Ero straniero e mi avete accolto
Il titolo di questa riflessione, ripresa da un brano del Vangelo,si attaglia a quanto sta succedendo da un po’ di tempo, qui in Italia e nel resto del mondo. Il Vangelo ci ricorda anche che dopo la visita dei Magi, un angelo in sogno, ordinò a Giuseppe di prendere Maria e il bambino e fuggire in Egitto perché Erode voleva uccidere il bambino, infatti Erode farà la strage degli innocenti. Questa scarna cronaca evangelica riportata, attualizzata e contestualizzata ai fatti accaduti di ROSARNO in Calabria, aggiungo anche che in base alla legislazione vigente nel nostro paese, il piccolo Gesù con il resto della Sua famiglia sono stati degli immigrati clandestini, perché per entrare in Egitto non hanno chiesto nessun permesso di soggiorno. Fosse successo oggi, da noi in Italia sarebbe stato respinto e rimandato nella sua patria con tutte le conseguenze del caso. Spesso ci si dimentica che questo tipo di emigrazione e figlia dell’estrema povertà che porta alla fame e la gente, non ricorda più la storia, quella storia che dice che le nazioni più (Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania ed Italia)ricche hanno colonizzato e depredato di tutto quello che avevano le nazioni più povere. Tutte queste nazioni, a questo stato di cose, si sono ribellate e sono diventate indipendenti (guerra d’indipendenza americana, guerra d’indipendenza brasiliana, guerra d’indipendenza messicana, guerra risorgimentale italiana, guerra d’indipendenza algerina, guerra di indipendenza del continente africano che ha visto la creazione di molti Stati) nonostante l’indipendenza raggiunta da questi stati, in alcuni di questi, la povertà della gente è rimasta grande senza possibilità di lavoro e con la fame quotidiana obbligandoli ad un’emigrazione esterna. In Italia, si calcola che dopo la guerra d’indipendenza, siano immigrati nel mondo più di 30 milioni di italiani ed in alcuni paesi dove erano immigrati, sono stati fatti segno di ostilità( in Svizzera negli anni 70 dell’altro secolo, hanno fatto due referendum per cacciare via noi italiani) che non sono passati. Molti dei nostri connazionali a causa di queste ostilità sono morti, altri hanno fatto ancora la fame, altri si sono dati alla criminalità (vedi mafia: al Capone), altri hanno portato cultura arricchendo ulteriormente la cultura del paese ospitante (Frank Sinatra, Lisa Minnelli, Madonna)altri hanno dato la vita per salvare vite come mio cugino pompiere di New York morto l’ 11 settembre del 2001 dentro le torri gemelle per salvare altre vite. Ora tutto questo succede anche in Italia dove l’emigrante viene a fare i lavori che nessuno vuol fare più, ma questo non va bene perché si dice che rubano il lavoro a noi italiani, ma poi si scopre che non è vero, perché quei lavori non li vuol fare nessuno, si preferisce pagarli in nero e che non disturbino, che dormano sotto i ponti e quando hanno soddisfatto i nostri bisogni che se ne vadano via a mani vuote. Certo c’è chi delinque ed è giusto punirli come puniscono gli italiani che delinquono. Il paradosso è che quando i nostri fratelli musulmani chiedono la costruzione di un minareto per poter pregare e molti non vogliono concederlo adducendo che abbiamo la croce di Cristo, e questo non bisogna mai dimenticarlo; salvo poi dimenticare che questa croce è il frutto di un processo ingiusto e si vuole usarla per creare un'altra ingiustizia dimenticando anche quello che Cristo disse descrivendo il giudizio universale: “ero forestiero e mi avete accolto,noi risponderemo Signore quando ti abbiamo accolto? Allora lui risponderà ogni volta che avete accolto un forestiero avete accolto Me”.
FRANCO A. MIZZI
DA REPUBBLICA
Immigrati, i vescovi a Berlusconi"Delinquono come gli italiani"
Monsignor Crociata (Cei) replica all'equazione del premier su stranieri e criminalità"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di reati sono pressoché identiche"
OAS_RICH('Left');
Il segretario generale della Cei, Mariano Crociata con il presidente della Conferenza, Angelo Bagnasco
ROMA - "Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". E' quanto ha affermato il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulle affermazioni del premier Berlusconi riguardanti la partecipazione degli immigrati alle attività delle organizzazioni criminali. "La considerazione di fondo sugli immigrati - ha adetto Crociata - resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di pregiudizio e discriminazione, come ha ricordato il Pontefice".Crociata, rispondendo ai giornalisti nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente della Cei, ha affrontato diversi temi, compreso quello delle prossime elezioni. "Il compito dei cittadini - ha detto il segretario generale della Cei - è di eleggere le persone che meglio perseguono l'obiettivo del bene comune i cui valori e criteri sono la difesa della vita umana comunque si presenti, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la promozione della solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli e il lavoro". L'indicazione della Chiesa, ha aggiunto, è poi "quella di votare per coloro che guardano alle esigenze generali più importanti sia per la vita del Paese che per le Regioni''.Sulle polemiche intorno alla giustizia, Crociata ha detto di non volere esprimere giudizi di merito: "Darei in questo caso - ha spiegato - quell'indicazione relativa a superare conflitti e tensioni già contenuta nella relazione del cardinale Bagnasco, per trovare una soluzione all'interno degli equilibri istituzionali seguendo la ricerca del bene comune da parte di tutti".Quanto all'emergenza disoccupazione ed al caso Fiat, Crociata ha detto che bisogna fare di tutto per "conservare, assicurare e accrescere i posti di lavoro": "Conosciamo il dramma delle famiglie che avevano un lavoro e ora si trovano per strada. Dobbiamo raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili. Non posso intervenire su questioni specifiche, ma credo che sia, molto semplicemente, auspicabile che si continui a cercare il modo di assicurare ancora il lavoro".
");
OASd = document;
var plug = false;
var flashVersion = -1;
var minFlashVersion = oas_versione_flashMiddle;
if(navigator.plugins != null && navigator.plugins.length > 0){flashVersion =(navigator.plugins["Shockwave Flash 2.0"] navigator.plugins["Shockwave Flash"]) ? navigator.plugins["Shockwave Flash" +(navigator.plugins["Shockwave Flash 2.0"] ? " 2.0" : "")].description.split(" ")[2].split(".")[0] : -1;
plug = flashVersion >= minFlashVersion;}
else if(navigator.userAgent.toLowerCase().indexOf("webtv/2.6") != -1){flashVersion = 4;plug = flashVersion >= minFlashVersion;}
else if(navigator.userAgent.toLowerCase().indexOf("webtv/2.5") != -1){flashVersion = 3;plug = flashVersion >= minFlashVersion;}
else if(navigator.userAgent.toLowerCase().indexOf("webtv") != -1){flashVersion = 2;plug = flashVersion >= minFlashVersion;}
else if((navigator.appVersion.indexOf("MSIE") != -1) &&(navigator.appVersion.toLowerCase().indexOf("win") != -1) &&(navigator.userAgent.indexOf("Opera") == -1)){var oasobj;
var exc;
try{oasobj = new ActiveXObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash.7");
flashVersion = oasobj.GetVariable("$version");} catch(exc){try{oasobj = new ActiveXObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash.6");
version = "WIN 6,0,21,0";
oasobj.AllowScriptAccess = "always";
flashVersion = oasobj.GetVariable("$version");} catch(exc){try{oasobj = new ActiveXObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash.3");
flashVersion = oasobj.GetVariable("$version");} catch(exc){try{oasobj = new ActiveXObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash.3");
flashVersion = "WIN 3,0,18,0";} catch(exc){try{oasobj = new ActiveXObject("ShockwaveFlash.ShockwaveFlash");
flashVersion = "WIN 2,0,0,11";} catch(exc){flashVersion = -1;}}}}}
plug =(flashVersion != -1)? flashVersion.split(" ")[1].split(",")[0] >= minFlashVersion : false;}
if(plug)
{
oas_vis_Middle = 1;
document.write("");
function loadFlashMiddle1(){
if(navigator.userAgent.indexOf("MSIE") != -1 && navigator.userAgent.indexOf("Opera") == -1){
if (extFlashMiddle1.readyState == "complete")
{
FlashObject(oas_swfMiddle, "OAS_AD_Middle", coordinateMiddle, "opaque", "clsid:D27CDB6E-AE6D-11cf-96B8-444553540000" ,minFlashVersion, "FinContentMiddle1");
extFlashMiddle1.onreadystatechange = "";
}
extFlashMiddle1.onreadystatechange = loadFlashMiddle1;
}
else
{
OASfp=" Menu=FALSE swModifyReport=TRUE width="+oas_widthMiddle+" height="+oas_heightMiddle+" ";
if (minFlashVersion == 6) {
OASd.write("");
}
else if (minFlashVersion == 7) {
OASd.write("");
}
else if (minFlashVersion == 8) {
OASd.write("");
}
else if (minFlashVersion == 9) {
OASd.write("");
}
else {
OASd.write("");
}
OASd.write("");
OASd.write("");
OASd.write("");
}
}
loadFlashMiddle1();
}
else
{
oas_vis_Middle = 1;
OASd.write('');
}
if(!document.body)
document.write("");
//-->
Tra immigrati e italianistesso tasso di criminalità
I dati ufficiali dimostrano che l'80% delle denunce a carico di stranieri riguarda irregolari;ma anche tra questi, in quattro casi su 5 il reato contestato è l'assenza del permesso di soggiorno
Una manifestazione contro il razzismo
ROMA - Sono i numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è "solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di immigrati irregolari.Parlano ancora le cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione.In generale, dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute del 45,9%.Al di là delle polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine straniera saranno oltre 12 milioni.I lavoratori stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha un almeno un genitore straniero.
venerdì 29 gennaio 2010
giovedì 21 gennaio 2010
massoneria quell'alleanza impossibile
Massoni e cattolici, alleanza impossibile
Dan Brown nel Simbolo perduto allude spesso ai nemici della massoneria come personaggi patologici, fondamentalisti cristiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del complotto sono state divulgate con grande entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vinci . Ma in verità l’anti-massonismo nasce molto prima del fondamentalismo protestante o della destra religiosa statunitense così poco simpatica a Brown. Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni anti- massoniche. Nel 1698, per esempio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad allontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini dovrebbero incontrarsi in luoghi segreti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per compiere l’opera di Dio? Non sono questi i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massoneria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, così esistono diversi tipi di anti-massonismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-massoniche e interdizioni civili per i massoni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massoneria sul piano filosofico e culturale. L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono nocivi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» concentra invece la sua critica sul metodo massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescindere dagli specifici risultati che dal metodo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dottrinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi ideali », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fronte a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è importante sottolineare due aspetti importanti della storia degli anti-massonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «politico » non presuppone necessariamente l’anti-massonismo «dottrinale ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare provvedimenti legali contro la massoneria ritenendo che sia, in una determinata situazione storica, globalmente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il metodo massonico e per il ruolo «progressista » che, in altre epoche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a prescindere dalle posizioni concrete che le singole obbedienze massoniche adottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero esclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli insieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del metodo massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applicazione del metodo di volta in volta porta. La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Dichiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo prefetto di allora cardinale Joseph Ratzinger ma sottoscritta anche dal papa Giovanni Paolo II, così che dev’essere considerata magistero vincolante per tutti i fedeli. Secondo questo documento, benché il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i massoni, in realtà «rimane [...] immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argomenta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola scomunica si può evincere che i cattolici oggi potrebbero diventare tranquillamente massoni esprime dunque la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano tenere i cattolici lo determina ovviamente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni possono essere cattolici. Ma la Chiesa insegna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere massoni. Se pure manca la parola «scomunica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono accedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata presa in modo formale e definitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osservatore Romano il 23 febbraio 1985, non firmato ma di cui è comunemente considerato autore l’allora cardinale Ratzinger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Paese per Paese – in cui non vi siano specifici risultati ostili alla Chiesa, «l’inconciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattolica. Qualcuno, osserva la nota del 1985, potrebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”». Ma proprio questo aspetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano metodologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci sono né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale comunità morale-rituale, lungi dal poter essere eliminato, risulta al contrario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui appartengono i singoli membri delle logge, non possono essere considerate se non come semplici istituzionalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando [...] non vi fosse un’obbligazione esplicita di professare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logica intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non essere accettabile da parte di un cristiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo
Massimo Introvigne
Dan Brown nel Simbolo perduto allude spesso ai nemici della massoneria come personaggi patologici, fondamentalisti cristiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del complotto sono state divulgate con grande entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vinci . Ma in verità l’anti-massonismo nasce molto prima del fondamentalismo protestante o della destra religiosa statunitense così poco simpatica a Brown. Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni anti- massoniche. Nel 1698, per esempio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad allontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini dovrebbero incontrarsi in luoghi segreti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per compiere l’opera di Dio? Non sono questi i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massoneria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, così esistono diversi tipi di anti-massonismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-massoniche e interdizioni civili per i massoni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massoneria sul piano filosofico e culturale. L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono nocivi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» concentra invece la sua critica sul metodo massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescindere dagli specifici risultati che dal metodo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dottrinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi ideali », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fronte a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è importante sottolineare due aspetti importanti della storia degli anti-massonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «politico » non presuppone necessariamente l’anti-massonismo «dottrinale ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare provvedimenti legali contro la massoneria ritenendo che sia, in una determinata situazione storica, globalmente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il metodo massonico e per il ruolo «progressista » che, in altre epoche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a prescindere dalle posizioni concrete che le singole obbedienze massoniche adottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero esclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli insieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del metodo massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applicazione del metodo di volta in volta porta. La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Dichiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo prefetto di allora cardinale Joseph Ratzinger ma sottoscritta anche dal papa Giovanni Paolo II, così che dev’essere considerata magistero vincolante per tutti i fedeli. Secondo questo documento, benché il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i massoni, in realtà «rimane [...] immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argomenta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola scomunica si può evincere che i cattolici oggi potrebbero diventare tranquillamente massoni esprime dunque la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano tenere i cattolici lo determina ovviamente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni possono essere cattolici. Ma la Chiesa insegna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere massoni. Se pure manca la parola «scomunica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono accedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata presa in modo formale e definitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osservatore Romano il 23 febbraio 1985, non firmato ma di cui è comunemente considerato autore l’allora cardinale Ratzinger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Paese per Paese – in cui non vi siano specifici risultati ostili alla Chiesa, «l’inconciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattolica. Qualcuno, osserva la nota del 1985, potrebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”». Ma proprio questo aspetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano metodologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci sono né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale comunità morale-rituale, lungi dal poter essere eliminato, risulta al contrario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui appartengono i singoli membri delle logge, non possono essere considerate se non come semplici istituzionalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando [...] non vi fosse un’obbligazione esplicita di professare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logica intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non essere accettabile da parte di un cristiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo
Massimo Introvigne
lunedì 28 dicembre 2009
IL S. NATALE CHE NON C'E'
e con il dovuto rispetto …….. In sette mosse ecco come si può rovinare la festa
di Mario Delpini
La festa di Natale è così bella, così cristiana, così speciale che per rovinarla ci vuole molto impegno. Bisogna però riconoscere che i cristiani, quando vogliono, si impegnano seriamente. Segnalo alcuni di questi impegni:
Cambiare i nomi: non si chiamino più <>, ma <>
Applaudire maestre e bambini che per la recita di Natale mettono in scena qualche favola insulsa per non offendere i non cristiani con i racconti sulla nascita di Gesù.
Insegnare ai bambini a scrivere la letterina a Babbo Natale con una sfilza di richieste capricciose e costose, prima di insegnare a pregare Gesù Bambino per le cose che contano.
Dedicare tempo a decidere dove andare a sciare più che a preparare la confessione di Natale.
Esagerare: mangiare troppo, bere troppo, spendere troppo, così da avere il mal di testa e una malavoglia che impedisce persino di fare visita agli amici, ai poveri, al cimitero.
Trovare sollievo nel dimenticar per un giorno i problemi del mondo e l’esistenza dei poveri.
Ricordarsi di tutti, eccetto il Festeggiato: il Natale, per sé, sarebbe il compleanno di Gesù.
I cristiani si giustificano: <>. Ma il profeta risponde: <>.
I punti 5-6-7 personalmente mi hanno colpito parecchio ……
I PIU’ SINCERI AUGURI
DI UN SANTO NATALE DI GESU’
franco
E il Verbo si fece carne…
di Mario Delpini
La festa di Natale è così bella, così cristiana, così speciale che per rovinarla ci vuole molto impegno. Bisogna però riconoscere che i cristiani, quando vogliono, si impegnano seriamente. Segnalo alcuni di questi impegni:
Cambiare i nomi: non si chiamino più <
Applaudire maestre e bambini che per la recita di Natale mettono in scena qualche favola insulsa per non offendere i non cristiani con i racconti sulla nascita di Gesù.
Insegnare ai bambini a scrivere la letterina a Babbo Natale con una sfilza di richieste capricciose e costose, prima di insegnare a pregare Gesù Bambino per le cose che contano.
Dedicare tempo a decidere dove andare a sciare più che a preparare la confessione di Natale.
Esagerare: mangiare troppo, bere troppo, spendere troppo, così da avere il mal di testa e una malavoglia che impedisce persino di fare visita agli amici, ai poveri, al cimitero.
Trovare sollievo nel dimenticar per un giorno i problemi del mondo e l’esistenza dei poveri.
Ricordarsi di tutti, eccetto il Festeggiato: il Natale, per sé, sarebbe il compleanno di Gesù.
I cristiani si giustificano: <
I punti 5-6-7 personalmente mi hanno colpito parecchio ……
I PIU’ SINCERI AUGURI
DI UN SANTO NATALE DI GESU’
franco
E il Verbo si fece carne…
giovedì 17 dicembre 2009
LA FEDE NON E' MAI CONTRO LA RAGIONE
Fede e ragione: quel sole nella notte
I due interventi inaugurali del Convegno internazionale su Dio recentemente promosso dalla Cei hanno riproposto un tema decisivo. Il cardinal Ruini ed il filosofo Robert Spaemann hanno infatti ribadito la possibilità di elaborare delle dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio. La scelta di iniziare il Convegno con questo discorso è molto importante anche nei riguardi del mondo cattolico, perché non pochi credenti cadono nel fideismo, che nega il contributo della filosofia alla fede, considerandola inutile o addirittura perniciosa, e poggia la fede soltanto su un sentimento interiore e sulla Bibbia.In realtà, la capacità della ragione di giungere a Dio è affermata già dalla stessa Bibbia. Un passo della Lettera ai romani (I, 19-21), citato più di una volta al Convegno: «Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto […]. Infatti […] le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute». E la Lettera di Pietro (1 Pt, 3, 15) esorta a promuovere il cristianesimo appunto anche mediante la ragione: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».Anche sulla scorta di questi passi la Chiesa si è molte volte pronunciata sulla possibilità di affermare Dio con la ragione. Per esempio nell’enciclica Fides et Ratio (§ 24, 36 e 53), dove, inoltre, Giovanni Paolo II ha criticato (al § 55) i "pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio". Ma potremmo citare anche molti interventi di Benedetto XVI. Similmente, il cardinal Bagnasco ha rimarcato al Convegno che «purtroppo […] sentimentalismo ed emotivismo […] finiscono per avallare l’opinione diffusa che religione e ragione appartengano a due mondi, se non contrapposti, quantomeno incomunicabili».Per contro, la filosofia può recare alla fede almeno due preziosissimi contributi.Anzitutto, le prove filosofiche dell’esistenza di Dio possono essere proposte a chi non è già cristiano, possono condurre l’ateo a convincersi dell’esistenza di Dio e possono inoltre portare il non cristiano sulla soglia della fede nel Dio cristiano. In effetti, i cristiani diventano tali sia perché ricevono la fede direttamente da Dio o da qualche persona che inoltre la testimonia, sia anche, a volte, perché vengono convinti da dei ragionamenti. Per esempio, s. Agostino si è convertito grazie a s. Ambrogio ed alla lettura dei discorsi dei filosofi neoplatonici, s. Edith Stein è arrivata al cristianesimo leggendo s. Teresa e grazie alla filosofia di s. Tommaso, e Janne Haaland Matlary – già viceministro norvegese, che era agnostica (ed in certi periodi atea) - è arrivata al cattolicesimo proprio grazie alla filosofia.Inoltre, la filosofia può soccorrere anche chi è già credente: anche i più grandi santi hanno attraversato periodi in cui nessun sentimento interiore confermava loro l’esistenza di Dio, come è avvenuto a Madre Teresa di Calcutta. È la «notte dello spirito», per usare l’espressione di s. Giovanni della Croce. In simili momenti, la filosofia, che può dimostrare l’esistenza di Dio e anche alcuni aspetti della sua natura (onnipotenza, sapienza, giustizia, provvidenza, ecc.), può aiutarci a rimanere convinti che Dio esiste, a riconoscerlo anche quando si addensa il buio.
Giacomo Samek Lodovici
I due interventi inaugurali del Convegno internazionale su Dio recentemente promosso dalla Cei hanno riproposto un tema decisivo. Il cardinal Ruini ed il filosofo Robert Spaemann hanno infatti ribadito la possibilità di elaborare delle dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio. La scelta di iniziare il Convegno con questo discorso è molto importante anche nei riguardi del mondo cattolico, perché non pochi credenti cadono nel fideismo, che nega il contributo della filosofia alla fede, considerandola inutile o addirittura perniciosa, e poggia la fede soltanto su un sentimento interiore e sulla Bibbia.In realtà, la capacità della ragione di giungere a Dio è affermata già dalla stessa Bibbia. Un passo della Lettera ai romani (I, 19-21), citato più di una volta al Convegno: «Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto […]. Infatti […] le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute». E la Lettera di Pietro (1 Pt, 3, 15) esorta a promuovere il cristianesimo appunto anche mediante la ragione: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».Anche sulla scorta di questi passi la Chiesa si è molte volte pronunciata sulla possibilità di affermare Dio con la ragione. Per esempio nell’enciclica Fides et Ratio (§ 24, 36 e 53), dove, inoltre, Giovanni Paolo II ha criticato (al § 55) i "pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio". Ma potremmo citare anche molti interventi di Benedetto XVI. Similmente, il cardinal Bagnasco ha rimarcato al Convegno che «purtroppo […] sentimentalismo ed emotivismo […] finiscono per avallare l’opinione diffusa che religione e ragione appartengano a due mondi, se non contrapposti, quantomeno incomunicabili».Per contro, la filosofia può recare alla fede almeno due preziosissimi contributi.Anzitutto, le prove filosofiche dell’esistenza di Dio possono essere proposte a chi non è già cristiano, possono condurre l’ateo a convincersi dell’esistenza di Dio e possono inoltre portare il non cristiano sulla soglia della fede nel Dio cristiano. In effetti, i cristiani diventano tali sia perché ricevono la fede direttamente da Dio o da qualche persona che inoltre la testimonia, sia anche, a volte, perché vengono convinti da dei ragionamenti. Per esempio, s. Agostino si è convertito grazie a s. Ambrogio ed alla lettura dei discorsi dei filosofi neoplatonici, s. Edith Stein è arrivata al cristianesimo leggendo s. Teresa e grazie alla filosofia di s. Tommaso, e Janne Haaland Matlary – già viceministro norvegese, che era agnostica (ed in certi periodi atea) - è arrivata al cattolicesimo proprio grazie alla filosofia.Inoltre, la filosofia può soccorrere anche chi è già credente: anche i più grandi santi hanno attraversato periodi in cui nessun sentimento interiore confermava loro l’esistenza di Dio, come è avvenuto a Madre Teresa di Calcutta. È la «notte dello spirito», per usare l’espressione di s. Giovanni della Croce. In simili momenti, la filosofia, che può dimostrare l’esistenza di Dio e anche alcuni aspetti della sua natura (onnipotenza, sapienza, giustizia, provvidenza, ecc.), può aiutarci a rimanere convinti che Dio esiste, a riconoscerlo anche quando si addensa il buio.
Giacomo Samek Lodovici
martedì 15 dicembre 2009
DON BOSCO LO STATISTA DELL' 800
Don Bosco, «statista» del Risorgimento
L'obiettivo che don Bosco si pose fin dal 1846 era preciso: «Adoperarsi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo». Egli non rinnegò mai la sua scelta anche quando il «buon cittadino» del Regno di Sardegna divenne quello di un Regno d’Italia ostile alla Chiesa: «Mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Inoltre la sua tranquillizzante strategia pastorale – «amore al lavoro, frequenza dei Sacramenti, rispetto ad ogni autorità e fuga dai cattivi compagni» – non poteva certo essere ostacolata da amministrazioni cittadine e apparati statali, preoccupati com’erano dall’ordine sociale dell’epoca. Superate le turbolenze politico-religiose del biennio 1848-1849 con il rifiuto di aggregarsi a qualunque schieramento politico e con il deciso schierarsi in difesa della religione, don Bosco riprese la sua politica assistenziale ed educativa, sempre appoggiata dai vertici dello Stato come «opera benemerita della religione e della società», proprio mentre andavano approvando contestatissime leggi che avviavano il Paese alla modernizzazione laica dello Stato e alla sua divaricazione dalla Chiesa. Negli anni Cinquanta, non schierandosi decisamente a favore delle innovazioni politiche ma neppure opponendosi direttamente e pubblicamente – anzi tentando congiuntamente con i fratelli Cavour di risolvere il caso dell’arcivescovo di Torino – il sacerdote evitò eccessive molestie e continuò ad essere in buoni rapporti con numerosi funzionari statali e ministri, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi e indumenti e soprattutto gli affidavano orfani. I buoni rapporti si incrinarono ai primi passi dell’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860 – sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana – don Bosco subì una durissima perquisizione poliziesca per sospette relazioni politiche con la Santa Sede e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alle nuova legislazione scolastica. Vigorosamente protestò con i rispettivi ministri, superò brillantemente la crisi e riprese con sempre crescente credito la sua attività di educatore, di responsabile di scuole e di laboratori, di pubblicista, di costruttore di chiese; allargò anzi il suo raggio di azione fuori Torino con l’accettazione di nuovi collegi. Nessuno – in quel decennio che vide acutizzarsi per la coscienza cristiana la «questione romana» – ignorava la fedeltà di don Bosco alla linea politica della Santa Sede; i politici non erano d’accordo con lui quando affermava la necessità, peraltro non assoluta, dello Stato pontificio per l’indipendenza del pontefice; intuivano che i connotati dell’«onesto cittadino» che don Bosco pubblicamente dichiarava di formare non erano gli stessi del «buon cittadino» del «loro» Regno d’Italia. Ma nonostante tali sue tendenze più conservatrici che democratiche, più paternalistiche che egualitarie, più clericali che laiche, forse proprio per esse fu coinvolto e si fece promotore nel decennio 1865-1875 di vari tentativi di politica ecclesiastica in vista di una soluzione dei due problemi che turbavano la vita politica e le coscienze religiose dei cittadini: la nomina dei vescovi alle sedi che ne erano prive per motivi politici e il conseguimento da parte loro delle cosiddette «temporalità». In tale opera di privatissime mediazioni don Bosco ebbe modo di farsi apprezzare dai vari Cavour, Rattazzi, Ricasoli, Menabrea, Lanza, Vigliani, Minghetti, Cambray Digny... Alla cattolicissima moglie di quest’ultimo osò chiedere di informarsi circa la possibilità che il governo italiano potesse essere rappresentato al Concilio Vaticano! Di anni di volenterose trattative, solo parzialmente riuscite, restò lo sforzo generoso di don Bosco che – su e giù per Torino, Firenze e Roma – in nome del supremo principio «lex suprema, salus animarum», si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Nei secondi anni Settanta, dimenticati i sogni di restaurazione del Regno pontificio, cessata l’attesa di castighi divini sui «nemici della Chiesa» e con la sinistra storica al potere, più laicista e anticlericale della destra, in buona parte costituita da massoni, don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò ad avere contatti. Nel 1878 ricevette personalmente dal ministro Crispi l’assicurazione che il governo avrebbe lasciato piena libertà alla Chiesa di procedere al conclave. Con lo stesso statista siciliano discusse di metodi educativi, di carceri minorili e gli inviò un promemoria ispirato ai principi del suo noto sistema preventivo, ma adottabile da istituzioni educative laiche. Operava sempre allo stesso fine: «Tendere a giovare al buon costume e diminuire il numero dei discoli, che abbandonati a se stessi corrono grande pericolo di andare a popolare le prigioni. Istruire costoro, avviarli al lavoro, provvederne i mezzi, e dove sia necessità, anche ricoverarli, nulla risparmiare per impedirne la rovina, anzi farne buoni cristiani ed onesti cittadini, queste opere, dico, non possono non essere rispettate, anzi desiderate da qualsiasi governo, da qualsiasi politica». Nel 1900 il celebre criminologo Cesare Lombroso gli avrebbe dato ragione: «Gli istituti salesiani rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto, l’unico anzi che si sia fatto in Italia».
Francesco Motto, direttore dell'Istituto Storico Salesiano
articoli correlati
Noi genitori e figli
Luoghi dell'infinito
Popotus
Non profit
//re-opens the site map if it was open
var console1 = document.getElementById("CMS_Console");
var trToggle = document.getElementById("trToggleMap");
var isOpen;
if (console1 != null)
{
isOpen = GetCookie("openTree");
if (isOpen == "open")
{
toggleSiteMapVisibility(trToggle);
trToggle.cells(0).style.border = g_borderStyle;
}
}
L'obiettivo che don Bosco si pose fin dal 1846 era preciso: «Adoperarsi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo». Egli non rinnegò mai la sua scelta anche quando il «buon cittadino» del Regno di Sardegna divenne quello di un Regno d’Italia ostile alla Chiesa: «Mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Inoltre la sua tranquillizzante strategia pastorale – «amore al lavoro, frequenza dei Sacramenti, rispetto ad ogni autorità e fuga dai cattivi compagni» – non poteva certo essere ostacolata da amministrazioni cittadine e apparati statali, preoccupati com’erano dall’ordine sociale dell’epoca. Superate le turbolenze politico-religiose del biennio 1848-1849 con il rifiuto di aggregarsi a qualunque schieramento politico e con il deciso schierarsi in difesa della religione, don Bosco riprese la sua politica assistenziale ed educativa, sempre appoggiata dai vertici dello Stato come «opera benemerita della religione e della società», proprio mentre andavano approvando contestatissime leggi che avviavano il Paese alla modernizzazione laica dello Stato e alla sua divaricazione dalla Chiesa. Negli anni Cinquanta, non schierandosi decisamente a favore delle innovazioni politiche ma neppure opponendosi direttamente e pubblicamente – anzi tentando congiuntamente con i fratelli Cavour di risolvere il caso dell’arcivescovo di Torino – il sacerdote evitò eccessive molestie e continuò ad essere in buoni rapporti con numerosi funzionari statali e ministri, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi e indumenti e soprattutto gli affidavano orfani. I buoni rapporti si incrinarono ai primi passi dell’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860 – sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana – don Bosco subì una durissima perquisizione poliziesca per sospette relazioni politiche con la Santa Sede e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alle nuova legislazione scolastica. Vigorosamente protestò con i rispettivi ministri, superò brillantemente la crisi e riprese con sempre crescente credito la sua attività di educatore, di responsabile di scuole e di laboratori, di pubblicista, di costruttore di chiese; allargò anzi il suo raggio di azione fuori Torino con l’accettazione di nuovi collegi. Nessuno – in quel decennio che vide acutizzarsi per la coscienza cristiana la «questione romana» – ignorava la fedeltà di don Bosco alla linea politica della Santa Sede; i politici non erano d’accordo con lui quando affermava la necessità, peraltro non assoluta, dello Stato pontificio per l’indipendenza del pontefice; intuivano che i connotati dell’«onesto cittadino» che don Bosco pubblicamente dichiarava di formare non erano gli stessi del «buon cittadino» del «loro» Regno d’Italia. Ma nonostante tali sue tendenze più conservatrici che democratiche, più paternalistiche che egualitarie, più clericali che laiche, forse proprio per esse fu coinvolto e si fece promotore nel decennio 1865-1875 di vari tentativi di politica ecclesiastica in vista di una soluzione dei due problemi che turbavano la vita politica e le coscienze religiose dei cittadini: la nomina dei vescovi alle sedi che ne erano prive per motivi politici e il conseguimento da parte loro delle cosiddette «temporalità». In tale opera di privatissime mediazioni don Bosco ebbe modo di farsi apprezzare dai vari Cavour, Rattazzi, Ricasoli, Menabrea, Lanza, Vigliani, Minghetti, Cambray Digny... Alla cattolicissima moglie di quest’ultimo osò chiedere di informarsi circa la possibilità che il governo italiano potesse essere rappresentato al Concilio Vaticano! Di anni di volenterose trattative, solo parzialmente riuscite, restò lo sforzo generoso di don Bosco che – su e giù per Torino, Firenze e Roma – in nome del supremo principio «lex suprema, salus animarum», si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Nei secondi anni Settanta, dimenticati i sogni di restaurazione del Regno pontificio, cessata l’attesa di castighi divini sui «nemici della Chiesa» e con la sinistra storica al potere, più laicista e anticlericale della destra, in buona parte costituita da massoni, don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò ad avere contatti. Nel 1878 ricevette personalmente dal ministro Crispi l’assicurazione che il governo avrebbe lasciato piena libertà alla Chiesa di procedere al conclave. Con lo stesso statista siciliano discusse di metodi educativi, di carceri minorili e gli inviò un promemoria ispirato ai principi del suo noto sistema preventivo, ma adottabile da istituzioni educative laiche. Operava sempre allo stesso fine: «Tendere a giovare al buon costume e diminuire il numero dei discoli, che abbandonati a se stessi corrono grande pericolo di andare a popolare le prigioni. Istruire costoro, avviarli al lavoro, provvederne i mezzi, e dove sia necessità, anche ricoverarli, nulla risparmiare per impedirne la rovina, anzi farne buoni cristiani ed onesti cittadini, queste opere, dico, non possono non essere rispettate, anzi desiderate da qualsiasi governo, da qualsiasi politica». Nel 1900 il celebre criminologo Cesare Lombroso gli avrebbe dato ragione: «Gli istituti salesiani rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto, l’unico anzi che si sia fatto in Italia».
Francesco Motto, direttore dell'Istituto Storico Salesiano
articoli correlati
Noi genitori e figli
Luoghi dell'infinito
Popotus
Non profit
//re-opens the site map if it was open
var console1 = document.getElementById("CMS_Console");
var trToggle = document.getElementById("trToggleMap");
var isOpen;
if (console1 != null)
{
isOpen = GetCookie("openTree");
if (isOpen == "open")
{
toggleSiteMapVisibility(trToggle);
trToggle.cells(0).style.border = g_borderStyle;
}
}
mercoledì 2 dicembre 2009
VIVERE D'AMORE
Guglielmo di Saint-Thierry,il «Dottore della Dolcezza»
Cari fratelli e sorelle,in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina. Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".
PAPA BENEDETTO XVI
DA AVVENIRE
Cari fratelli e sorelle,in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina. Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".
PAPA BENEDETTO XVI
DA AVVENIRE
martedì 10 novembre 2009
MORO UNA TRAGEDIA INFINITA
10 Novembre 2009
IL CASO
Moro, ecco la verità su Zaccagnini e Paolo VI
L’allora segretario della Dc e il Pontefice erano disposti a fare «tutto il possibile» per il leader sequestrato dalle Br. Senza debolezze.
Venti anni dalla sua morte… Conobbi Benigno Zaccagnini la sera del 17 o 18 marzo 1978, subito dopo il rapimento di Moro e la strage di via Fani. Elio ed Ettorina Brigante, sorella di sua moglie Anna, che lo ospitavano nella loro casa di via della Camilluccia, mi chiesero per telefono se potevo dare un 'sostegno spirituale' a Benigno. Da quella sera spessissimo, anche fino a notte tarda, gli sono stato vicino nel tempo di quei 53 giorni di un dolore che per lui durò altri 11 anni, fino alla morte, 5 novembre 1989. L’ho visto pensare, soffrire, piangere e pregare fino alla sera dei funerali di Moro. Ebbene: ancora oggi, nelle Commemorazioni anche solenni come quella a Montecitorio e nei libri a lui dedicati con belle parole sull’uomo, sul politico e sul testimone di 'laicità' cristiana magari un po’ adattata alle circostanze di oggi - c’è sempre un vuoto, e su quei 53 giorni si scivola via tra pudore e timore, come fosse meglio non parlarne. Aleggia come l’ombra di una 'omissione' - ci hanno fatto anche libri! - con sottintesa un’accusa che tocca non solo Zaccagnini, ma con lui anche Paolo VI. Già: nelle Lettere di Moro si leggono cose dure verso Zaccagnini, ma anche verso Paolo VI, che «ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo». E nessuno ricorda che Moro aveva informazioni solo dai carnefici, che forse nulla gli dicevano della realtà in cui proprio Paolo VI le provò tutte, in Italia e all’estero, presso organismi internazionali, Croce Rossa, Amnesty e Onu, e fece raccogliere una grande somma, nel caso servisse. A metà aprile di quel 1978 Civiltà Cattolica (bozze sempre viste in Segreteria di Stato) scrisse che salvo trattare alla pari tra Stato e Br - si doveva fare tutto il possibile per liberare Moro: tutto… In quei giorni e in quelle notti ho visto anche Zaccagnini deciso a fare questo tutto possibile, ma salvo tentativi di sciacallaggio politico non si aprì alcuna via per salvare il suo amico e guida, colui che solo lo aveva convinto ad accettare la Segreteria della Dc. La sua frase drammatica ripetuta tante volte fu questa: «Se ci fosse uno spiraglio!». Lo spiraglio non ci fu mai, e anzi Moro fu ucciso proprio la mattina del 9 maggio, quando uno parve potersi aprire. Lui del resto non aveva concesso nulla: diventato un ingombro, doveva morire. Ebbene: dopo Moro e la sua famiglia, dopo gli uomini della scorta e le loro famiglie, prime vittime di quel dramma furono proprio loro due, Benigno Zaccagnini e Paolo VI. Seguii da vicino quel dramma anche in altro modo. Ero in quotidiano contatto - e Zac lo sapeva - con monsignor Cesare Curioni, allora storico cappellano a San Vittore e poi ispettore generale dei cappellani di tutte le carceri italiane, che per conto del Papa provò tante altre strade, anche parlando con Renato Curcio e Alberto Franceschini, Br allora processati a Torino, che a lui si dissero del tutto estranei alla vicenda. Fu Curioni, tra l’altro, a scrivere di notte e sotto dettatura del Papa, presente monsignor Macchi, la prima bozza rivolta agli «Uomini delle Brigate Rosse». Per ragioni varie allora ero in contatto anche con Tonino Tatò, segretario di Enrico Berlinguer, e anch’essi sapevano. La 'strategia della fermezza' giudizio informato, e non col senno di poi - non fu scelta feroce imposta a Zac dal ferreo Pci, ma obbligo di una realtà senza alternativa, dolorosissimo per Zaccagnini e per Paolo VI. Falsa quindi la 'vulgata' del Pci che comandava con gelida fermezza, di Zaccagnini che obbediva tremebondo e impotente e del Papa e del Vaticano che si limitarono a preghiere e lamenti opponendosi ad ogni concessione: ingiuria senza fondamento, anche se aleggia nelle commemorazioni e in omissioni di recenti libri. Uno Zaccagnini passivo e poco energico? Eppure - lo ha scritto anche Enzo Biagi, mai smentito egli stesso mi disse che se quel 16 marzo le Br non avessero rapito Aldo Moro, dopo l’approvazione del nuovo governo egli si sarebbe dimesso da segretario: non condivideva alcune nomine di ministri fatte a sua insaputa. Poco energico? La sera dei funerali di Moro nella chiesa di Cristo Re vietata agli uomini della Dc dalla famiglia, in casa Brigante ci fu un’altra messa di requiem, e arrivò una telefonata di Fanfani: chiedeva al segretario il permesso di partecipare, eccezione personale, alle esequie. La risposta di Benigno fu forte e secca: «No! Sei libero, ma se vai ti denuncio ai probiviri e ti faccio espellere dal partito!». Ultimo: qualche settimana dopo, nei giorni delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica, Benigno mi dice al telefono che è addolorato perché gli uomini della Dc, Piccoli e altri, non vogliono votare Pertini come presidente. Chiedo se a suo parere la scelta di Pertini è giusta e opportuna. Mi risponde che è anziano, talora irruento e imprevedibile, ma galantuomo e pulito. Allora ripenso alla sua confidenza sulle dimissioni: «Chiama i tuoi 'amici' e di’ loro che se domani non votano Pertini tu ti dimetti!». Il giorno dopo Sandro Pertini fu eletto presidente della Repubblica. Il mite Zac aveva fatto la sua parte: come sempre.
Gianni Gennari
articoli correlati
Luoghi dell'infinito
Noi genitori e figli
Popotus
Non profit
//re-opens the site map if it was open
var console1 = document.getElementById("CMS_Console");
var trToggle = document.getElementById("trToggleMap");
var isOpen;
if (console1 != null)
{
isOpen = GetCookie("openTree");
if (isOpen == "open")
{
toggleSiteMapVisibility(trToggle);
trToggle.cells(0).style.border = g_borderStyle;
}
}
IL CASO
Moro, ecco la verità su Zaccagnini e Paolo VI
L’allora segretario della Dc e il Pontefice erano disposti a fare «tutto il possibile» per il leader sequestrato dalle Br. Senza debolezze.
Venti anni dalla sua morte… Conobbi Benigno Zaccagnini la sera del 17 o 18 marzo 1978, subito dopo il rapimento di Moro e la strage di via Fani. Elio ed Ettorina Brigante, sorella di sua moglie Anna, che lo ospitavano nella loro casa di via della Camilluccia, mi chiesero per telefono se potevo dare un 'sostegno spirituale' a Benigno. Da quella sera spessissimo, anche fino a notte tarda, gli sono stato vicino nel tempo di quei 53 giorni di un dolore che per lui durò altri 11 anni, fino alla morte, 5 novembre 1989. L’ho visto pensare, soffrire, piangere e pregare fino alla sera dei funerali di Moro. Ebbene: ancora oggi, nelle Commemorazioni anche solenni come quella a Montecitorio e nei libri a lui dedicati con belle parole sull’uomo, sul politico e sul testimone di 'laicità' cristiana magari un po’ adattata alle circostanze di oggi - c’è sempre un vuoto, e su quei 53 giorni si scivola via tra pudore e timore, come fosse meglio non parlarne. Aleggia come l’ombra di una 'omissione' - ci hanno fatto anche libri! - con sottintesa un’accusa che tocca non solo Zaccagnini, ma con lui anche Paolo VI. Già: nelle Lettere di Moro si leggono cose dure verso Zaccagnini, ma anche verso Paolo VI, che «ha fatto pochino, forse ne avrà scrupolo». E nessuno ricorda che Moro aveva informazioni solo dai carnefici, che forse nulla gli dicevano della realtà in cui proprio Paolo VI le provò tutte, in Italia e all’estero, presso organismi internazionali, Croce Rossa, Amnesty e Onu, e fece raccogliere una grande somma, nel caso servisse. A metà aprile di quel 1978 Civiltà Cattolica (bozze sempre viste in Segreteria di Stato) scrisse che salvo trattare alla pari tra Stato e Br - si doveva fare tutto il possibile per liberare Moro: tutto… In quei giorni e in quelle notti ho visto anche Zaccagnini deciso a fare questo tutto possibile, ma salvo tentativi di sciacallaggio politico non si aprì alcuna via per salvare il suo amico e guida, colui che solo lo aveva convinto ad accettare la Segreteria della Dc. La sua frase drammatica ripetuta tante volte fu questa: «Se ci fosse uno spiraglio!». Lo spiraglio non ci fu mai, e anzi Moro fu ucciso proprio la mattina del 9 maggio, quando uno parve potersi aprire. Lui del resto non aveva concesso nulla: diventato un ingombro, doveva morire. Ebbene: dopo Moro e la sua famiglia, dopo gli uomini della scorta e le loro famiglie, prime vittime di quel dramma furono proprio loro due, Benigno Zaccagnini e Paolo VI. Seguii da vicino quel dramma anche in altro modo. Ero in quotidiano contatto - e Zac lo sapeva - con monsignor Cesare Curioni, allora storico cappellano a San Vittore e poi ispettore generale dei cappellani di tutte le carceri italiane, che per conto del Papa provò tante altre strade, anche parlando con Renato Curcio e Alberto Franceschini, Br allora processati a Torino, che a lui si dissero del tutto estranei alla vicenda. Fu Curioni, tra l’altro, a scrivere di notte e sotto dettatura del Papa, presente monsignor Macchi, la prima bozza rivolta agli «Uomini delle Brigate Rosse». Per ragioni varie allora ero in contatto anche con Tonino Tatò, segretario di Enrico Berlinguer, e anch’essi sapevano. La 'strategia della fermezza' giudizio informato, e non col senno di poi - non fu scelta feroce imposta a Zac dal ferreo Pci, ma obbligo di una realtà senza alternativa, dolorosissimo per Zaccagnini e per Paolo VI. Falsa quindi la 'vulgata' del Pci che comandava con gelida fermezza, di Zaccagnini che obbediva tremebondo e impotente e del Papa e del Vaticano che si limitarono a preghiere e lamenti opponendosi ad ogni concessione: ingiuria senza fondamento, anche se aleggia nelle commemorazioni e in omissioni di recenti libri. Uno Zaccagnini passivo e poco energico? Eppure - lo ha scritto anche Enzo Biagi, mai smentito egli stesso mi disse che se quel 16 marzo le Br non avessero rapito Aldo Moro, dopo l’approvazione del nuovo governo egli si sarebbe dimesso da segretario: non condivideva alcune nomine di ministri fatte a sua insaputa. Poco energico? La sera dei funerali di Moro nella chiesa di Cristo Re vietata agli uomini della Dc dalla famiglia, in casa Brigante ci fu un’altra messa di requiem, e arrivò una telefonata di Fanfani: chiedeva al segretario il permesso di partecipare, eccezione personale, alle esequie. La risposta di Benigno fu forte e secca: «No! Sei libero, ma se vai ti denuncio ai probiviri e ti faccio espellere dal partito!». Ultimo: qualche settimana dopo, nei giorni delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica, Benigno mi dice al telefono che è addolorato perché gli uomini della Dc, Piccoli e altri, non vogliono votare Pertini come presidente. Chiedo se a suo parere la scelta di Pertini è giusta e opportuna. Mi risponde che è anziano, talora irruento e imprevedibile, ma galantuomo e pulito. Allora ripenso alla sua confidenza sulle dimissioni: «Chiama i tuoi 'amici' e di’ loro che se domani non votano Pertini tu ti dimetti!». Il giorno dopo Sandro Pertini fu eletto presidente della Repubblica. Il mite Zac aveva fatto la sua parte: come sempre.
Gianni Gennari
articoli correlati
Luoghi dell'infinito
Noi genitori e figli
Popotus
Non profit
//re-opens the site map if it was open
var console1 = document.getElementById("CMS_Console");
var trToggle = document.getElementById("trToggleMap");
var isOpen;
if (console1 != null)
{
isOpen = GetCookie("openTree");
if (isOpen == "open")
{
toggleSiteMapVisibility(trToggle);
trToggle.cells(0).style.border = g_borderStyle;
}
}
Iscriviti a:
Post (Atom)