Finge un aborto per far
nascere la sua bambina
I suoi genitori avrebbero voluto farla abortire, ma lei ha gridato il suo "no" nel modo più coraggioso. Adesso stringe tra le braccia la sua bambina che, ignara di tutto, chiude i pugnetti e sorride. Miriam (il suo è un nome di fantasia) ha 25 anni e una volontà di ferro. Ha scelto la vita andando contro la volontà dei genitori, contro i benpensanti, contro i pregiudizi. Ora ne è fiera ed è lieta di raccontare al mondo la sua gioia, perché nessun’altra donna si trovi costretta a rinunciare a una nuova vita.
La sua è la storia di una ragazza di un paesino della provincia siciliana. Proviene da una buona famiglia, studia all’Università, ma, durante una relazione con un uomo di cui preferisce non parlare, scopre di essere incinta. È spaventata, eccitata, emozionata. L’idea di interrompere la gravidanza non la sfiora nemmeno. Così, come racconta il "Giornale di Sicilia", si confida con i genitori, ma trova un muro di vergogna e dissenso. «Devi abortire, non sei sposata, non possiamo perdere la faccia», le dicono. Miriam non riesce neppure a replicare, non ci vuole credere, si sente terribilmente sola. Ma non perde la ragione e nemmeno il coraggio. «Ho amato la mia creatura sin dal concepimento – racconta con emozione, ancora coricata nel letto di ospedale –. Ho una solida vocazione genitoriale e non potevo permettere a nessuno che la scintilla di vita che si era accesa nel mio grembo venisse spezzata».
Ricorre allora a uno stratagemma. Simula un aborto spontaneo, cosicché non è necessario recarsi in ospedale. Poi, quando i genitori si sono rasserenati, cerca di trovare un’altra strada per far crescere quella vita. Riflette, si rivolge ai servizi sociali attraverso il Centro aiuto alla vita del suo paese, chiede di essere aiutata a continuare la gravidanza. La informano che a Niscemi, in provincia di Caltanissetta, esiste il centro di accoglienza "Don Pietro Bonilli", gestito dalle suore della Sacra Famiglia, nato proprio per ospitare le donne in difficoltà. Quasi due anni fa Niscemi era salito agli onori della cronaca per una terribile storia di violenza da parte di tre minorenni che massacrarono e gettarono in un pozzo una ragazza di 14 anni, Lorena Cultraro. Oggi, a pochi giorni dalla Giornata per la vita, diventa il luogo della speranza.
Miriam pensa che sia la Provvidenza a indicarle quella strada. Così, dice ai genitori che deve andare in una città lontana per motivi di studio e, invece, va a Niscemi dove trova suor Genoveffa Calì e suor Provvidenza Orobello a braccia aperte. La più anziana, suor Genoveffa, diventa una seconda mamma per Miriam: la conforta, la sostiene, le dà la forza per andare avanti e non demoralizzarsi, le è vicina al momento delle doglie del parto. Il 26 gennaio scorso Miriam si ricovera all’ospedale di Niscemi "Suor Cecilia Basarocco", dove viene alla luce la piccola Gianna, una bellissima bambina paffuta e piena di capelli corvini. Miriam ha voluto darle il nome di Santa Gianna Beretta Molla, che strenuamente ha difeso la vita della creatura che portava in grembo. La gioia è infinita, indescrivibile. Ma Miriam, poche ore dopo il parto, viene colpita da una forte emorragia. La sera stessa l’équipe del dottore Giovanni Di Leo interviene per bloccarla. Adesso stanno bene sia la mamma che la figlia. Nella stanza del reparto è un viavai di suore, volontarie, nuove amiche di Miriam.
Fanno a gara per cambiare pannolini, mettere la tutina alla piccola, cullarla. «Questa ragazza ha mostrato una fragilità e una forza incredibili. È vero che il Signore non abbandona i deboli», commenta suor Provvidenza, 38 anni, responsabile della casa. E racconta il lieto fine della storia. «Dopo la nascita di Gianna, Miriam ha voluto chiamare i suoi genitori ai quali aveva nascosto dove si trovava realmente e per quale motivo - aggiunge suor Provvidenza -. Papà e mamma sono rimasti sbalorditi, ma sono venuti subito a trovarla. Pochi giorni fa, nonni, mamma e nipotina si sono riabbracciati».
Alessandra Turrisi AVVENIRE
giovedì 4 febbraio 2010
LA DEMOCRATICITA' DI UNA BELLISSIMA LINGUA: L'ITALIANO
L'TALIANO COME
LA LINGUA PIU' DEMOCRATICA E MAI IMPOSTA
[ Commento e presentazione di un articolo di Vittorio Messori ( Titolo originale : I primi vati dell'italiano. Tutti padani? ) riportato sottostante dal Corriere della Sera del 20 agosto 2009 ]
Finestra sulla Letteratura
HOME
Logo della lingua italiana : simmetria musicale e alta ispirazione :
la Sindone in alto, esprime il retroterra teologico, il punto più misterioso e profondo;
la Rotonda del Palladio e l'uomo leonardesco richiamano l'estetica pittorica e architettonica;
Dante e la Sibilla, rappresentano il Genio poetico e della ispirazione .
1. INTRODUZIONE
Nel processo di formazione delle lingue moderne e nazionali dell’Europa, avviene un fatto importante, destinato a decretare la fine del latino o dell’antico germanico e slavo, come lingue vive o parlate, e la nascita delle lingue nazionali al posto del latino, del proto e antico germanico e slavo, stessi.
Tale fenomeno consiste nella frattura tra il popolo che parla come può (perciò possiamo dire: parla in volgare), e la classe dirigente e ecclesiastica che usa il latino in occidente o l’antico slavo ecclesiastico nell’ortodossia orientale.. , per i documenti ufficiali, e la letteratura … .
E’ questo il periodo che, a riguardo del processo di trasformazione del latino nelle lingue romanze, va dalla fine dell’Impero Romano o 475 d.C. , a tutto il medioevo :
il primo documento del francese risale all’842 (Serment de Strasbourg o Giuramento di Strasburgo); il primo dell’Italiano risale all’VIII° secolo (Indovinello Veronese); il primo dello spagnolo-castigliano risale al X° secolo (Glosse Silensi o Emilianensi) ; il primo del portoghese, al XII secolo (prima del 1175 : Patto di non aggressione tra i due Fratelli Gomes Pais e Ramiro Pais); il primo del Rumeno risale al XVI ° secolo (Lettera del 1521 del Giudice di Kronstadt); ma le origini del rumeno volgare, risalgono certamente alla Comunità latina dell’antica Dacia ; il primo documento del volgare sardo, risale al 1080 (Donazione del Giudice Torchitorio all’Arcivescovo di Cagliari, dei villaggi di Sant’Agata di Sulcis e Sant’Agata di Rutilas).
A riguardo del processo di formazione del protoslavo nelle lingue slave, ci sono almeno due tappe importanti : la prima va dal Protoslavo del III secolo a. C. al IX d. C., quando compare lo Slavo ecclesiastico : l’adozione dello slavo ecclesiastico, risale come ordetto al IX secolo, allorché i santi bizantini Metodio e Cirillo, tradussero la Bibbia nel dialetto slavo di Salonicco (Solun) . Questo slavo ecclesiastico, sopravvissuto fino ad oggi quale lingua liturgica di alcune chiese ortodosse e greco-cattoliche in oriente, da un lato represse le istanze letterarie e espressive dei vari dialetti; dall’altro favorì lo sviluppo di una letteratura e lingua slava comune o più analoga, e anzi, ha probabilmente favorito perfino la preminenza del russo, sulle altre lingue slave.
A riguardo del processo di formazione dal protogermanico al tedesco , si possono descrivere pure due tappe fondamentali : la prima è appunto, l’esistenza del protogermanico, cioè una lingua archetipica o comune a tutte le lingue germaniche, ma solo dedotta dagli studi comparati e solo orale, onde non ha lasciato documenti se non qualche iscrizione in alfabeto runico nella Scandinavia del 200 a.C. ; la seconda tappa, è la preminenza odierna del tedesco, essendo parlato da oltre 110 000 000 di persone . Il tedesco comincia la sua ribalta con Carlo Magno , conservando in questa fase i soli due tempi del passato e presente, tipici del protogermanico; poi dal 1050 in poi, ad opera della corte carolingia e della Chiesa, e specialmente con la traduzione della Bibbia da parte di Martin Lutero nel 1521-34, assume già la veste di lingua moderna; infine questa lingua ormai compiuta, sarà perfezionata tra otto-novecento .
Stando così le cose circa i tre gruppi linguistici fondamentali dell’Europa (latino, germanico e slavo…), si può dire che il rimescolamento e la fusione dei popoli a causa delle invasioni barbariche e evoluzioni preesistenti e conseguenti, portò alla nascita di un volgare differente a seconda delle nazioni :
le lingue neolatine o romanze, si formarono a partire dalla fine del latino come lingua parlata e vedono la preminenza dell’italiano in ambito rinascimentale, del francese nel periodo moderno; le lingue germaniche, si formarono a partire dalla fine del protogermanico come lingua parlata, subirono un assestamento fondamentale a partire dalle conseguenze delle invasioni barbariche (per cui alcune si trasformano da germaniche in lingue romanze : francese dei Franchi e spagnolo dei Goti...) e dell’ascesa del tedesco, a sua volta altra ragione influente sulle altre lingue germaniche; le lingue slave, si formarono a partire dalla fine del protoslavo e dall’ingresso dello slavo ecclesiastico e ascesa preminente del russo.
In questo processo generale di formazione, ciascun gruppo linguistico della triade europea, ha pertanto il suo punto di partenza , sebbene tutti i gruppi siano della famiglia comune delle lingue indoeuropee .
Può dirsi perciò, che tutte queste lingue, nonostante gli innegabili condizionamenti storici di conquistatori e conquistati, sono democratiche, perché sebbene con misura, modalità e tempi diversi, si evolvono ciononostante, recuperando la base della maggioranza orale, popolare-nazionale.
Tuttavia, alcune di queste lingue come l’Italiano , sono per così dire, più democratiche delle altre, perché non sono state mai imposte da leggi, ma solo dalla consuetudine più autorevole. Nel corso di questa evoluzione del volgare, gli Stati spesso sono intervenuti per scegliere come lingua ufficiale un dato dialetto a scapito di altri, ritenuti minoritari o giudicati meno autorevoli.
Ma l’Italiano (l’italiano più del tedesco stesso) come dice Messori sottostante, si afferma mirabilmente senza l’imposizione di nessuna legge, ma solo per naturale autorevolezza letteraria, collettivamente condivisa e ammirata ; d’altronde il tedesco, si è affermato per decisione maggioritaria degli Stati germanici a favore del Sassone aulico scritto, della traduzione biblica di Lutero. Per questo può dirsi a ragione, che la evoluzione linguistica italiana e tedesca, è la più democratica che possa esistere, infatti avviene naturalmente a causa della sola forza della consuetudine o convenzione, e quindi al di fuori di ogni imposizione legale o statale .
E’ perciò una involuzione campanilistica, la recente pretesa della Lega Nord, di recuperare i dialetti in opposizione all’Italiano, anziché recuperarli come una variante interessante e doverosa, del medesimo Italiano .
Infatti per ragioni storiche e capacità linguistiche e letterarie stupefacenti, nessun dialetto della Penisola, per quanto interessante e apprezzabile (per quanto creativo e amabile possa essere), può tuttavia ritenersi a ragione, linguisticamente e culturalmente superiore all’Italiano attuale.
E le ragioni ideologiche o leghiste, su questo punto, non possono prevalere sulla obbiettività storica, in Italia e nemmeno nella Padania-Italia, senza mettere in discussione un aspetto importante della fondamentale identità italiana, cioè l’italiano attuale .
2. TESTO :
I PRIMI VATI DELL’ITALIANO? TUTTI PADANI
di Vittorio Messori
20 agosto 2009 : Corriere della Sera
Il guaio dell’età che avanza –parlo per esperienza– è soprattutto la noia. Quella di chi subisce il ciclico ritorno degli stessi dibattiti , degli stessi temi, degli stessi equivoci. E’ naturale: ogni generazione deve ricominciare da capo. Ma, per il povero anziano, è pur sempre tedioso.
Tra i “tormentoni" ricorrenti, ecco di nuovo, in queste settimane, la questione – rinfocolata periodicamente dalla Lega- del rapporto tra lingua nazionale e dialetti locali . Qui, i seguaci di Bossi hanno un grosso, irrisolvibile handicap rispetto a molti movimenti stranieri federalisti o separatisti. In effetti, non vale per l’Italia quanto osservava Ernest Renan: <<>>. E’ vero per altri grandi idiomi. Il francese imposto da Parigi a occitani, bretoni , normanni, còrsi, alsaziani, lorenesi . Il castigliano imposto da Madrid a catalani, baschi, valenciani, galiziani, aragonesi. L’inglese imposto da Londra a gallesi, scozzesi, irlandesi. Il russo imposto da Mosca a ucraini, bielorussi e altre etnie slave . Il mandarino di Pechino imposto a tutti i cinesi. Due sole, grandi lingue , divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti : il tedesco e l’italiano. Entrambe sono, per dir così , “democratiche“. Per comunicare tra loro, le genti germaniche, prive di unità politica, dopo un lento avvicinamento degli infiniti dialetti, decisero di adottare, almeno per la scrittura, il sassone aulico in cui Lutero tradusse la Bibbia. Quanto all’Italia, anch’essa frammentata, ebbe solo tardivamente uno Stato, ma fu precocemente una “nazione“. A partire dal tardo Quattrocento, chi abitava la Penisola era distinto dagli altri popoli come un “ italiano “. Ma già nel Medio Evo, tra le “nazioni“ riconosciute in Europa - ad esempio, nelle università e nelle corporazioni di mestiere –c’era quella “italiana“. Sta soprattutto nella lingua il motivo di questa identità, malgrado lo spezzettamento politico e le forti differenze di ogni tipo tre le Alpi e lo Ionio.
Ebbene, spesso si dimentica che, se in Italia si parla e si scrive così, ciò è dovuto alla libera scelta degli uomini di governo e, soprattutto, di cultura, di ogni angolo di quello che solo molti secoli dopo sarebbe divenuto uno Stato. In Italia non ci fu una Capitale dove sedesse un’autorità che imponesse un dialetto locale divenuto lingua ufficiale per le leggi, i tribunali, l’esercito. Da noi, ancor più che in Germania, l’idioma comune fu una sorta di referendum, fu il frutto di una decisione pragmatica che si impose liberamente: poiché, divenuto sempre più arduo esprimersi in latino, occorreva una koiné italica, i gruppi culturalmente e politicamente dirigenti finirono coll’accordarsi (prima nei fatti, e poi nelle teorie dei dotti) sulla variante di volgare illustrato dalla triade sublime, Dante, Petrarca, Boccaccio. Così, fu il dialetto toscano, e in particolare fiorentino, che divenne la lingua franca per gli scambi, la letteratura e poi la cultura in generale.
Lingua “democratica“, dunque, e al contempo “aristocratica“ nel senso che, sino all’unità politica, fu soprattutto scritta da chi sapeva di lettere. Ci vollero non tanto la scuola obbligatoria quanto prima l’Eiar e poi la Rai, nonché il sonoro nei film, per trasformarlo in un idioma praticato da tutti, o quasi. Sta di fatto che -a differenza di un catalano nei confronti di un castigliano o di un provenzale nei confronti di un parigino o di uno scozzese nei confronti di un londinese – nessuno, di nessuna regione italiana, può accusare uno Stato o un Potere di avergli imposto un idioma che, dalla sua, ha avuto semmai solo la forza della cultura . Firenze nulla fece, se non approfittare del talento dei suoi grandi scrittori. Quanto agli attuali “padani“, pur comprendendo alcune delle loro ragioni, non dimentichino che, tra Ottocento e Novecento, coloro che più fecero per dare una lingua moderna a tutti gli abitanti della penisola, facendoli uscire dai dialetti e dal toscanismo angusto, furono il lombardo Manzoni, il ligure piemontesizzato De Amicis, il saluzzese Pellico, il torinese d’Azeglio, il dalmata Tommaseo, il veneto Fogazzaro, il romagnolo Pascoli, il genovese Mazzini . E che, ancor prima, l’astigiano Alfieri, il subalpino Baretti, i milanesi Verri e Beccaria, molto avevano fatto per radicare la lingua comune. Per tornare all’Ottocento, il parmigiano Verdi, malgrado offerte di francesi, inglesi, tedeschi, rifiutò di musicare libretti che non fossero in italiano; e persino il “federalista“ lombardo Carlo Cattaneo accettò di buon grado la scelta del toscano, in cui scrisse in modo impeccabile, irridendo ai passatismi dialettali. Non irrisione, ma furore, provocavano nel nizzardo Garibaldi coloro che mettevano in discussione l’unità dell’idioma. Morì accanto a lui, all’assedio di Roma, il genovese Mameli, che aveva cantato l’unione di “Fratelli d’Italia“ in tutto, a cominciare dalla lingua. Tutti “padani“ o, almeno, “nordisti“; e tutti contro la babele vernacolare, anche la loro.
“E’ la storia, bellezza!“ , verrebbe da celiare con chi si ostinasse a barricarsi sotto il suo campanile, inveendo contro una lingua che gli sarebbe stata imposta da qualche prepotente forestiero. E’ colpa, o merito, della storia se non esiste non si dice un chimerico “padano“, ma neanche un “lombardo“ (si capiscono, forse, uno di Sondrio e uno di Cremona, uno di Bergamo e uno di Pavia?) e, se altri idiomi di altre regioni italiane, al Centro e al Sud, esistono, ma non sono praticabili come lingue . Ciò non toglie che i dialetti siano una ricchezza: posso dirlo anche perché, se mi è permesso un riferimento personale, mio padre fu tra i più popolari e, credo, dotati, poeti in modenese. Ma è una ricchezza ancor maggiore lo strumento divenuto pian piano comune, in quasi mille anni, ad almeno 60 milioni di persone. Per forza propria, senza bisogno di decreti governativi tutelati dai gendarmi .
© Corriere della Sera
LA LINGUA PIU' DEMOCRATICA E MAI IMPOSTA
[ Commento e presentazione di un articolo di Vittorio Messori ( Titolo originale : I primi vati dell'italiano. Tutti padani? ) riportato sottostante dal Corriere della Sera del 20 agosto 2009 ]
Finestra sulla Letteratura
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Logo della lingua italiana : simmetria musicale e alta ispirazione :
la Sindone in alto, esprime il retroterra teologico, il punto più misterioso e profondo;
la Rotonda del Palladio e l'uomo leonardesco richiamano l'estetica pittorica e architettonica;
Dante e la Sibilla, rappresentano il Genio poetico e della ispirazione .
1. INTRODUZIONE
Nel processo di formazione delle lingue moderne e nazionali dell’Europa, avviene un fatto importante, destinato a decretare la fine del latino o dell’antico germanico e slavo, come lingue vive o parlate, e la nascita delle lingue nazionali al posto del latino, del proto e antico germanico e slavo, stessi.
Tale fenomeno consiste nella frattura tra il popolo che parla come può (perciò possiamo dire: parla in volgare), e la classe dirigente e ecclesiastica che usa il latino in occidente o l’antico slavo ecclesiastico nell’ortodossia orientale.. , per i documenti ufficiali, e la letteratura … .
E’ questo il periodo che, a riguardo del processo di trasformazione del latino nelle lingue romanze, va dalla fine dell’Impero Romano o 475 d.C. , a tutto il medioevo :
il primo documento del francese risale all’842 (Serment de Strasbourg o Giuramento di Strasburgo); il primo dell’Italiano risale all’VIII° secolo (Indovinello Veronese); il primo dello spagnolo-castigliano risale al X° secolo (Glosse Silensi o Emilianensi) ; il primo del portoghese, al XII secolo (prima del 1175 : Patto di non aggressione tra i due Fratelli Gomes Pais e Ramiro Pais); il primo del Rumeno risale al XVI ° secolo (Lettera del 1521 del Giudice di Kronstadt); ma le origini del rumeno volgare, risalgono certamente alla Comunità latina dell’antica Dacia ; il primo documento del volgare sardo, risale al 1080 (Donazione del Giudice Torchitorio all’Arcivescovo di Cagliari, dei villaggi di Sant’Agata di Sulcis e Sant’Agata di Rutilas).
A riguardo del processo di formazione del protoslavo nelle lingue slave, ci sono almeno due tappe importanti : la prima va dal Protoslavo del III secolo a. C. al IX d. C., quando compare lo Slavo ecclesiastico : l’adozione dello slavo ecclesiastico, risale come ordetto al IX secolo, allorché i santi bizantini Metodio e Cirillo, tradussero la Bibbia nel dialetto slavo di Salonicco (Solun) . Questo slavo ecclesiastico, sopravvissuto fino ad oggi quale lingua liturgica di alcune chiese ortodosse e greco-cattoliche in oriente, da un lato represse le istanze letterarie e espressive dei vari dialetti; dall’altro favorì lo sviluppo di una letteratura e lingua slava comune o più analoga, e anzi, ha probabilmente favorito perfino la preminenza del russo, sulle altre lingue slave.
A riguardo del processo di formazione dal protogermanico al tedesco , si possono descrivere pure due tappe fondamentali : la prima è appunto, l’esistenza del protogermanico, cioè una lingua archetipica o comune a tutte le lingue germaniche, ma solo dedotta dagli studi comparati e solo orale, onde non ha lasciato documenti se non qualche iscrizione in alfabeto runico nella Scandinavia del 200 a.C. ; la seconda tappa, è la preminenza odierna del tedesco, essendo parlato da oltre 110 000 000 di persone . Il tedesco comincia la sua ribalta con Carlo Magno , conservando in questa fase i soli due tempi del passato e presente, tipici del protogermanico; poi dal 1050 in poi, ad opera della corte carolingia e della Chiesa, e specialmente con la traduzione della Bibbia da parte di Martin Lutero nel 1521-34, assume già la veste di lingua moderna; infine questa lingua ormai compiuta, sarà perfezionata tra otto-novecento .
Stando così le cose circa i tre gruppi linguistici fondamentali dell’Europa (latino, germanico e slavo…), si può dire che il rimescolamento e la fusione dei popoli a causa delle invasioni barbariche e evoluzioni preesistenti e conseguenti, portò alla nascita di un volgare differente a seconda delle nazioni :
le lingue neolatine o romanze, si formarono a partire dalla fine del latino come lingua parlata e vedono la preminenza dell’italiano in ambito rinascimentale, del francese nel periodo moderno; le lingue germaniche, si formarono a partire dalla fine del protogermanico come lingua parlata, subirono un assestamento fondamentale a partire dalle conseguenze delle invasioni barbariche (per cui alcune si trasformano da germaniche in lingue romanze : francese dei Franchi e spagnolo dei Goti...) e dell’ascesa del tedesco, a sua volta altra ragione influente sulle altre lingue germaniche; le lingue slave, si formarono a partire dalla fine del protoslavo e dall’ingresso dello slavo ecclesiastico e ascesa preminente del russo.
In questo processo generale di formazione, ciascun gruppo linguistico della triade europea, ha pertanto il suo punto di partenza , sebbene tutti i gruppi siano della famiglia comune delle lingue indoeuropee .
Può dirsi perciò, che tutte queste lingue, nonostante gli innegabili condizionamenti storici di conquistatori e conquistati, sono democratiche, perché sebbene con misura, modalità e tempi diversi, si evolvono ciononostante, recuperando la base della maggioranza orale, popolare-nazionale.
Tuttavia, alcune di queste lingue come l’Italiano , sono per così dire, più democratiche delle altre, perché non sono state mai imposte da leggi, ma solo dalla consuetudine più autorevole. Nel corso di questa evoluzione del volgare, gli Stati spesso sono intervenuti per scegliere come lingua ufficiale un dato dialetto a scapito di altri, ritenuti minoritari o giudicati meno autorevoli.
Ma l’Italiano (l’italiano più del tedesco stesso) come dice Messori sottostante, si afferma mirabilmente senza l’imposizione di nessuna legge, ma solo per naturale autorevolezza letteraria, collettivamente condivisa e ammirata ; d’altronde il tedesco, si è affermato per decisione maggioritaria degli Stati germanici a favore del Sassone aulico scritto, della traduzione biblica di Lutero. Per questo può dirsi a ragione, che la evoluzione linguistica italiana e tedesca, è la più democratica che possa esistere, infatti avviene naturalmente a causa della sola forza della consuetudine o convenzione, e quindi al di fuori di ogni imposizione legale o statale .
E’ perciò una involuzione campanilistica, la recente pretesa della Lega Nord, di recuperare i dialetti in opposizione all’Italiano, anziché recuperarli come una variante interessante e doverosa, del medesimo Italiano .
Infatti per ragioni storiche e capacità linguistiche e letterarie stupefacenti, nessun dialetto della Penisola, per quanto interessante e apprezzabile (per quanto creativo e amabile possa essere), può tuttavia ritenersi a ragione, linguisticamente e culturalmente superiore all’Italiano attuale.
E le ragioni ideologiche o leghiste, su questo punto, non possono prevalere sulla obbiettività storica, in Italia e nemmeno nella Padania-Italia, senza mettere in discussione un aspetto importante della fondamentale identità italiana, cioè l’italiano attuale .
2. TESTO :
I PRIMI VATI DELL’ITALIANO? TUTTI PADANI
di Vittorio Messori
20 agosto 2009 : Corriere della Sera
Il guaio dell’età che avanza –parlo per esperienza– è soprattutto la noia. Quella di chi subisce il ciclico ritorno degli stessi dibattiti , degli stessi temi, degli stessi equivoci. E’ naturale: ogni generazione deve ricominciare da capo. Ma, per il povero anziano, è pur sempre tedioso.
Tra i “tormentoni" ricorrenti, ecco di nuovo, in queste settimane, la questione – rinfocolata periodicamente dalla Lega- del rapporto tra lingua nazionale e dialetti locali . Qui, i seguaci di Bossi hanno un grosso, irrisolvibile handicap rispetto a molti movimenti stranieri federalisti o separatisti. In effetti, non vale per l’Italia quanto osservava Ernest Renan: <<>>. E’ vero per altri grandi idiomi. Il francese imposto da Parigi a occitani, bretoni , normanni, còrsi, alsaziani, lorenesi . Il castigliano imposto da Madrid a catalani, baschi, valenciani, galiziani, aragonesi. L’inglese imposto da Londra a gallesi, scozzesi, irlandesi. Il russo imposto da Mosca a ucraini, bielorussi e altre etnie slave . Il mandarino di Pechino imposto a tutti i cinesi. Due sole, grandi lingue , divenute ufficiali per uno Stato, non sono state imposte a popolazioni in parte riluttanti : il tedesco e l’italiano. Entrambe sono, per dir così , “democratiche“. Per comunicare tra loro, le genti germaniche, prive di unità politica, dopo un lento avvicinamento degli infiniti dialetti, decisero di adottare, almeno per la scrittura, il sassone aulico in cui Lutero tradusse la Bibbia. Quanto all’Italia, anch’essa frammentata, ebbe solo tardivamente uno Stato, ma fu precocemente una “nazione“. A partire dal tardo Quattrocento, chi abitava la Penisola era distinto dagli altri popoli come un “ italiano “. Ma già nel Medio Evo, tra le “nazioni“ riconosciute in Europa - ad esempio, nelle università e nelle corporazioni di mestiere –c’era quella “italiana“. Sta soprattutto nella lingua il motivo di questa identità, malgrado lo spezzettamento politico e le forti differenze di ogni tipo tre le Alpi e lo Ionio.
Ebbene, spesso si dimentica che, se in Italia si parla e si scrive così, ciò è dovuto alla libera scelta degli uomini di governo e, soprattutto, di cultura, di ogni angolo di quello che solo molti secoli dopo sarebbe divenuto uno Stato. In Italia non ci fu una Capitale dove sedesse un’autorità che imponesse un dialetto locale divenuto lingua ufficiale per le leggi, i tribunali, l’esercito. Da noi, ancor più che in Germania, l’idioma comune fu una sorta di referendum, fu il frutto di una decisione pragmatica che si impose liberamente: poiché, divenuto sempre più arduo esprimersi in latino, occorreva una koiné italica, i gruppi culturalmente e politicamente dirigenti finirono coll’accordarsi (prima nei fatti, e poi nelle teorie dei dotti) sulla variante di volgare illustrato dalla triade sublime, Dante, Petrarca, Boccaccio. Così, fu il dialetto toscano, e in particolare fiorentino, che divenne la lingua franca per gli scambi, la letteratura e poi la cultura in generale.
Lingua “democratica“, dunque, e al contempo “aristocratica“ nel senso che, sino all’unità politica, fu soprattutto scritta da chi sapeva di lettere. Ci vollero non tanto la scuola obbligatoria quanto prima l’Eiar e poi la Rai, nonché il sonoro nei film, per trasformarlo in un idioma praticato da tutti, o quasi. Sta di fatto che -a differenza di un catalano nei confronti di un castigliano o di un provenzale nei confronti di un parigino o di uno scozzese nei confronti di un londinese – nessuno, di nessuna regione italiana, può accusare uno Stato o un Potere di avergli imposto un idioma che, dalla sua, ha avuto semmai solo la forza della cultura . Firenze nulla fece, se non approfittare del talento dei suoi grandi scrittori. Quanto agli attuali “padani“, pur comprendendo alcune delle loro ragioni, non dimentichino che, tra Ottocento e Novecento, coloro che più fecero per dare una lingua moderna a tutti gli abitanti della penisola, facendoli uscire dai dialetti e dal toscanismo angusto, furono il lombardo Manzoni, il ligure piemontesizzato De Amicis, il saluzzese Pellico, il torinese d’Azeglio, il dalmata Tommaseo, il veneto Fogazzaro, il romagnolo Pascoli, il genovese Mazzini . E che, ancor prima, l’astigiano Alfieri, il subalpino Baretti, i milanesi Verri e Beccaria, molto avevano fatto per radicare la lingua comune. Per tornare all’Ottocento, il parmigiano Verdi, malgrado offerte di francesi, inglesi, tedeschi, rifiutò di musicare libretti che non fossero in italiano; e persino il “federalista“ lombardo Carlo Cattaneo accettò di buon grado la scelta del toscano, in cui scrisse in modo impeccabile, irridendo ai passatismi dialettali. Non irrisione, ma furore, provocavano nel nizzardo Garibaldi coloro che mettevano in discussione l’unità dell’idioma. Morì accanto a lui, all’assedio di Roma, il genovese Mameli, che aveva cantato l’unione di “Fratelli d’Italia“ in tutto, a cominciare dalla lingua. Tutti “padani“ o, almeno, “nordisti“; e tutti contro la babele vernacolare, anche la loro.
“E’ la storia, bellezza!“ , verrebbe da celiare con chi si ostinasse a barricarsi sotto il suo campanile, inveendo contro una lingua che gli sarebbe stata imposta da qualche prepotente forestiero. E’ colpa, o merito, della storia se non esiste non si dice un chimerico “padano“, ma neanche un “lombardo“ (si capiscono, forse, uno di Sondrio e uno di Cremona, uno di Bergamo e uno di Pavia?) e, se altri idiomi di altre regioni italiane, al Centro e al Sud, esistono, ma non sono praticabili come lingue . Ciò non toglie che i dialetti siano una ricchezza: posso dirlo anche perché, se mi è permesso un riferimento personale, mio padre fu tra i più popolari e, credo, dotati, poeti in modenese. Ma è una ricchezza ancor maggiore lo strumento divenuto pian piano comune, in quasi mille anni, ad almeno 60 milioni di persone. Per forza propria, senza bisogno di decreti governativi tutelati dai gendarmi .
© Corriere della Sera
venerdì 29 gennaio 2010
LA COLPA DI ESSERE STRANIERO
Ero straniero e mi avete accolto
Il titolo di questa riflessione, ripresa da un brano del Vangelo,si attaglia a quanto sta succedendo da un po’ di tempo, qui in Italia e nel resto del mondo. Il Vangelo ci ricorda anche che dopo la visita dei Magi, un angelo in sogno, ordinò a Giuseppe di prendere Maria e il bambino e fuggire in Egitto perché Erode voleva uccidere il bambino, infatti Erode farà la strage degli innocenti. Questa scarna cronaca evangelica riportata, attualizzata e contestualizzata ai fatti accaduti di ROSARNO in Calabria, aggiungo anche che in base alla legislazione vigente nel nostro paese, il piccolo Gesù con il resto della Sua famiglia sono stati degli immigrati clandestini, perché per entrare in Egitto non hanno chiesto nessun permesso di soggiorno. Fosse successo oggi, da noi in Italia sarebbe stato respinto e rimandato nella sua patria con tutte le conseguenze del caso. Spesso ci si dimentica che questo tipo di emigrazione e figlia dell’estrema povertà che porta alla fame e la gente, non ricorda più la storia, quella storia che dice che le nazioni più (Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania ed Italia)ricche hanno colonizzato e depredato di tutto quello che avevano le nazioni più povere. Tutte queste nazioni, a questo stato di cose, si sono ribellate e sono diventate indipendenti (guerra d’indipendenza americana, guerra d’indipendenza brasiliana, guerra d’indipendenza messicana, guerra risorgimentale italiana, guerra d’indipendenza algerina, guerra di indipendenza del continente africano che ha visto la creazione di molti Stati) nonostante l’indipendenza raggiunta da questi stati, in alcuni di questi, la povertà della gente è rimasta grande senza possibilità di lavoro e con la fame quotidiana obbligandoli ad un’emigrazione esterna. In Italia, si calcola che dopo la guerra d’indipendenza, siano immigrati nel mondo più di 30 milioni di italiani ed in alcuni paesi dove erano immigrati, sono stati fatti segno di ostilità( in Svizzera negli anni 70 dell’altro secolo, hanno fatto due referendum per cacciare via noi italiani) che non sono passati. Molti dei nostri connazionali a causa di queste ostilità sono morti, altri hanno fatto ancora la fame, altri si sono dati alla criminalità (vedi mafia: al Capone), altri hanno portato cultura arricchendo ulteriormente la cultura del paese ospitante (Frank Sinatra, Lisa Minnelli, Madonna)altri hanno dato la vita per salvare vite come mio cugino pompiere di New York morto l’ 11 settembre del 2001 dentro le torri gemelle per salvare altre vite. Ora tutto questo succede anche in Italia dove l’emigrante viene a fare i lavori che nessuno vuol fare più, ma questo non va bene perché si dice che rubano il lavoro a noi italiani, ma poi si scopre che non è vero, perché quei lavori non li vuol fare nessuno, si preferisce pagarli in nero e che non disturbino, che dormano sotto i ponti e quando hanno soddisfatto i nostri bisogni che se ne vadano via a mani vuote. Certo c’è chi delinque ed è giusto punirli come puniscono gli italiani che delinquono. Il paradosso è che quando i nostri fratelli musulmani chiedono la costruzione di un minareto per poter pregare e molti non vogliono concederlo adducendo che abbiamo la croce di Cristo, e questo non bisogna mai dimenticarlo; salvo poi dimenticare che questa croce è il frutto di un processo ingiusto e si vuole usarla per creare un'altra ingiustizia dimenticando anche quello che Cristo disse descrivendo il giudizio universale: “ero forestiero e mi avete accolto,noi risponderemo Signore quando ti abbiamo accolto? Allora lui risponderà ogni volta che avete accolto un forestiero avete accolto Me”.
FRANCO A. MIZZI
DA REPUBBLICA
Immigrati, i vescovi a Berlusconi"Delinquono come gli italiani"
Monsignor Crociata (Cei) replica all'equazione del premier su stranieri e criminalità"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di reati sono pressoché identiche"
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Il segretario generale della Cei, Mariano Crociata con il presidente della Conferenza, Angelo Bagnasco
ROMA - "Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". E' quanto ha affermato il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulle affermazioni del premier Berlusconi riguardanti la partecipazione degli immigrati alle attività delle organizzazioni criminali. "La considerazione di fondo sugli immigrati - ha adetto Crociata - resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di pregiudizio e discriminazione, come ha ricordato il Pontefice".Crociata, rispondendo ai giornalisti nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente della Cei, ha affrontato diversi temi, compreso quello delle prossime elezioni. "Il compito dei cittadini - ha detto il segretario generale della Cei - è di eleggere le persone che meglio perseguono l'obiettivo del bene comune i cui valori e criteri sono la difesa della vita umana comunque si presenti, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la promozione della solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli e il lavoro". L'indicazione della Chiesa, ha aggiunto, è poi "quella di votare per coloro che guardano alle esigenze generali più importanti sia per la vita del Paese che per le Regioni''.Sulle polemiche intorno alla giustizia, Crociata ha detto di non volere esprimere giudizi di merito: "Darei in questo caso - ha spiegato - quell'indicazione relativa a superare conflitti e tensioni già contenuta nella relazione del cardinale Bagnasco, per trovare una soluzione all'interno degli equilibri istituzionali seguendo la ricerca del bene comune da parte di tutti".Quanto all'emergenza disoccupazione ed al caso Fiat, Crociata ha detto che bisogna fare di tutto per "conservare, assicurare e accrescere i posti di lavoro": "Conosciamo il dramma delle famiglie che avevano un lavoro e ora si trovano per strada. Dobbiamo raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili. Non posso intervenire su questioni specifiche, ma credo che sia, molto semplicemente, auspicabile che si continui a cercare il modo di assicurare ancora il lavoro".
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Tra immigrati e italianistesso tasso di criminalità
I dati ufficiali dimostrano che l'80% delle denunce a carico di stranieri riguarda irregolari;ma anche tra questi, in quattro casi su 5 il reato contestato è l'assenza del permesso di soggiorno
Una manifestazione contro il razzismo
ROMA - Sono i numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è "solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di immigrati irregolari.Parlano ancora le cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione.In generale, dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute del 45,9%.Al di là delle polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine straniera saranno oltre 12 milioni.I lavoratori stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha un almeno un genitore straniero.
Il titolo di questa riflessione, ripresa da un brano del Vangelo,si attaglia a quanto sta succedendo da un po’ di tempo, qui in Italia e nel resto del mondo. Il Vangelo ci ricorda anche che dopo la visita dei Magi, un angelo in sogno, ordinò a Giuseppe di prendere Maria e il bambino e fuggire in Egitto perché Erode voleva uccidere il bambino, infatti Erode farà la strage degli innocenti. Questa scarna cronaca evangelica riportata, attualizzata e contestualizzata ai fatti accaduti di ROSARNO in Calabria, aggiungo anche che in base alla legislazione vigente nel nostro paese, il piccolo Gesù con il resto della Sua famiglia sono stati degli immigrati clandestini, perché per entrare in Egitto non hanno chiesto nessun permesso di soggiorno. Fosse successo oggi, da noi in Italia sarebbe stato respinto e rimandato nella sua patria con tutte le conseguenze del caso. Spesso ci si dimentica che questo tipo di emigrazione e figlia dell’estrema povertà che porta alla fame e la gente, non ricorda più la storia, quella storia che dice che le nazioni più (Francia, Spagna, Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania ed Italia)ricche hanno colonizzato e depredato di tutto quello che avevano le nazioni più povere. Tutte queste nazioni, a questo stato di cose, si sono ribellate e sono diventate indipendenti (guerra d’indipendenza americana, guerra d’indipendenza brasiliana, guerra d’indipendenza messicana, guerra risorgimentale italiana, guerra d’indipendenza algerina, guerra di indipendenza del continente africano che ha visto la creazione di molti Stati) nonostante l’indipendenza raggiunta da questi stati, in alcuni di questi, la povertà della gente è rimasta grande senza possibilità di lavoro e con la fame quotidiana obbligandoli ad un’emigrazione esterna. In Italia, si calcola che dopo la guerra d’indipendenza, siano immigrati nel mondo più di 30 milioni di italiani ed in alcuni paesi dove erano immigrati, sono stati fatti segno di ostilità( in Svizzera negli anni 70 dell’altro secolo, hanno fatto due referendum per cacciare via noi italiani) che non sono passati. Molti dei nostri connazionali a causa di queste ostilità sono morti, altri hanno fatto ancora la fame, altri si sono dati alla criminalità (vedi mafia: al Capone), altri hanno portato cultura arricchendo ulteriormente la cultura del paese ospitante (Frank Sinatra, Lisa Minnelli, Madonna)altri hanno dato la vita per salvare vite come mio cugino pompiere di New York morto l’ 11 settembre del 2001 dentro le torri gemelle per salvare altre vite. Ora tutto questo succede anche in Italia dove l’emigrante viene a fare i lavori che nessuno vuol fare più, ma questo non va bene perché si dice che rubano il lavoro a noi italiani, ma poi si scopre che non è vero, perché quei lavori non li vuol fare nessuno, si preferisce pagarli in nero e che non disturbino, che dormano sotto i ponti e quando hanno soddisfatto i nostri bisogni che se ne vadano via a mani vuote. Certo c’è chi delinque ed è giusto punirli come puniscono gli italiani che delinquono. Il paradosso è che quando i nostri fratelli musulmani chiedono la costruzione di un minareto per poter pregare e molti non vogliono concederlo adducendo che abbiamo la croce di Cristo, e questo non bisogna mai dimenticarlo; salvo poi dimenticare che questa croce è il frutto di un processo ingiusto e si vuole usarla per creare un'altra ingiustizia dimenticando anche quello che Cristo disse descrivendo il giudizio universale: “ero forestiero e mi avete accolto,noi risponderemo Signore quando ti abbiamo accolto? Allora lui risponderà ogni volta che avete accolto un forestiero avete accolto Me”.
FRANCO A. MIZZI
DA REPUBBLICA
Immigrati, i vescovi a Berlusconi"Delinquono come gli italiani"
Monsignor Crociata (Cei) replica all'equazione del premier su stranieri e criminalità"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di reati sono pressoché identiche"
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Il segretario generale della Cei, Mariano Crociata con il presidente della Conferenza, Angelo Bagnasco
ROMA - "Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche". E' quanto ha affermato il segretario generale della Cei, monsignor Mariano Crociata, rispondendo a una domanda dei giornalisti sulle affermazioni del premier Berlusconi riguardanti la partecipazione degli immigrati alle attività delle organizzazioni criminali. "La considerazione di fondo sugli immigrati - ha adetto Crociata - resta la dignità di ogni persona umana che non può essere oggetto di pregiudizio e discriminazione, come ha ricordato il Pontefice".Crociata, rispondendo ai giornalisti nella conferenza stampa conclusiva del Consiglio permanente della Cei, ha affrontato diversi temi, compreso quello delle prossime elezioni. "Il compito dei cittadini - ha detto il segretario generale della Cei - è di eleggere le persone che meglio perseguono l'obiettivo del bene comune i cui valori e criteri sono la difesa della vita umana comunque si presenti, la difesa della famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, la promozione della solidarietà verso gli altri, in particolare i più deboli e il lavoro". L'indicazione della Chiesa, ha aggiunto, è poi "quella di votare per coloro che guardano alle esigenze generali più importanti sia per la vita del Paese che per le Regioni''.Sulle polemiche intorno alla giustizia, Crociata ha detto di non volere esprimere giudizi di merito: "Darei in questo caso - ha spiegato - quell'indicazione relativa a superare conflitti e tensioni già contenuta nella relazione del cardinale Bagnasco, per trovare una soluzione all'interno degli equilibri istituzionali seguendo la ricerca del bene comune da parte di tutti".Quanto all'emergenza disoccupazione ed al caso Fiat, Crociata ha detto che bisogna fare di tutto per "conservare, assicurare e accrescere i posti di lavoro": "Conosciamo il dramma delle famiglie che avevano un lavoro e ora si trovano per strada. Dobbiamo raccogliere questo grido, non possiamo rimanere insensibili. Non posso intervenire su questioni specifiche, ma credo che sia, molto semplicemente, auspicabile che si continui a cercare il modo di assicurare ancora il lavoro".
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Una manifestazione contro il razzismo
ROMA - Sono i numeri a dire che gli immigrati non delinquono più degli italiani. Secondo i dati dell'Istat, il tasso di criminalità degli immigrati regolari, in Italia, è "solo leggermente più alto" di quello degli italiani (tra l'1,23% e l'1,4%, contro lo 0,75%) ed è addirittura inferiore tra le persone oltre i 40 anni. Di fatto, i dati sono "equiparabili". E' vero invece la stragrande maggioranza dei reati commessi da stranieri in Italia è opera di immigrati irregolari.Parlano ancora le cifre ufficiali, secondo le quali il 70-80% degli stranieri denunciati sono irregolari. Anche qui, però, i dati sono da leggere con attenzione perché, sul totale delle denunce, l'87% riguarda proprio la mera condizione di clandestinità: il reato commesso da 4 stranieri su 5 denunciati riguarda insomma l'essere stati sorpresi in Italia senza permesso di soggiorno e dunque la violazione delle leggi sull'immigrazione.In generale, dicono le statistiche, non esiste un legame fra l'aumento degli immigrati regolari e l'aumento dei reati in Italia: tra il 2001 e il 2005, ad esempio, mentre gli stranieri sono aumentati di oltre il 100%, le denunce nei loro confronti sono cresciute del 45,9%.Al di là delle polemiche politiche, sono comunque nettamente superiori gli aspetti positivi dell'immigrazione. In Italia gli immigrati regolari, secondo i più recenti rapporti di Caritas Migrantes e Ismu, sono oltre quattro milioni e mezzo, il 7,2% della popolazione, una percentuale che supera per la prima volta la media europea (6,2%). Dal 1998 al 2008, la crescita è stata del 246% e se il trend resterà invariato, come prevede l'Istat, nel 2050 gli italiani di origine straniera saranno oltre 12 milioni.I lavoratori stranieri sono circa due milioni e producono il 10% del Pil nazionale. I vantaggi dello Stato sono visibili da altri numeri: gli immigrati versano ogni all'Inps sette miliardi di euro e pagano al Fisco una cifra che supera i 3,2 miliardi di euro. Inoltre, ogni cento neonati in Italia, ormai più del 12% ha un almeno un genitore straniero.
giovedì 21 gennaio 2010
massoneria quell'alleanza impossibile
Massoni e cattolici, alleanza impossibile
Dan Brown nel Simbolo perduto allude spesso ai nemici della massoneria come personaggi patologici, fondamentalisti cristiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del complotto sono state divulgate con grande entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vinci . Ma in verità l’anti-massonismo nasce molto prima del fondamentalismo protestante o della destra religiosa statunitense così poco simpatica a Brown. Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni anti- massoniche. Nel 1698, per esempio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad allontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini dovrebbero incontrarsi in luoghi segreti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per compiere l’opera di Dio? Non sono questi i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massoneria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, così esistono diversi tipi di anti-massonismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-massoniche e interdizioni civili per i massoni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massoneria sul piano filosofico e culturale. L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono nocivi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» concentra invece la sua critica sul metodo massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescindere dagli specifici risultati che dal metodo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dottrinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi ideali », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fronte a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è importante sottolineare due aspetti importanti della storia degli anti-massonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «politico » non presuppone necessariamente l’anti-massonismo «dottrinale ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare provvedimenti legali contro la massoneria ritenendo che sia, in una determinata situazione storica, globalmente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il metodo massonico e per il ruolo «progressista » che, in altre epoche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a prescindere dalle posizioni concrete che le singole obbedienze massoniche adottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero esclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli insieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del metodo massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applicazione del metodo di volta in volta porta. La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Dichiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo prefetto di allora cardinale Joseph Ratzinger ma sottoscritta anche dal papa Giovanni Paolo II, così che dev’essere considerata magistero vincolante per tutti i fedeli. Secondo questo documento, benché il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i massoni, in realtà «rimane [...] immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argomenta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola scomunica si può evincere che i cattolici oggi potrebbero diventare tranquillamente massoni esprime dunque la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano tenere i cattolici lo determina ovviamente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni possono essere cattolici. Ma la Chiesa insegna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere massoni. Se pure manca la parola «scomunica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono accedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata presa in modo formale e definitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osservatore Romano il 23 febbraio 1985, non firmato ma di cui è comunemente considerato autore l’allora cardinale Ratzinger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Paese per Paese – in cui non vi siano specifici risultati ostili alla Chiesa, «l’inconciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattolica. Qualcuno, osserva la nota del 1985, potrebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”». Ma proprio questo aspetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano metodologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci sono né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale comunità morale-rituale, lungi dal poter essere eliminato, risulta al contrario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui appartengono i singoli membri delle logge, non possono essere considerate se non come semplici istituzionalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando [...] non vi fosse un’obbligazione esplicita di professare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logica intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non essere accettabile da parte di un cristiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo
Massimo Introvigne
Dan Brown nel Simbolo perduto allude spesso ai nemici della massoneria come personaggi patologici, fondamentalisti cristiani vittime di assurde «teorie del complotto». Si potrebbe osservare che la predica viene da uno strano pulpito, dal momento che alcune delle più bizzarre teorie del complotto sono state divulgate con grande entusiasmo proprio da Brown in Angeli e Demoni e nel Codice da Vinci . Ma in verità l’anti-massonismo nasce molto prima del fondamentalismo protestante o della destra religiosa statunitense così poco simpatica a Brown. Prima ancora che la massoneria moderna sia fondata, nel 1717, si manifestano già reazioni anti- massoniche. Nel 1698, per esempio, un certo M. Winter (di cui non ho reperito ulteriori dati biografici) fa diffondere un volantino indirizzato «A tutte le persone timorate di Dio nella città di Londra» in cui si mette in guardia dal «male perpetrato di fronte a Dio dai cosiddetti Massoni»: «Essi sono l’Anticristo che viene ad allontanare gli uomini dal timore di Dio. Perché mai certi uomini dovrebbero incontrarsi in luoghi segreti e con segni segreti, stando attenti che nessuno li veda, se fosse per compiere l’opera di Dio? Non sono questi i modi degli operatori d’iniquità?. Non mescolatevi con questa gente corrotta – consiglia il volantino – per non trovarvi con loro quando verrà la consumazione del mondo». Come si vede, l’anti-massonismo è almeno antico quanto la massoneria. Tuttavia, come è più opportuno parlare di massonerie, al plurale, così esistono diversi tipi di anti-massonismo. Si deve almeno distinguere fra un anti-massonismo «politico», che spesso reclama leggi anti-massoniche e interdizioni civili per i massoni, e un anti-massonismo di tipo «dottrinale» che critica la massoneria sul piano filosofico e culturale. L’anti-massonismo «politico» trae i suoi argomenti da specifici risultati del metodo massonico in questo o quel Paese, in questa o quell’epoca storica, sostenendo che essi sono nocivi o pericolosi per la società. L’anti-massonismo «dottrinale» concentra invece la sua critica sul metodo massonico come costante nella storia delle massonerie, a prescindere dagli specifici risultati che dal metodo sono di volta in volta derivati. Naturalmente, l’anti-massonismo «politico» e l’antimassonismo «dottrinale » sono, per usare un termine sociologico, «idealtipi» o «tipi ideali », che l’interprete può ricostruire ma che raramente s’incontrano allo stato puro. Spesso ci si trova di fronte a forme ibride di anti-massonismo, che presentano elementi dell’uno e dell’altro tipo ideale. Tuttavia è importante sottolineare due aspetti importanti della storia degli anti-massonismi. Anzitutto, l’anti-massonismo «politico » non presuppone necessariamente l’anti-massonismo «dottrinale ». Per esempio, forze d’ispirazione marxista potranno reclamare provvedimenti legali contro la massoneria ritenendo che sia, in una determinata situazione storica, globalmente nociva e nello stesso tempo esprimere apprezzamento per il metodo massonico e per il ruolo «progressista » che, in altre epoche, ha avuto. In secondo luogo, l’anti-massonismo «dottrinale» potrà mantenere ferma la sua critica della massoneria a prescindere dalle posizioni concrete che le singole obbedienze massoniche adottano su questo o quel problema. Nel mondo cattolico il magistero esclude, si può dire da sempre, la «doppia appartenenza » dei fedeli insieme alla Chiesa Cattolica e alla massoneria: e lo fa sulla base di una rigorosa critica dottrinale del metodo massonico, che rimane sempre incompatibile con la fede cattolica quali siano i risultati cui l’applicazione del metodo di volta in volta porta. La posizione attuale e vigente della Chiesa Cattolica è espressa dalla Dichiarazione sulla massoneria della Congregazione per la Dottrina della Fede, del 1983, firmata dal suo prefetto di allora cardinale Joseph Ratzinger ma sottoscritta anche dal papa Giovanni Paolo II, così che dev’essere considerata magistero vincolante per tutti i fedeli. Secondo questo documento, benché il nuovo Codice di diritto canonico del 1983 non parli più di «scomunica» per i massoni, in realtà «rimane [...] immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione». Quando qualche massone argomenta che dal fatto che nel nuovo Codice non si usi più la parola scomunica si può evincere che i cattolici oggi potrebbero diventare tranquillamente massoni esprime dunque la posizione della massoneria, non quella della Chiesa cattolica. E quale comportamento debbano tenere i cattolici lo determina ovviamente in modo vincolante la Chiesa, non la massoneria. La massoneria è libera di pensare che i massoni possono essere cattolici. Ma la Chiesa insegna con assoluta chiarezza che i cattolici non possono essere massoni. Se pure manca la parola «scomunica » rimane la sostanza: i cattolici che sono massoni «non possono accedere alla Santa Comunione». E il documento precisa pure che singoli vescovi non possono modificare una decisione che è stata presa in modo formale e definitivo dalla Santa Sede. Importante, nella stessa prospettiva, è un testo pubblicato da L’Osservatore Romano il 23 febbraio 1985, non firmato ma di cui è comunemente considerato autore l’allora cardinale Ratzinger. Il testo costituisce per così dire la «motivazione» della «sentenza» del 1983. Secondo questo testo, anche nel caso – da esaminare obbedienza per obbedienza, caso per caso, Paese per Paese – in cui non vi siano specifici risultati ostili alla Chiesa, «l’inconciliabilità dei princìpi» rimane ferma, in quanto – qualunque siano i suoi risultati – è sempre il metodo massonico a essere incompatibile con la fede cattolica. Qualcuno, osserva la nota del 1985, potrebbe obiettare che è improprio parlare di «inconciliabilità dei princìpi» perché «essenziale della massoneria sarebbe proprio il fatto di non imporre alcun “principio”». Ma proprio questo aspetto «essenziale» è incompatibile con la fede cristiana sul piano metodologico: «Anche se si afferma che il relativismo non viene assunto come dogma» – proprio perché non ci sono né dottrine né dogmi – «tuttavia si propone di fatto una concezione simbolica relativistica, e pertanto il valore relativizzante di una tale comunità morale-rituale, lungi dal poter essere eliminato, risulta al contrario determinante. In tale contesto, le diverse comunità religiose, cui appartengono i singoli membri delle logge, non possono essere considerate se non come semplici istituzionalizzazioni di una verità più ampia e inafferrabile». Così, «anche quando [...] non vi fosse un’obbligazione esplicita di professare il relativismo come dottrina, tuttavia la forza relativizzante di una tale fraternità, per la sua stessa logica intrinseca, ha in sé la capacità di trasformare la struttura dell’atto di fede in modo così radicale da non essere accettabile da parte di un cristiano “al quale è cara la sua fede”». Il rito di iniziazione degli affiliati a una loggia massonica secondo un’incisione del XVIII secolo
Massimo Introvigne
lunedì 28 dicembre 2009
IL S. NATALE CHE NON C'E'
e con il dovuto rispetto …….. In sette mosse ecco come si può rovinare la festa
di Mario Delpini
La festa di Natale è così bella, così cristiana, così speciale che per rovinarla ci vuole molto impegno. Bisogna però riconoscere che i cristiani, quando vogliono, si impegnano seriamente. Segnalo alcuni di questi impegni:
Cambiare i nomi: non si chiamino più <>, ma <>
Applaudire maestre e bambini che per la recita di Natale mettono in scena qualche favola insulsa per non offendere i non cristiani con i racconti sulla nascita di Gesù.
Insegnare ai bambini a scrivere la letterina a Babbo Natale con una sfilza di richieste capricciose e costose, prima di insegnare a pregare Gesù Bambino per le cose che contano.
Dedicare tempo a decidere dove andare a sciare più che a preparare la confessione di Natale.
Esagerare: mangiare troppo, bere troppo, spendere troppo, così da avere il mal di testa e una malavoglia che impedisce persino di fare visita agli amici, ai poveri, al cimitero.
Trovare sollievo nel dimenticar per un giorno i problemi del mondo e l’esistenza dei poveri.
Ricordarsi di tutti, eccetto il Festeggiato: il Natale, per sé, sarebbe il compleanno di Gesù.
I cristiani si giustificano: <>. Ma il profeta risponde: <>.
I punti 5-6-7 personalmente mi hanno colpito parecchio ……
I PIU’ SINCERI AUGURI
DI UN SANTO NATALE DI GESU’
franco
E il Verbo si fece carne…
di Mario Delpini
La festa di Natale è così bella, così cristiana, così speciale che per rovinarla ci vuole molto impegno. Bisogna però riconoscere che i cristiani, quando vogliono, si impegnano seriamente. Segnalo alcuni di questi impegni:
Cambiare i nomi: non si chiamino più <
Applaudire maestre e bambini che per la recita di Natale mettono in scena qualche favola insulsa per non offendere i non cristiani con i racconti sulla nascita di Gesù.
Insegnare ai bambini a scrivere la letterina a Babbo Natale con una sfilza di richieste capricciose e costose, prima di insegnare a pregare Gesù Bambino per le cose che contano.
Dedicare tempo a decidere dove andare a sciare più che a preparare la confessione di Natale.
Esagerare: mangiare troppo, bere troppo, spendere troppo, così da avere il mal di testa e una malavoglia che impedisce persino di fare visita agli amici, ai poveri, al cimitero.
Trovare sollievo nel dimenticar per un giorno i problemi del mondo e l’esistenza dei poveri.
Ricordarsi di tutti, eccetto il Festeggiato: il Natale, per sé, sarebbe il compleanno di Gesù.
I cristiani si giustificano: <
I punti 5-6-7 personalmente mi hanno colpito parecchio ……
I PIU’ SINCERI AUGURI
DI UN SANTO NATALE DI GESU’
franco
E il Verbo si fece carne…
giovedì 17 dicembre 2009
LA FEDE NON E' MAI CONTRO LA RAGIONE
Fede e ragione: quel sole nella notte
I due interventi inaugurali del Convegno internazionale su Dio recentemente promosso dalla Cei hanno riproposto un tema decisivo. Il cardinal Ruini ed il filosofo Robert Spaemann hanno infatti ribadito la possibilità di elaborare delle dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio. La scelta di iniziare il Convegno con questo discorso è molto importante anche nei riguardi del mondo cattolico, perché non pochi credenti cadono nel fideismo, che nega il contributo della filosofia alla fede, considerandola inutile o addirittura perniciosa, e poggia la fede soltanto su un sentimento interiore e sulla Bibbia.In realtà, la capacità della ragione di giungere a Dio è affermata già dalla stessa Bibbia. Un passo della Lettera ai romani (I, 19-21), citato più di una volta al Convegno: «Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto […]. Infatti […] le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute». E la Lettera di Pietro (1 Pt, 3, 15) esorta a promuovere il cristianesimo appunto anche mediante la ragione: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».Anche sulla scorta di questi passi la Chiesa si è molte volte pronunciata sulla possibilità di affermare Dio con la ragione. Per esempio nell’enciclica Fides et Ratio (§ 24, 36 e 53), dove, inoltre, Giovanni Paolo II ha criticato (al § 55) i "pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio". Ma potremmo citare anche molti interventi di Benedetto XVI. Similmente, il cardinal Bagnasco ha rimarcato al Convegno che «purtroppo […] sentimentalismo ed emotivismo […] finiscono per avallare l’opinione diffusa che religione e ragione appartengano a due mondi, se non contrapposti, quantomeno incomunicabili».Per contro, la filosofia può recare alla fede almeno due preziosissimi contributi.Anzitutto, le prove filosofiche dell’esistenza di Dio possono essere proposte a chi non è già cristiano, possono condurre l’ateo a convincersi dell’esistenza di Dio e possono inoltre portare il non cristiano sulla soglia della fede nel Dio cristiano. In effetti, i cristiani diventano tali sia perché ricevono la fede direttamente da Dio o da qualche persona che inoltre la testimonia, sia anche, a volte, perché vengono convinti da dei ragionamenti. Per esempio, s. Agostino si è convertito grazie a s. Ambrogio ed alla lettura dei discorsi dei filosofi neoplatonici, s. Edith Stein è arrivata al cristianesimo leggendo s. Teresa e grazie alla filosofia di s. Tommaso, e Janne Haaland Matlary – già viceministro norvegese, che era agnostica (ed in certi periodi atea) - è arrivata al cattolicesimo proprio grazie alla filosofia.Inoltre, la filosofia può soccorrere anche chi è già credente: anche i più grandi santi hanno attraversato periodi in cui nessun sentimento interiore confermava loro l’esistenza di Dio, come è avvenuto a Madre Teresa di Calcutta. È la «notte dello spirito», per usare l’espressione di s. Giovanni della Croce. In simili momenti, la filosofia, che può dimostrare l’esistenza di Dio e anche alcuni aspetti della sua natura (onnipotenza, sapienza, giustizia, provvidenza, ecc.), può aiutarci a rimanere convinti che Dio esiste, a riconoscerlo anche quando si addensa il buio.
Giacomo Samek Lodovici
I due interventi inaugurali del Convegno internazionale su Dio recentemente promosso dalla Cei hanno riproposto un tema decisivo. Il cardinal Ruini ed il filosofo Robert Spaemann hanno infatti ribadito la possibilità di elaborare delle dimostrazioni razionali dell’esistenza di Dio. La scelta di iniziare il Convegno con questo discorso è molto importante anche nei riguardi del mondo cattolico, perché non pochi credenti cadono nel fideismo, che nega il contributo della filosofia alla fede, considerandola inutile o addirittura perniciosa, e poggia la fede soltanto su un sentimento interiore e sulla Bibbia.In realtà, la capacità della ragione di giungere a Dio è affermata già dalla stessa Bibbia. Un passo della Lettera ai romani (I, 19-21), citato più di una volta al Convegno: «Ciò che di Dio si può conoscere è agli uomini manifesto […]. Infatti […] le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute». E la Lettera di Pietro (1 Pt, 3, 15) esorta a promuovere il cristianesimo appunto anche mediante la ragione: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».Anche sulla scorta di questi passi la Chiesa si è molte volte pronunciata sulla possibilità di affermare Dio con la ragione. Per esempio nell’enciclica Fides et Ratio (§ 24, 36 e 53), dove, inoltre, Giovanni Paolo II ha criticato (al § 55) i "pericolosi ripiegamenti sul fideismo, che non riconosce l’importanza della conoscenza razionale e del discorso filosofico per l’intelligenza della fede, anzi per la stessa possibilità di credere in Dio". Ma potremmo citare anche molti interventi di Benedetto XVI. Similmente, il cardinal Bagnasco ha rimarcato al Convegno che «purtroppo […] sentimentalismo ed emotivismo […] finiscono per avallare l’opinione diffusa che religione e ragione appartengano a due mondi, se non contrapposti, quantomeno incomunicabili».Per contro, la filosofia può recare alla fede almeno due preziosissimi contributi.Anzitutto, le prove filosofiche dell’esistenza di Dio possono essere proposte a chi non è già cristiano, possono condurre l’ateo a convincersi dell’esistenza di Dio e possono inoltre portare il non cristiano sulla soglia della fede nel Dio cristiano. In effetti, i cristiani diventano tali sia perché ricevono la fede direttamente da Dio o da qualche persona che inoltre la testimonia, sia anche, a volte, perché vengono convinti da dei ragionamenti. Per esempio, s. Agostino si è convertito grazie a s. Ambrogio ed alla lettura dei discorsi dei filosofi neoplatonici, s. Edith Stein è arrivata al cristianesimo leggendo s. Teresa e grazie alla filosofia di s. Tommaso, e Janne Haaland Matlary – già viceministro norvegese, che era agnostica (ed in certi periodi atea) - è arrivata al cattolicesimo proprio grazie alla filosofia.Inoltre, la filosofia può soccorrere anche chi è già credente: anche i più grandi santi hanno attraversato periodi in cui nessun sentimento interiore confermava loro l’esistenza di Dio, come è avvenuto a Madre Teresa di Calcutta. È la «notte dello spirito», per usare l’espressione di s. Giovanni della Croce. In simili momenti, la filosofia, che può dimostrare l’esistenza di Dio e anche alcuni aspetti della sua natura (onnipotenza, sapienza, giustizia, provvidenza, ecc.), può aiutarci a rimanere convinti che Dio esiste, a riconoscerlo anche quando si addensa il buio.
Giacomo Samek Lodovici
martedì 15 dicembre 2009
DON BOSCO LO STATISTA DELL' 800
Don Bosco, «statista» del Risorgimento
L'obiettivo che don Bosco si pose fin dal 1846 era preciso: «Adoperarsi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo». Egli non rinnegò mai la sua scelta anche quando il «buon cittadino» del Regno di Sardegna divenne quello di un Regno d’Italia ostile alla Chiesa: «Mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Inoltre la sua tranquillizzante strategia pastorale – «amore al lavoro, frequenza dei Sacramenti, rispetto ad ogni autorità e fuga dai cattivi compagni» – non poteva certo essere ostacolata da amministrazioni cittadine e apparati statali, preoccupati com’erano dall’ordine sociale dell’epoca. Superate le turbolenze politico-religiose del biennio 1848-1849 con il rifiuto di aggregarsi a qualunque schieramento politico e con il deciso schierarsi in difesa della religione, don Bosco riprese la sua politica assistenziale ed educativa, sempre appoggiata dai vertici dello Stato come «opera benemerita della religione e della società», proprio mentre andavano approvando contestatissime leggi che avviavano il Paese alla modernizzazione laica dello Stato e alla sua divaricazione dalla Chiesa. Negli anni Cinquanta, non schierandosi decisamente a favore delle innovazioni politiche ma neppure opponendosi direttamente e pubblicamente – anzi tentando congiuntamente con i fratelli Cavour di risolvere il caso dell’arcivescovo di Torino – il sacerdote evitò eccessive molestie e continuò ad essere in buoni rapporti con numerosi funzionari statali e ministri, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi e indumenti e soprattutto gli affidavano orfani. I buoni rapporti si incrinarono ai primi passi dell’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860 – sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana – don Bosco subì una durissima perquisizione poliziesca per sospette relazioni politiche con la Santa Sede e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alle nuova legislazione scolastica. Vigorosamente protestò con i rispettivi ministri, superò brillantemente la crisi e riprese con sempre crescente credito la sua attività di educatore, di responsabile di scuole e di laboratori, di pubblicista, di costruttore di chiese; allargò anzi il suo raggio di azione fuori Torino con l’accettazione di nuovi collegi. Nessuno – in quel decennio che vide acutizzarsi per la coscienza cristiana la «questione romana» – ignorava la fedeltà di don Bosco alla linea politica della Santa Sede; i politici non erano d’accordo con lui quando affermava la necessità, peraltro non assoluta, dello Stato pontificio per l’indipendenza del pontefice; intuivano che i connotati dell’«onesto cittadino» che don Bosco pubblicamente dichiarava di formare non erano gli stessi del «buon cittadino» del «loro» Regno d’Italia. Ma nonostante tali sue tendenze più conservatrici che democratiche, più paternalistiche che egualitarie, più clericali che laiche, forse proprio per esse fu coinvolto e si fece promotore nel decennio 1865-1875 di vari tentativi di politica ecclesiastica in vista di una soluzione dei due problemi che turbavano la vita politica e le coscienze religiose dei cittadini: la nomina dei vescovi alle sedi che ne erano prive per motivi politici e il conseguimento da parte loro delle cosiddette «temporalità». In tale opera di privatissime mediazioni don Bosco ebbe modo di farsi apprezzare dai vari Cavour, Rattazzi, Ricasoli, Menabrea, Lanza, Vigliani, Minghetti, Cambray Digny... Alla cattolicissima moglie di quest’ultimo osò chiedere di informarsi circa la possibilità che il governo italiano potesse essere rappresentato al Concilio Vaticano! Di anni di volenterose trattative, solo parzialmente riuscite, restò lo sforzo generoso di don Bosco che – su e giù per Torino, Firenze e Roma – in nome del supremo principio «lex suprema, salus animarum», si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Nei secondi anni Settanta, dimenticati i sogni di restaurazione del Regno pontificio, cessata l’attesa di castighi divini sui «nemici della Chiesa» e con la sinistra storica al potere, più laicista e anticlericale della destra, in buona parte costituita da massoni, don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò ad avere contatti. Nel 1878 ricevette personalmente dal ministro Crispi l’assicurazione che il governo avrebbe lasciato piena libertà alla Chiesa di procedere al conclave. Con lo stesso statista siciliano discusse di metodi educativi, di carceri minorili e gli inviò un promemoria ispirato ai principi del suo noto sistema preventivo, ma adottabile da istituzioni educative laiche. Operava sempre allo stesso fine: «Tendere a giovare al buon costume e diminuire il numero dei discoli, che abbandonati a se stessi corrono grande pericolo di andare a popolare le prigioni. Istruire costoro, avviarli al lavoro, provvederne i mezzi, e dove sia necessità, anche ricoverarli, nulla risparmiare per impedirne la rovina, anzi farne buoni cristiani ed onesti cittadini, queste opere, dico, non possono non essere rispettate, anzi desiderate da qualsiasi governo, da qualsiasi politica». Nel 1900 il celebre criminologo Cesare Lombroso gli avrebbe dato ragione: «Gli istituti salesiani rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto, l’unico anzi che si sia fatto in Italia».
Francesco Motto, direttore dell'Istituto Storico Salesiano
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Popotus
Non profit
//re-opens the site map if it was open
var console1 = document.getElementById("CMS_Console");
var trToggle = document.getElementById("trToggleMap");
var isOpen;
if (console1 != null)
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L'obiettivo che don Bosco si pose fin dal 1846 era preciso: «Adoperarsi per fare buoni cittadini in questa terra, perché fossero poi un giorno degni abitatori del cielo». Egli non rinnegò mai la sua scelta anche quando il «buon cittadino» del Regno di Sardegna divenne quello di un Regno d’Italia ostile alla Chiesa: «Mentre mi professo sacerdote cattolico ed affezionato al Capo della Cattolica Religione, mi sono pur sempre mostrato affezionatissimo al Governo, per i sudditi del quale ho sempre dedicate le deboli mie sostanze e le forze e la vita». Inoltre la sua tranquillizzante strategia pastorale – «amore al lavoro, frequenza dei Sacramenti, rispetto ad ogni autorità e fuga dai cattivi compagni» – non poteva certo essere ostacolata da amministrazioni cittadine e apparati statali, preoccupati com’erano dall’ordine sociale dell’epoca. Superate le turbolenze politico-religiose del biennio 1848-1849 con il rifiuto di aggregarsi a qualunque schieramento politico e con il deciso schierarsi in difesa della religione, don Bosco riprese la sua politica assistenziale ed educativa, sempre appoggiata dai vertici dello Stato come «opera benemerita della religione e della società», proprio mentre andavano approvando contestatissime leggi che avviavano il Paese alla modernizzazione laica dello Stato e alla sua divaricazione dalla Chiesa. Negli anni Cinquanta, non schierandosi decisamente a favore delle innovazioni politiche ma neppure opponendosi direttamente e pubblicamente – anzi tentando congiuntamente con i fratelli Cavour di risolvere il caso dell’arcivescovo di Torino – il sacerdote evitò eccessive molestie e continuò ad essere in buoni rapporti con numerosi funzionari statali e ministri, che rispondevano ai suoi appelli di sussidi e indumenti e soprattutto gli affidavano orfani. I buoni rapporti si incrinarono ai primi passi dell’Unità d’Italia. Nel maggio-giugno 1860 – sei mesi dopo la fondazione della Società salesiana – don Bosco subì una durissima perquisizione poliziesca per sospette relazioni politiche con la Santa Sede e una severa ispezione scolastica per presunte inadempienze alle nuova legislazione scolastica. Vigorosamente protestò con i rispettivi ministri, superò brillantemente la crisi e riprese con sempre crescente credito la sua attività di educatore, di responsabile di scuole e di laboratori, di pubblicista, di costruttore di chiese; allargò anzi il suo raggio di azione fuori Torino con l’accettazione di nuovi collegi. Nessuno – in quel decennio che vide acutizzarsi per la coscienza cristiana la «questione romana» – ignorava la fedeltà di don Bosco alla linea politica della Santa Sede; i politici non erano d’accordo con lui quando affermava la necessità, peraltro non assoluta, dello Stato pontificio per l’indipendenza del pontefice; intuivano che i connotati dell’«onesto cittadino» che don Bosco pubblicamente dichiarava di formare non erano gli stessi del «buon cittadino» del «loro» Regno d’Italia. Ma nonostante tali sue tendenze più conservatrici che democratiche, più paternalistiche che egualitarie, più clericali che laiche, forse proprio per esse fu coinvolto e si fece promotore nel decennio 1865-1875 di vari tentativi di politica ecclesiastica in vista di una soluzione dei due problemi che turbavano la vita politica e le coscienze religiose dei cittadini: la nomina dei vescovi alle sedi che ne erano prive per motivi politici e il conseguimento da parte loro delle cosiddette «temporalità». In tale opera di privatissime mediazioni don Bosco ebbe modo di farsi apprezzare dai vari Cavour, Rattazzi, Ricasoli, Menabrea, Lanza, Vigliani, Minghetti, Cambray Digny... Alla cattolicissima moglie di quest’ultimo osò chiedere di informarsi circa la possibilità che il governo italiano potesse essere rappresentato al Concilio Vaticano! Di anni di volenterose trattative, solo parzialmente riuscite, restò lo sforzo generoso di don Bosco che – su e giù per Torino, Firenze e Roma – in nome del supremo principio «lex suprema, salus animarum», si era prestato per conciliare realisticamente le competenze e le responsabilità di entrambe le parti in causa. Nei secondi anni Settanta, dimenticati i sogni di restaurazione del Regno pontificio, cessata l’attesa di castighi divini sui «nemici della Chiesa» e con la sinistra storica al potere, più laicista e anticlericale della destra, in buona parte costituita da massoni, don Bosco non ebbe più occasione di intervenire in ambito di politica ecclesiastica, ma non rinunciò ad avere contatti. Nel 1878 ricevette personalmente dal ministro Crispi l’assicurazione che il governo avrebbe lasciato piena libertà alla Chiesa di procedere al conclave. Con lo stesso statista siciliano discusse di metodi educativi, di carceri minorili e gli inviò un promemoria ispirato ai principi del suo noto sistema preventivo, ma adottabile da istituzioni educative laiche. Operava sempre allo stesso fine: «Tendere a giovare al buon costume e diminuire il numero dei discoli, che abbandonati a se stessi corrono grande pericolo di andare a popolare le prigioni. Istruire costoro, avviarli al lavoro, provvederne i mezzi, e dove sia necessità, anche ricoverarli, nulla risparmiare per impedirne la rovina, anzi farne buoni cristiani ed onesti cittadini, queste opere, dico, non possono non essere rispettate, anzi desiderate da qualsiasi governo, da qualsiasi politica». Nel 1900 il celebre criminologo Cesare Lombroso gli avrebbe dato ragione: «Gli istituti salesiani rappresentano uno sforzo colossale e genialmente organizzato per prevenire il delitto, l’unico anzi che si sia fatto in Italia».
Francesco Motto, direttore dell'Istituto Storico Salesiano
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