, la storia ci mostra che non è così. Ci sono larghe analogie fra i potenti itinerari di cambiamento che osserviamo nelle diverse civiltà, ma non possono essere tutte ricondotte a un’unica linea di sviluppo. Prendiamo ad esempio il periodo assiale. Jaspers ha ragione nel sostenere che qui sia accaduto qualcosa di importante: un certo senso di trascendenza o di un bene più alto si presenta in diverse civiltà evolute. Queste hanno poi un enorme potere di trascinamento su coloro che vivono ai margini di queste civiltà. Tuttavia, è molto arduo mettere in luce quale sia l’elemento comune qui, per esempio fra i profeti ebraici, i filosofi greci, il Buddha e Confucio. Queste nuove aperture non possono essere messe a confronto lungo un asse che va da quelle che riflettono realmente il cambiamento storico e quelle che lo riflettono solo imperfettamente o solo in prima approssimazione. Questo tipo di gerarchia riflette la ristrettezza di pensiero e l’arroganza dell’Occidente e Hegel ne era soggiogato (non siamo però moralistici, era arduo non vederla così in Europa a quel tempo). In altri termini, è vero sia che certi sviluppi storici possono essere visti come il dipanarsi di un importante potenziale umano (e qui siamo certamente in territorio hegeliano), sia che la tavolozza di questi sviluppi è piuttosto ampia e non può essere ristretta in anticipo (e qui rompiamo con Hegel). Certamente c’è spazio per ulteriori sorprese. Dovremmo anche aggiungere che queste dinamiche, benché corrispondano a un importante potenziale, quasi sempre comportano la perdita di altri potenziali umani. Per esempio, il «disincanto» del mondo non consiste solo nel nostro perdere alcune credenze bizzarre e improbabili sulle reliquie o sugli spiriti del bosco; esso consiste anche nel nostro sviluppare un nuovo modo di stare al mondo come «sé compressi» ( buffered selves); e questo significa la perdita di un certo tipo di sensibilità. Così, Hegel ha ragione nel sostenere che a) certi cambiamenti sono la realizzazione di importanti potenziali, ma egli ha torto b) perché non vi è un’unica direzione per tali cambiamenti. Vi sono piuttosto forme rivali o analoghe, per indicare le quali fatichiamo a trovare un termine generale, come con le rivoluzioni del periodo assiale. Inoltre, Hegel ha torto c) per il fatto che questi mutamenti comportano perdite e guadagni e spesso ci mettono di fronte a profondi dilemmi. La storia umana sembra orientata verso l’uniformità, perché alcuni sviluppi conferiscono un grande potere economico e militare alle società che li adottano. Questo costringe altre società a sviluppare almeno degli equivalenti funzionali, se non vogliono essere sottomesse. Tuttavia, questi equivalenti funzionali devono essere sviluppati a partire dalle risorse culturali disponibili alle società stesse, cosicché noi abbiamo non una sola modernità, ma modernità multiple. Penso che la «postmodernità» sia soltanto la continuazione di certe tendenze della modernità. La modernità stessa è sempre stata qualcosa con cui abbiamo lottato, perché include nuove concezioni dell’ordine (come l’ordine morale moderno) e varie forme di ribellione contro queste ultime. Entrambe queste istanze contengono una parte di verità, dal mio punto di vista. Abbiamo bisogno di una qualche versione dell’ordine morale moderno per vivere vite decenti, in cui certe forme di barbarie umana, di disuguaglianza, di sfruttamento possano essere ridotte al minimo; ma non possiamo avere un’adorazione feticistica per questi ordini, o pretendere che essi esauriscano le nostre vite normative. Ciò che sembra assurdo e talvolta ridicolo da questo punto di vista è la inesorabile «seriosità» ( sérieux) di questa lotta fra coloro che credono in un ordine assoluto e coloro che vogliono rifiutare qualsiasi ordine. Entrambe le posizioni sono ugualmente insostenibili ed è doloroso vedere tanta energia, anche fra le menti migliori, dispersa in questa inutile battaglia.
Charles Taylor

mercoledì 21 ottobre 2009

Quella povertà mortale

21 Ottobre 2009
Il piccolo Elvis, la sua e nostra Napoli, l'assedio di antichi e nuovi mali
Morire di povertà là dove di povertà si vive
Elvis, 6 anni, da Capo Verde, è venuto a morire di povertà a Napoli. Non c’è luogo più atroce per morire di stenti perché a Napoli, per antica consuetudine, di povertà, piuttosto, si vive. I «bassi» dove Elvis viveva con la mamma, hanno la porta che s’affaccia sui vicoli ma, più ancora, sulla vita: come a guardarla meglio in faccia e ad affrontarla giorno dopo giorno con i mezzi che anche chi sbarca da altri mondi di privazione, impara presto a conoscere. Nei «bassi» si sta stretti; anche una piccola famiglia di madre e figlio finisce per avere poco spazio, perché c’è sempre da far posto a un inquilino che si chiama povertà. E a un inquilino così, non sempre bastano i tributi ordinari, né accade spesso che si lasci intenerire da quella rete di mutuo soccorso sempre all’opera, una forma di solidarietà corrente e minuta, che attraversa i vicoli e li anima molto più della sporadica luce del sole. Anche la povertà mostra di essere diventata più esigente. È uscita dai «bassi» e, non solo a Napoli, si è mossa alla conquista di spazi più vasti, e, un tempo, inesplorati. Gli uffici studi la seguono, passo su passo, su mappe di carta. Ma chi la vede avvicinarsi alla sua porta ha imparato a distinguerla da lontano, e a temerne i segni: ciò che, forse, non poteva fare mamma Manuela, lei che la povertà l’aveva già in casa e riusciva, in qualche modo a domarla. Proprio Elvis, il trovarsi a suo agio tra i compagni nel vicolo, e la cartella della scuola sempre in ordine, era il segno semmai opposto di una timida e scarna agiatezza che mai – sembrava – potesse essere scalfita da una bolletta della luce arrivata in ritardo. Anche la soglia di povertà, come del resto quella della ricchezza, ha parametri suoi, e quel braciere di carbonella, che nei bassi è stato sempre usato come un utensile di casa, ha finito per bruciare più che dare calore a una vita. Una tale forma di povertà non estrema non fa che rendere ancora più insopportabile questa morte che è riuscita a insinuarsi, infida e velenosa, tra varchi sguarniti, dove la povertà riesce a colpire anche attraverso le orme che lascia. Una vita di stenti non equivale sempre a una vita di miseria. E non è detto che dai «bassi» è possibile scorgere solo orizzonti cupi. Ma a sei anni, nel respiro di vita che lo ha accompagnato, a Elvis toccava certo il diritto di non doversi occupare di tutto questo. Aveva, a suo modo, già imparato a guardare avanti. A scuola era bravo e anche simpatico, e i suoi compagni andavano a cercarlo, quando non lo vedevano. Non poteva sapere di quel respiro di vita già insidiato dai residui di una povertà tenace e caparbia che è arrivata a inseguirlo da un capo all’altro del mondo. Con tutti i suoi drammi e le sue continue emergenze, anche Napoli, nel vasto panorama dei disagi nel mondo, può risultare un approdo. Ma proprio qui, nelle quinte nascoste di una città che, facendo scudo ai suoi poveri, cerca di salvare anche se stessa, Elvis si è visto atrocemente chiedere il conto. Ha dato i suoi pochi anni, ma ha lasciato scorgere quanto grandi fossero le sue speranze. E Napoli lascia intuire quando il suo cuore resta ferito. La morte di Elvis, e il dramma della mamma, in lotta per la vita, non sono entrati a far parte di una sua cronaca ordinaria. C’entra, ma non spiega tutto, neppure il sentimento di protezione per i bambini. Il dramma di Elvis è, in tutti i sensi, anche il dramma di una città che, pur assediata dai suoi mali antichi, non può fare a meno di guardarsi intorno per scorgere anche l’insidia dei nuovi. Anche la povertà cambia pelle. Ed è un braciere sempre acceso.
Angelo Scelzo da avvenire

lunedì 12 ottobre 2009

anche mussolini è stato una spia

06/10/2009 di alessio altichieri - corriere della sera
Le cento sterline che Mussolini intascava dalla "perfida Albione"
Scritto da: Alessio Altichieri alle 22:47
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Cento sterline. Cento sterline alla settimana. Per quasi un anno Benito Mussolini, nel 1917, fu stipendiato dai servizi segreti britannici. Sorprendente, forse, per l’uomo che molti anni dopo avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”. Ma la politica è spregiudicata, sicché non bisogna meravigliarsi che gl’inglesi, più tardi “stramaledetti” dal fascismo, fossero alleati preziosi in una stagione precedente. Stupisce piuttosto, e qui sta la novità, l’esiguità della somma: cento sterline, il prezzo con cui l’intelligence britannica si comprò la fedeltà di Mussolini, non erano molti soldi nemmeno a quel tempo. “In genere, rivalutiamo per sessanta: perciò, possiamo stimare quella sovvenzione in seimila sterline d’oggi”, dice Peter Martland, professore di storia moderna all’Università di Cambridge. Neppure 5.500 euro al cambio odierno, quindi, per fare una politica, certo congeniale a Mussolini, che era vitale per la Gran Bretagna in guerra contro gl’Imperi Centrali. “Fu un vero affare, perché ormai il conflitto sembrava perso”, osserva Martland. Possibile che con quelle cento sterline si sia cambiato il corso della storia europea? “Comunque, se avesse vinto la Germania, non saremmo qui a parlarne”, commenta lo storico.Vediamo. Nell’autunno del 1917 le sorti della Grande Guerra sono appese a un filo. La Russia rivoluzionaria ha sospeso i combattimenti contro la Germania, l’Italia ha subito la rotta di Caporetto. La situazione è disperata. Se anche l’Italia dovesse abbandonare il conflitto, solo Francia e Gran Bretagna resterebbero a opporsi a Germania e Austria. Londra deve fare di tutto per garantire che l’Italia non receda dall’alleanza: “C’era il timore che il governo italiano dopo Caporetto dovesse fronteggiare rivolte, ondate pacifiste”, riassume Martland. Ma i britannici avevano a Roma un uomo di prim’ordine, il tenente colonnello Samuel Hoare, dell’intelligence militare, il quale aveva organizzato una rete di un centinaio di agenti che agivano per la Gran Bretagna. Riferiscono sul morale della nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi. Qualcuno consiglia a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato dall’”Avanti!” e dal partito socialista per la sua linea interventista, sostiene ora la politica con un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Hoare acconsente e, conosciuto Mussolini, fa di più: propone una sovvenzione per la testata.Il suo capo a Londra, Sir George Macdonagh, tentenna. “Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”, spiega Martland. E si fa l’accordo: cento sterline alla settimana. Ricorderà molti anni più tardi, nel 1954, Hoare, ormai divenuto Lord Templewood, nelle sue memorie: “’Lasci fare a me’, fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: ‘Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra’. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi”, concluse Hoare - sorvolando, da signore, sulle cifre. Naturalmente, non è che Mussolini abbia salvato le sorti dell’Italia e della guerra, ma anche il suo interventismo, fino al Piave e al riordinamento dell’esercito italiano sbandato, servì alla causa britannica. “L’investimento rese, anche se non so se Mussolini usasse i soldi per il giornale: viste le sue inclinazioni, ritengo probabile che abbia speso quei soldi per le sue amiche”, dice Martland, che fa due conti: “Era buon prezzo, se si pensa che la guerra all’epoca costava alla Gran Bretagna quattro milioni di sterline al giorno”. La storia è abbastanza nota, molto meno era l’entità del compenso, almeno fino a pochi giorni fa, quando è stata presentato a Londra un volume di mille pagine, la storia del Security Service, cioè il controspionaggio britannico, comunemente chiamato Mi5. Con il titolo“The Defence of the Realm”, che riprende il motto del servizio, “Regnum Defende”, è stata scritta da Christopher Andrew, già autore del celebre “Archivio Mitrokhin” che fece tanto scalpore dieci anni fa, e celebra in modo assolutamente originale (non era mai successo che un servizio segreto di tale importanza pubblicasse la propria “storia autorizzata”) il primo secolo di vita del Mi5, che nel 1917 includeva anche le operazioni all’estero, e naturalmente l’intelligence militare. Andrew, per svolgere il compito immane di consultare 400 mila files, s’è avvalso dell’aiuto di Martland, che proprio a Cambridge aveva a disposizione l’archivio Templewood, un altro forziere di documenti. E lì, spulciando le carte, Martland ha trovato la cifra del compenso britannico a Mussolini, le cento sterline. “Non credo che il dettaglio sia mai stato pubblicato: l’archivio Templewood è disponibile a chiunque, ma bisognava metterci il naso”.Pur di battere la Germania, andava bene anche l’aiuto di un Mussolini: d’altronde, perfino Winston Churchill disse che, pur di trovare alleati contro Hitler, sarebbe stato pronto ad andare all’inferno ad accordarsi con il diavolo. Oggi, con sano patriottismo, sia Andrew che Martland sottolineano l’opera meritoria per la difesa del regno svolta in cent’anni dal Security Service – e dai suoi agenti. “Hoare a Roma aveva antenne sensibili: fu il primo a capire, già allora, che il capo della corrente filo-tedesca in Vaticano era il futuro papa, l’arcivescovo Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera”. E lo stesso Hoare, per coincidenza, avrà ancora un rapporto privilegiato con Mussolini vent’anni dopo, quando sarà diventato Foreign Secretary, cioè ministro degli Esteri, e dovrà confrontarsi con quello che era ormai il Duce del fascismo, lanciato nell’avventura coloniale. Con il suo omologo francese, Pierre Laval, Hoare firmerà un patto per consentire all’Italia di sottomettere l’Abissinia e lasciare all’Etiopia lo sbocco al mare che il “Times”ridicolizzerà come “un corridoio per i cammelli”. Era l’inizio della politica dell’”appeasement” verso il nazifascismo che, fino alla seconda guerra mondiale, illuderà il governo Chamberlain. Ma questa è un’altra storia.(“The Defence of the Realm: The Autorized History of MI5”, di Christopher Andrew, è pubblicato da Allen Lane, 1032 pagine, 30 sterline. Nelle foto, dall’alto: Benito Mussolini davanti a una statua che lo ritrae; i bersaglieri nella battaglia di Caporetto, secondo una "Domenica del Corriere" del novembre 1917; Thames House, la sede del Mi5 a Londra; il logo del Security Service; "Profilo continuo - Testa di Benito Mussolini", di Renato Giuseppe Bertelli, terracotta smaltata, 1933; gli agenti del Mi5 sono protagonisti di una serie di successo della Bbc, "Spooks").

giovedì 8 ottobre 2009

stranieri: ricchezza o delinquenti?

Immigrati cioè criminali?Esagerato, ecco i dati
Immigrato uguale delinquente. Non sem­pre, ma spesso. Perché l'arrivo di tanti stranieri avrebbe fatto schizzare il nu­mero dei reati. Ma è proprio così? Numeri al­la mano, lo staff scientifico del Dossier im­migrazione Caritas- Migrantes, in collabora­zione con l'agenzia Redattore sociale, dimo­stra l'inconsistenza di un approccio frutto di approssimazione, luoghi comuni, se non di precise strategie politico- mediatiche. Lo studio su La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi parte dal ri­sultato di molte indagini sociologiche: per 6 italiani su 10 gli immigrati hanno provocato un aumento del tasso di criminalità, tra loro 5 o 6 volte più alto di quello degli italiani. Fal­so, afferma la ricerca. Il tasso di criminalità degli immigrati regolari è sì più alto di quel­lo degli italiani, ma bisogna considerare le condizioni sociali e normative sfavorevoli. Il tasso di criminalità – il rapporto tra denun­ce contro autori noti e il totale della popola­zione – per gli italiani è dello 0,75%, per gli immigrati regolarmente soggiornanti è 1,24%. Non il quintuplo, dunque. Un dato che si riduce analizzandolo per fasce di età. Gli immigrati sono infatti una popolazione molto giovane. Il 95,5% delle condanne a stranieri è nella fascia 18- 44 anni, mentre i condannati italia­ni 'coetanei' sono il 78,6%. Nella fascia 45- 64 delin­quono invece di più gli ita­liani: il 17,9%, tra gli stra­nieri il 5,3%. « Se anche tra gli italiani i giovani di 18-44 anni fossero il 92,5% del to­tale – afferma la ricerca – le denunce per questa fascia aumenterebbero di più di 200 mila unità. La popolazione ita­liana avrebbe un tasso di criminalità dell' 1,02%, vicino all' 1,24% dei regolari». Obiezione: ma sono gli irregolari e i clande­stini i veri delinquenti. La ricerca ha una ri­sposta anche per questo. Prima una premes­sa è lessicale. Chi non ha le carte in regola per il 64% è irregolare, cioè titolare di un per­messo scaduto, gli overstayers. Il 23% è entrato clandestinamente via terra, solo il 13% via mare. E la portavoce dell'Acnur Laura Bol­drini invita a non generalizzare nemmeno tra questi ultimi, definendoli «clandestini» , vi­sto che il 75% degli sbarcati fa richiesta di a­silo, accolta nella metà dei casi. Senza di­menticare, afferma la Caritas, che 2 dei 4 mi­lioni di immigrati regolari, ieri erano irrego­lari, emersi grazie alle sanatorie. In effetti però tra le persone denun­ciate circa il 75% sono irre­golari. Molti sono crimina­li veri, molti però finisco­no nelle statistiche ( 550.590 reati nel 2005) proprio per infrazioni alla legge sull'immigrazione ( 21.996), o reati minori co­me la riproduzione di cd e film ( 5.294).«La mobilità degli immigrati – spiega l'avvocato Lucio Barletta – fa sì che a volte non vengono informati di procedimenti pe­nali. Così non possono concordare riti ab­breviati o patteggiamenti. La precarietà al­loggiativa poi non permette alternative do­miciliari al carcere». Infine: l'andamento del­le denunce è stabile dal 1991, primo anno dell'era immigrazione. Ma se gli stranieri so­no raddoppiati tra 2001 e 2005, le denunce nei loro confronti sono salite del 45,9%.
Luca Liverani