martedì 10 gennaio 2012

NOI SIAMO L'ITALIA, NOI SIAMO L'EUROPA

NOI SIAMO L’ITALIA E L’EUROPA






E si, noi siamo l’Italia e siamo con gli altri popoli, abitanti del vecchio continente,l’Europa. Scrivo questo, perché a molti non è chiaro questo concetto. Difatti, quando parlano di Stato, non hanno ancora capito che parlano di sé stessi, mentre loro si riferiscono come Stato a coloro che ci rappresentano, vale a dire: presidente della Repubblica, presidente del consiglio dei ministri, ministri, sottosegretari e parlamentari, mentre loro rappresentano noi, e una parte dello Stato, ma non tutto lo Stato, perché lo Stato e l’Italia siamo noi che li eleggiamo. Così dicasi per l’Europa, anche qui, l’Europa, siamo noi. La nostra storia, la nostra cultura, la nostra civiltà ha civilizzato il resto dell’Europa e del mondo: basta ricordare l’impero romano e i suoi vari scrittori: Cicerone, Seneca, tanto per citarne qualcuno senza dimenticare la Magna Grecia. Poi ,nel medioevo, San Benedetto da Norcia che fondando il monachesimo ha creato una nuova civiltà, dopo la caduta dell’impero romano d’occidente, per l’Italia e per l’Europa. Inoltre come dimenticare il Rinascimento italiano e artisti come Raffaello, Leonardo, Michelangelo e Giotto tanto per citarne alcuni che hanno creato opere indimenticabili. È vero c’è stato anche un periodo molto lungo ricordato anche come il periodo dei secoli bui dove siamo stati in terra di conquista, e divisi in molti Stati dove anche la Chiesa, ma non tutta la Chiesa era immanicata con il potere dominante, ma nonostante ciò ci furono anche degli uomini di chiesa che non dimenticarono la loro missione e fecero fare passi avanti alla civiltà come San Benedetto, San Francesco, San Camillo de Lellis che fondò i primi ospedali, San Giovanni Bosco che ne otto cento fece il primo contratto di lavoro, per i ragazzi suoi ospiti dell’oratorio da lui fondato a Torino. Non posso dimenticare qui don Carlo Gnocchi oggi beato per il mondo della disabilità, madre Teresa di Calcutta anche ella beata che ha lavorato nel mondo degli ultimi, che non sono poi gli ultimi, fino alla fine, don Oreste Benzi che ha lavorato nel mondo delle prostitute, cercando di salvare da quel mondo degradato più donne possibili. Come si vede la chiesa, non è stata solo oscurantista. Dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente,l’Italia non era più una nazione politicamente unita, è stato unita solo culturalmente: con Dante, Goldoni, Petrarca, Leopardi, Manzoni, ed altri artisti citati sopra: come Leonardo, Giotto, Michelangelo, Raffaello, il beato Angelico, il Tintoretto, il Caravaggio ecc. ecc.. Ora da centocinquant’anni a seguito di un risorgimento, che io non condivido come è stato portato avanti, ma siamo una nazione, e subito dopo esser diventata nazione, dimenticando che per tanti anni è stata terra di conquista ha pensato bene di farsi delle colonie invadendo altri Stati vedi Etiopia, Libia, Albania, Grecia. Nonostante la nostra povertà, abbiamo fatto anche due guerre mondiali, con il risultato di avere un sacco di invalidi ed edifici distrutti dando retta a dei super uomini “Mussolini, Hitler” che nel loro delirio pensavano di aver trovato nel popolo tedesco ed italiano il super uomo e negli ebrei, zingari e disabili degli esseri inferiori da eliminare. Questa ideologia alla fine è stata sconfitta anche se purtroppo al prezzo di tanti morti. Ora dopo tutte queste esperienze tragiche i leader europei SHUMAN per la Francia, de Gasperi per l’Italia e ADENAUER per la Germania hanno capito che bisognava superare il concetto di nazione singola per proporre un’Europa unita federalmente, spiegando ai propri concittadini la bontà del progetto tant’è che hanno fatto il referendum; e così le nazioni da sei sono passate a 27 con una moneta unica: l’euro. Ma quello che deve essere chiaro, è che l’Europa siamo noi e non i governanti pro tempore, loro ci rappresentano, ma non ci sostituiscono, perché i governanti cambiano, ma noi rimaniamo e dobbiamo comprendere che ognuno di noi è una ricchezza per l’ altro anche se è di una nazione diversa perché è sempre mio fratello. I problemi ci saranno sempre, ma non sono insormontabili, perché le guerre non hanno mai risolto nulla, la pace sempre. Non esiste l’uomo della provvidenza se non quella di Dio e solo se noi italiani e noi europei sapremo camminare uniti pur nella diversità il futuro non sarà nero, perché il futuro è nelle nostre mani sia come italiani, e sia come europei e la diversità non è un handicap ma una ricchezza.



Franco mizzi

Handycapp

www.amiopadre.eu





venerdì 23 dicembre 2011

BUON COMPLEANNO DIO NOSTRO PADRE

Per te sprecarono le parole fior di poeti, prestarono la loro voce centinaia di salmisti e cantori, offrirono il loro sguardo donne festanti e gioconde: a nulla valse la loro anagrafe di peccatrici o di insolenti, di burattinai o di funamboli, di meretrici o di acquasantiere della grazia. Chi di Te s'azzardò a parlare nella notte dei secoli lo fece col proposito di far saltare il banco della legge e della storia. Eppure mai e poi mai avremmo immaginato che l'Uomo dei sogni e l'Atteso delle genti arrivasse con siffatte sembianze dopo così spasmodica attesa. Qualcuno – armato di carta e calamaio – disse di te che fosti il Bambino più capriccioso della storia: nessuno prima di te e nessuno dopo s'azzardò a scomodare persino le stelle con le loro galassie per additare al cercatore il numero civico presso il quale porgerti uno sguardo. Accipicchia, fossi nato con i capelli già copiosi e magari un po' ricci (come t'immaginano gioiosi i nostri di bambini) verrebbe voglia di nasconderci dentro le nostre mani e farti il solletico. Perché, capriccioso o meno, Tu eri davvero quello che aspettavamo a casa nostra.


Perché un giorno Tu ci parlerai di Dio con il linguaggio dei bambini e non con quello dei rabbini, perché c'implorerai il favore di guardare il volto di quell'Uomo barbuto e anziano - che nelle noiosissime ore di catechismo ci hanno imposto di chiamare Dio abbassando lo sguardo – e c'insegnerai che c'è un nome tutto nuovo da poter usare, quello di papà, con quell'alfabeto di tenerezza cucito addosso: la severità e le coccole, la mansuetudine e la chiarezza, il piglio severo e lo sguardo commosso. C'ammaestrerai che quell'Uomo piange e ride, gioca e si nasconde, accarezza e si rammarica parlando di pecore e di perle preziose, di sementi e di fichi da raccogliere. Parlando della terra, del cielo e delle passioni che fanno ancora battere il cuore dell'uomo. In un mondo in un cui i bambini devono nascere che sanno già scrivere e fare di conti, che in tasca tengono un'agenda policromatica per segnarsi tutti gli impegni quotidiani, che da piccoli sognano di diventare grandi e poi da grandi vorrebbero ritornare piccoli, ci mancava proprio un Bambino che fosse orgoglioso d'essere bambino. E che ci raccontasse la gioia di uno sguardo, di una carezza, di un'increspatura del volto, che ci narrasse delle cose ultime e delicatissime: delle cose di Dio. Ti aspettavamo quaggiù: ormai le parole non ci saziavano più, troppa attesa c'aveva fatto divenire mendicanti dell'Attesa più dolce, quella che sazia il cuore e rende forte persino il pensiero. Ci mancavi Tu, con quel fare scanzonato e divino, grazioso e luccicante, splendido e inafferrabile. Col tuo fare da bambino.

Di te dissero che fosti il Bambino più capriccioso della storia per quel tuo estenuante "farti attendere". Più che capriccioso a me sembri paradossale. Perché troppi oggi c'insegnano che per fare un tavolo ci vuole il legno. Ma solo Tu - sfidando la leggiadria dei poeti e l'arte dei narratori - c'insegni che dietro il legno c'è la maestosità di un albero, che dietro l'albero è nascosto un seme e che dietro un seme ci sono i petali di un fiore. Nessun falegname T'assumerebbe a bottega, eppure è proprio così: per fare un tavolo ci vuole un fiore. E il fiore è il simbolo della Bellezza. Un giorno per quella bellezza ad un Albero Ti appenderanno, così noi impareremo che ogni fiore chiede un prezzo per non lasciarsi appassire dalle intemperie.

Nascesti come un principe, avendo come tetto una costellazione intera di luce. Morirai come un Dio, trafitto per troppa bellezza. Che tu sia capriccioso o paradossale non conta poi così tanto: quello che ci preme dirTi è che stavolta per poco non morivamo di disperazione. Per fortuna sei arrivato. E non sai quanto ci fa battere il cuore saperTi vicino a noi fin quasi a stringerci come due fratellini spensierati nel letto di casa nostra. E immaginare che sotto il piumone – al riparo dallo sguardo di Erode – ci guardiamo in volto sorridendoci. Quasi a dirci: "finalmente ci siamo incontrati".

Mio Dio, quanto mi sei mancato! MARCO POZZA PRETE

giovedì 10 novembre 2011

credere oggi


Mi piaceCommenta

La Volta Celeste

LA FEDE CRISTIANA

Per il cristiano,non è sufficiente credere in Dio,

questo è propedeutico,non è fede,non ancora.

Il cristiano crede che Gesù Cristo è Dio!

Il Cristiano afferma che Dio non è infinita solitudine,

ma Egli è S.S.Trinità.

La seconda Persona,il Verbo,il Figlio si è fatto uomo,

e proprio il Figlio ci ha mostrato il Padre,

e ci ha donato lo Spirito Santo.

Il cristiano,crede nell'unità e Trinità di Dio,

perchè Lui stesso ce l'ha rivelata in Cristo.

Non siamo cristiani senza una completa e totale professione

davanti a Gesù Eucarestia:

"Mio Signore - Mio Dio".

Tuttavia questo non è ancora sufficiente,

non basta dire che Gesù è il Salvatore,

vero Dio e vero uomo,

ma bisogna sperimentare nella vita la sua salvezza.

Il cristiano vero,aperto a Dio,è più felice!

Cristo è suo compagno di vita!

Gesù cammina sempre accanto a Lui,e con la sua luce illumina il sentiero.

Il cristiano deve vivere la guarigione che dà Cristo,

fare l'esperienza della sua luce,della sua salvezza;

per poi mostrarla agli altri perchè la vedano.

Il cristiano dice parole di amore,di gioia,di speranza.

Trasmette la luce di Dio,la sua pace,la sua serenità.

Si deve vedere l'opera della Croce di Gesù nella nostra vita.

Il Cristiano ha le sue croci,i dolori,le sofferenze,i problemi,le tentazioni,

ma mostra di affrontarle con la serenità e la forza di Cristo Salvatore.

il cristiano si deve mostrare operante nella salvezza

attraverso un cammino di santità

dato da uno sforzo continuo per migliorarsi.

Dobbiamo essere contenti di essere cristiani!

Deve trasparire che Cristo,con la sua potenza,opera in noi.

"Questa è la base della nostra fede!"

- Papa Benedetto XVI

venerdì 28 ottobre 2011

IL CUORE DI DIO NON HA CONFINI



 
Stamattina un amico mi è venuto a trovare.
E’ arrivato presto, si è seduto vicino a me e abbiamo chiacchierato un po’ su come mi stanno andando le cose.
Dopo avere ascoltato molto attentamente tutto quello che avevo da dire si è alzato in piedi si è fermato di fronte a me, si è chinato e mi ha abbracciato dolcemente per qualche secondo.
Poi, dopo avermi detto di non preoccuparmi, che tutto sarebbe andato per il meglio,
mi ha chiesto se conoscevo qualcun altro che avrebbe avuto bisogno di una sua visita.

Io ho subito pensato a te, amico mio. Gli ho subito dato il tuo nome, ma lui sapeva già come trovarti.
Mi ha abbracciato di nuovo per darmi coraggio e poi l’ho accompagnato fino alla porta.
Mi ha detto che casa tua era giusto sulla strada ….


cid:3DD3ED61948A40739355793092B95E99@jscheelsPC
Appena arriva sul tuo PC, accompagnalo fino al prossimo appuntamento. Non fargli passare la notte sul tuo PC.

Il messaggio che porta è molto importante.

Gli ho chiesto di benedire te e i tuoi con la Sua pace, la Sua felicità e tutta l’abbondanza che Lui può dare.

Di una preghiera e lascialo andare in modo che possa benedire altre persone così come io gli ho chiesto di benedire te.

Il nostro compito è di espandere l’amore, il rispetto e la gentilezza in tutto il mondo.

giovedì 23 giugno 2011

IL CUORE DELLA DEMOCRAZIA

È il rispetto, il cuore della democrazia, questo vuol dire che in democrazia non ci sono nemici, ma avversari dove ognuno porta a conoscenza di tutti il suo programma di governo da svolgere nella legislatura e gli altri hanno il dovere di starlo ad ascoltare, difatti, la regola aurea per una democrazia compiuta è quella che dice: "io non condivido quello che sostieni, ma farò di tutto perché tu lo possa dire. Purtroppo però ciò non accade spesso, perché si preferisce denigrare il contendente piuttosto che stimarlo. In Italia, ma anche nel mondo, le campagne elettorali sono sempre state una verbale guerra civile. Difatti si parla poco dei programmi che interessano tutti cittadini, e molto dei difetti dei singoli candidati tesi a dimostrare l'inconsistenza del proprio avversario. Dio Padre ci ha creato uguali e liberi, ci ha messo a disposizione tutta la Sua magnifica creazione, mettendoci a capo di tutto tutte le cose create. Ci ha fatti e voluti suoi figli, ma nonostante ciò per molti è ininfluente, anzi molti di noi davanti a un comportamento simile direbbero che è stato uno sciocco perché loro al posto di Dio, non l'avrebbero fatto. Difatti in tutti i secoli che si sono succeduti gli uomini, non tutti però, hanno tentato di negare l'esistenza di Dio, anche per legge,, con la conseguenza che chiunque trasgrediva veniva messo in prigione o moriva. Oppure si facevano le guerre in nome di Dio e si giustificava l'esistenza del re, come emanazione della volontà di Dio, ma a molti sovrani, non gli importa di quello che Dio dice, gli importa solo il potere. Ma Dio, non è uno sciocco e uno sprovveduto, e nonostante tutto le offese che noi uomini gli arrechiamo Lui continua amare e sperare che noi ci ravvediamo lasciandoci tutto il tempo per farlo fino alla fine della vita. Così dicasi anche per quella cosa che si chiama democrazia.
HANDYCAPP FRANCO

giovedì 28 aprile 2011

LA DEMOCRAZIA NON E' MAI VIOLENTA

Myanmar, Suu Kyi: «La democrazia arriverà
ma senza violenza»
Seduti a gambe incrociate al quarto piano di un anonimo edificio di Yangon, una decina di giovani canticchiano We shall overcome, la canzone di protesta che Martin Luther King aveva intonato al termine di un suo discorso. Concludono così la loro giornata di studi all’Istituto Bayda, un centro di formazione in scienze sociali, animato dall’ex prigioniero politico Myo Yan Naung Thein. «Bayda, che in birmano significa giacinto d’acqua, è simbolo di coraggio e di lotta.

È un fiore che Aung San Suu Kyi infila tra i capelli. Il nostro istituto è una delle cinquecento organizzazioni della rete di giovani che sostiene la Signora», spiega presentando uno a uno gli studenti del suo corso. Vengono da Yangon, la città più grande di Myanmar, ma anche dalle campagne. Hanno tutti solo parole di elogio per Aung San Suu Kyi. Anche Myo Yan Naung Thein l’adula, lui che non esitava a criticare la dissidente negli anni Novanta, quando la trovava troppo ostinata nel suo rapporto con la dittatura. Da novembre Suu Kyi ha fatto poche apparizioni pubbliche. Non è uscita da Yangon. Ha tenuto un solo grande discorso davanti alla folla, all’indomani della liberazione. Perché tanto ritegno? «Si sta formando un nuovo governo e si è riunito un nuovo Parlamento», precisa Myo Yan Naung Thein. «Lasciamo che le autorità si occupino delle loro lotte di potere interne. Non sanno cosa stiamo per fare.

È perfetto», si entusiasma il giovane, sostenitore di questa strategia di attesa e osservazione. Il partito di Aung San Suu Kyi, la Lega nazionale per la democrazia (Lnd), è stato sciolto lo scorso maggio. La vittoria dell’Lnd alle elezioni del 1990 è stata annullata dal regime. Aung San Suu Kyi e i suoi amici hanno boicottato lo scrutinio dello scorso novembre. Non hanno alcun rappresentante nel nuovo Parlamento. Esclusi dal gioco politico, ridotti a nulla dalla dura legge della giunta, il loro margine di manovra sembra molto limitato. La Signora di Yangon consulta diplomatici, incontra giornalisti, ascolta chi le è vicino. Intrecciando questi contatti, cerca di riorganizzare un movimento democratico in rovina.

Qual è la sua strategia per portare la democrazia nel Paese?
«Auspichiamo di sviluppare la società civile e di spingere il governo a esaminare le nostre richieste e rivendicazioni. Portiamo la gente a capire che ha il potere di ottenere ciò che vuole. Ma la cosa più importante è rafforzare le sue capacità. Quali che siano gli strumenti che utilizziamo, auspichiamo che siano non violenti».

Perché pensa che la non violenza sia sempre il metodo giusto?
«Perché troppo spesso la violenza è stata il modo in cui in Myanmar si è introdotto il cambiamento politico. Credo che dobbiamo cambiare la percezione secondo la quale solo la violenza può portare il cambiamento. Se ci chiudiamo in tale percezione, ci sarà sempre più violenza, di continuo. E chiunque desideri introdurre il cambiamento sulla scena politica birmana farà ricorso alla violenza, pensando che sia l’unico modo».

Da vent’anni in Birmania non è cambiato nulla…
«Non è così. Non capisco perché certe persone dicono che la situazione è bloccata. Ci sono stati molti cambiamenti, anche negli ultimi sette anni, corrispondenti al mio ultimo periodo di arresti domiciliari. Ora ci sono molti più giovani nel nostro movimento. E sono molto attivi. È possibile che i cambiamenti non siano evidenti agli occhi di tutti. Ma non credo che ci siano situazioni che non evolvono mai».

Ha la sensazione che oggi i giovani siano più liberi dalla paura rispetto a sette anni fa, quando lei era libera?
«Innanzitutto sono più liberi dall’ignoranza, grazie alla rivoluzione di internet, che è arrivata nel Paese, anche se il Myanmar resta fortemente in ritardo. Si liberano dall’ignoranza da sé, perché sono capaci di comunicare con altri giovani del loro Paese e di tutto il mondo, molto più facilmente che in passato. Credo che paura e ignoranza siano strettamente legate. Chi cammina nelle tenebre ha paura delle tenebre. Perché? Perché non vede nulla e non sa cosa deve affrontare. Più si sa, più si possono gestire le paure».

Negli anni Novanta disse che non condannava la violenza di chi lotta per una giusta causa, come suo padre, il generale Aung San, che si è battuto per ottenere l’indipendenza dai britannici. La non violenza, per lei, è una strategia pragmatica o un principio?
«Entrambe. Mio padre non combatteva contro birmani. Combatteva gli stranieri. E lei deve capire che i tempi sono cambiati. A quell’epoca la gente combatteva per ottenere ciò che voleva e non ci si preoccupava granché dei diritti dell’uomo. Ma anche mio padre, in alcuni degli ultimi discorsi, ha fatto riferimento a metodi non violenti. Ha detto apertamente: “Se dobbiamo combattere, combattiamo; ma preferisco un metodo pacifico, perché è meglio per il popolo”. Non era di natura violenta».

Può dire che non cambierà mai in favore di una strategia violenta?
«Non cambierò mai in favore di una strategia violenta. Ma non condannerò chi pensa che la violenza sia l’unico modo di procedere, perché è l’unica cosa che si conosce nell’ex Birmania. È quello che gli ha insegnato la storia. E poi non posso dire: “Non prendete le armi e seguite la via pacifica”, perché non posso garantire la loro sicurezza. Sotto molti punti di vista, la via della non violenza è la più pericolosa. Non abbiamo armi e l’altro campo è pronto a usare le sue».

Anche Nelson Mandela in Sudafrica ammise la via della violenza, come estrema risorsa…
«E alla fine tornò alla non violenza. Vede, anche lui si è dovuto evolvere con la sua epoca. Quando ha scelto la via della violenza, era ancora accettabile. Ma credo che l’idea di portare il cambiamento con la violenza sia diventata sempre meno accettabile nel mondo».

Tomas Ojea Quintana, l’inviato speciale delle Nazioni Unite, ha proposto di mettere sotto indagine il suo Paese sulle violazioni dei diritti dell’uomo. Lei è favorevole all’idea di una commissione d’inchiesta?
«Sono favorevole, perché il suo lavoro, in quanto inviato speciale per i diritti dell’uomo, è fare tutto quello che ritiene necessario per scoprire cosa avviene in materia di diritti umani. Le violazioni dei diritti dell’uomo devono costituire l’oggetto di indagini per evitarne il ripetersi».

Non pensa che una proposta del genere spaventi ancora di più il suo governo invece di spingerlo a impegnarsi nel dialogo?
«Forse. Alcuni nel governo possono avere paura, se pensano di averne motivo. Ma, d’altra parte, devono capire ciò che diciamo, ossia che una commissione d’inchiesta non necessariamente porta in tribunale. Del resto, può essere anche un modo per evitare il tribunale. Com’è accaduto in Sudafrica. C’era una commissione per la verità e la riconciliazione che ha mostrato che si deve rispondere dei propri crimini. Ma ciò non implica necessariamente una rivincita. Una commissione d’inchiesta può consentire di prevenire la giustizia vendicatrice, che può seminare dissensi in un Paese. Perciò si parla di giustizia mitigata dalla pietà. È esattamente la strada che hanno scelto i sudafricani perché le divisioni nel loro Paese non si accentuino e non persistano. Credo che se quanti hanno motivo di avere paura in Myanmar guardassero a quest’esempio, capirebbero che una commissione d’inchiesta è nel loro interesse, a condizione che sia accompagnata da un accordo politico adeguato».

Ha l’impressione che il governo abbia meno paura di lei?
«Lo spero. Meno avrà paura e più riusciremo a fare il nostro lavoro. Ma non so. Parte del nostro compito consiste nel persuadere il governo che da noi non ha nulla da temere e che possiamo collaborare. Il governo è fatto di tante persone. E dietro ci sono i militari. Perciò dobbiamo convincere moltissime persone che il futuro passa attraverso la negoziazione e regole pacifiche. Penso che nell’esercito già ci siano persone convinte che abbiamo bisogno di una via più pacifica e di maggiore compromesso. In particolare abbiamo legami con le famiglie di militari che soffrono. Nell’esercito solo i dirigenti se la passano bene. L’esercito è composto di 500 mila persone. Ci sono moltissime persone, in particolare in fondo alla scala gerarchica, le cui famiglie sono in difficoltà come tutti in Myanmar».

Come può aiutare il governo a non temere un cambiamento democratico?
«In primo luogo, educandoli. Non parlo di educazione in senso stretto. Ma facendo loro capire che la democrazia non è la rivincita. Fargli capire questo vuol dire parlargli. Devono ascoltare ciò che diciamo. In fondo, è questione di comunicazione, non le pare?».

Ha rapporti con il nuovo governo uscito dalle urne lo scorso novembre?
«La lista dei ministri è stata pubblicata, ma non sappiamo ancora chi è incaricato di quale ministero. Nessuno nell’ex Birmania sa chi è realmente a capo del potere. Non abbiamo contatti con loro, per il momento, perché non sappiamo chi contattare».
(per gentile concessione del quotidiano «la Croix»; traduzione di Anna Maria Brogi)
Rémy Favre

AVVENIRE