21 Ottobre 2009
Il piccolo Elvis, la sua e nostra Napoli, l'assedio di antichi e nuovi mali
Morire di povertà là dove di povertà si vive
Elvis, 6 anni, da Capo Verde, è venuto a morire di povertà a Napoli. Non c’è luogo più atroce per morire di stenti perché a Napoli, per antica consuetudine, di povertà, piuttosto, si vive. I «bassi» dove Elvis viveva con la mamma, hanno la porta che s’affaccia sui vicoli ma, più ancora, sulla vita: come a guardarla meglio in faccia e ad affrontarla giorno dopo giorno con i mezzi che anche chi sbarca da altri mondi di privazione, impara presto a conoscere. Nei «bassi» si sta stretti; anche una piccola famiglia di madre e figlio finisce per avere poco spazio, perché c’è sempre da far posto a un inquilino che si chiama povertà. E a un inquilino così, non sempre bastano i tributi ordinari, né accade spesso che si lasci intenerire da quella rete di mutuo soccorso sempre all’opera, una forma di solidarietà corrente e minuta, che attraversa i vicoli e li anima molto più della sporadica luce del sole. Anche la povertà mostra di essere diventata più esigente. È uscita dai «bassi» e, non solo a Napoli, si è mossa alla conquista di spazi più vasti, e, un tempo, inesplorati. Gli uffici studi la seguono, passo su passo, su mappe di carta. Ma chi la vede avvicinarsi alla sua porta ha imparato a distinguerla da lontano, e a temerne i segni: ciò che, forse, non poteva fare mamma Manuela, lei che la povertà l’aveva già in casa e riusciva, in qualche modo a domarla. Proprio Elvis, il trovarsi a suo agio tra i compagni nel vicolo, e la cartella della scuola sempre in ordine, era il segno semmai opposto di una timida e scarna agiatezza che mai – sembrava – potesse essere scalfita da una bolletta della luce arrivata in ritardo. Anche la soglia di povertà, come del resto quella della ricchezza, ha parametri suoi, e quel braciere di carbonella, che nei bassi è stato sempre usato come un utensile di casa, ha finito per bruciare più che dare calore a una vita. Una tale forma di povertà non estrema non fa che rendere ancora più insopportabile questa morte che è riuscita a insinuarsi, infida e velenosa, tra varchi sguarniti, dove la povertà riesce a colpire anche attraverso le orme che lascia. Una vita di stenti non equivale sempre a una vita di miseria. E non è detto che dai «bassi» è possibile scorgere solo orizzonti cupi. Ma a sei anni, nel respiro di vita che lo ha accompagnato, a Elvis toccava certo il diritto di non doversi occupare di tutto questo. Aveva, a suo modo, già imparato a guardare avanti. A scuola era bravo e anche simpatico, e i suoi compagni andavano a cercarlo, quando non lo vedevano. Non poteva sapere di quel respiro di vita già insidiato dai residui di una povertà tenace e caparbia che è arrivata a inseguirlo da un capo all’altro del mondo. Con tutti i suoi drammi e le sue continue emergenze, anche Napoli, nel vasto panorama dei disagi nel mondo, può risultare un approdo. Ma proprio qui, nelle quinte nascoste di una città che, facendo scudo ai suoi poveri, cerca di salvare anche se stessa, Elvis si è visto atrocemente chiedere il conto. Ha dato i suoi pochi anni, ma ha lasciato scorgere quanto grandi fossero le sue speranze. E Napoli lascia intuire quando il suo cuore resta ferito. La morte di Elvis, e il dramma della mamma, in lotta per la vita, non sono entrati a far parte di una sua cronaca ordinaria. C’entra, ma non spiega tutto, neppure il sentimento di protezione per i bambini. Il dramma di Elvis è, in tutti i sensi, anche il dramma di una città che, pur assediata dai suoi mali antichi, non può fare a meno di guardarsi intorno per scorgere anche l’insidia dei nuovi. Anche la povertà cambia pelle. Ed è un braciere sempre acceso.
Angelo Scelzo da avvenire
mercoledì 21 ottobre 2009
lunedì 12 ottobre 2009
anche mussolini è stato una spia
06/10/2009 di alessio altichieri - corriere della sera
Le cento sterline che Mussolini intascava dalla "perfida Albione"
Scritto da: Alessio Altichieri alle 22:47
Tags: Benito Mussolini, Christopher Andrew, Eugenio Pacelli, George Macdonagh, Peter Martland, Pierre Laval, Renato Giuseppe Bertelli, Samuel Hoare Lord Templewwod, Winston Churchill
Cento sterline. Cento sterline alla settimana. Per quasi un anno Benito Mussolini, nel 1917, fu stipendiato dai servizi segreti britannici. Sorprendente, forse, per l’uomo che molti anni dopo avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”. Ma la politica è spregiudicata, sicché non bisogna meravigliarsi che gl’inglesi, più tardi “stramaledetti” dal fascismo, fossero alleati preziosi in una stagione precedente. Stupisce piuttosto, e qui sta la novità, l’esiguità della somma: cento sterline, il prezzo con cui l’intelligence britannica si comprò la fedeltà di Mussolini, non erano molti soldi nemmeno a quel tempo. “In genere, rivalutiamo per sessanta: perciò, possiamo stimare quella sovvenzione in seimila sterline d’oggi”, dice Peter Martland, professore di storia moderna all’Università di Cambridge. Neppure 5.500 euro al cambio odierno, quindi, per fare una politica, certo congeniale a Mussolini, che era vitale per la Gran Bretagna in guerra contro gl’Imperi Centrali. “Fu un vero affare, perché ormai il conflitto sembrava perso”, osserva Martland. Possibile che con quelle cento sterline si sia cambiato il corso della storia europea? “Comunque, se avesse vinto la Germania, non saremmo qui a parlarne”, commenta lo storico.Vediamo. Nell’autunno del 1917 le sorti della Grande Guerra sono appese a un filo. La Russia rivoluzionaria ha sospeso i combattimenti contro la Germania, l’Italia ha subito la rotta di Caporetto. La situazione è disperata. Se anche l’Italia dovesse abbandonare il conflitto, solo Francia e Gran Bretagna resterebbero a opporsi a Germania e Austria. Londra deve fare di tutto per garantire che l’Italia non receda dall’alleanza: “C’era il timore che il governo italiano dopo Caporetto dovesse fronteggiare rivolte, ondate pacifiste”, riassume Martland. Ma i britannici avevano a Roma un uomo di prim’ordine, il tenente colonnello Samuel Hoare, dell’intelligence militare, il quale aveva organizzato una rete di un centinaio di agenti che agivano per la Gran Bretagna. Riferiscono sul morale della nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi. Qualcuno consiglia a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato dall’”Avanti!” e dal partito socialista per la sua linea interventista, sostiene ora la politica con un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Hoare acconsente e, conosciuto Mussolini, fa di più: propone una sovvenzione per la testata.Il suo capo a Londra, Sir George Macdonagh, tentenna. “Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”, spiega Martland. E si fa l’accordo: cento sterline alla settimana. Ricorderà molti anni più tardi, nel 1954, Hoare, ormai divenuto Lord Templewood, nelle sue memorie: “’Lasci fare a me’, fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: ‘Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra’. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi”, concluse Hoare - sorvolando, da signore, sulle cifre. Naturalmente, non è che Mussolini abbia salvato le sorti dell’Italia e della guerra, ma anche il suo interventismo, fino al Piave e al riordinamento dell’esercito italiano sbandato, servì alla causa britannica. “L’investimento rese, anche se non so se Mussolini usasse i soldi per il giornale: viste le sue inclinazioni, ritengo probabile che abbia speso quei soldi per le sue amiche”, dice Martland, che fa due conti: “Era buon prezzo, se si pensa che la guerra all’epoca costava alla Gran Bretagna quattro milioni di sterline al giorno”. La storia è abbastanza nota, molto meno era l’entità del compenso, almeno fino a pochi giorni fa, quando è stata presentato a Londra un volume di mille pagine, la storia del Security Service, cioè il controspionaggio britannico, comunemente chiamato Mi5. Con il titolo“The Defence of the Realm”, che riprende il motto del servizio, “Regnum Defende”, è stata scritta da Christopher Andrew, già autore del celebre “Archivio Mitrokhin” che fece tanto scalpore dieci anni fa, e celebra in modo assolutamente originale (non era mai successo che un servizio segreto di tale importanza pubblicasse la propria “storia autorizzata”) il primo secolo di vita del Mi5, che nel 1917 includeva anche le operazioni all’estero, e naturalmente l’intelligence militare. Andrew, per svolgere il compito immane di consultare 400 mila files, s’è avvalso dell’aiuto di Martland, che proprio a Cambridge aveva a disposizione l’archivio Templewood, un altro forziere di documenti. E lì, spulciando le carte, Martland ha trovato la cifra del compenso britannico a Mussolini, le cento sterline. “Non credo che il dettaglio sia mai stato pubblicato: l’archivio Templewood è disponibile a chiunque, ma bisognava metterci il naso”.Pur di battere la Germania, andava bene anche l’aiuto di un Mussolini: d’altronde, perfino Winston Churchill disse che, pur di trovare alleati contro Hitler, sarebbe stato pronto ad andare all’inferno ad accordarsi con il diavolo. Oggi, con sano patriottismo, sia Andrew che Martland sottolineano l’opera meritoria per la difesa del regno svolta in cent’anni dal Security Service – e dai suoi agenti. “Hoare a Roma aveva antenne sensibili: fu il primo a capire, già allora, che il capo della corrente filo-tedesca in Vaticano era il futuro papa, l’arcivescovo Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera”. E lo stesso Hoare, per coincidenza, avrà ancora un rapporto privilegiato con Mussolini vent’anni dopo, quando sarà diventato Foreign Secretary, cioè ministro degli Esteri, e dovrà confrontarsi con quello che era ormai il Duce del fascismo, lanciato nell’avventura coloniale. Con il suo omologo francese, Pierre Laval, Hoare firmerà un patto per consentire all’Italia di sottomettere l’Abissinia e lasciare all’Etiopia lo sbocco al mare che il “Times”ridicolizzerà come “un corridoio per i cammelli”. Era l’inizio della politica dell’”appeasement” verso il nazifascismo che, fino alla seconda guerra mondiale, illuderà il governo Chamberlain. Ma questa è un’altra storia.(“The Defence of the Realm: The Autorized History of MI5”, di Christopher Andrew, è pubblicato da Allen Lane, 1032 pagine, 30 sterline. Nelle foto, dall’alto: Benito Mussolini davanti a una statua che lo ritrae; i bersaglieri nella battaglia di Caporetto, secondo una "Domenica del Corriere" del novembre 1917; Thames House, la sede del Mi5 a Londra; il logo del Security Service; "Profilo continuo - Testa di Benito Mussolini", di Renato Giuseppe Bertelli, terracotta smaltata, 1933; gli agenti del Mi5 sono protagonisti di una serie di successo della Bbc, "Spooks").
Le cento sterline che Mussolini intascava dalla "perfida Albione"
Scritto da: Alessio Altichieri alle 22:47
Tags: Benito Mussolini, Christopher Andrew, Eugenio Pacelli, George Macdonagh, Peter Martland, Pierre Laval, Renato Giuseppe Bertelli, Samuel Hoare Lord Templewwod, Winston Churchill
Cento sterline. Cento sterline alla settimana. Per quasi un anno Benito Mussolini, nel 1917, fu stipendiato dai servizi segreti britannici. Sorprendente, forse, per l’uomo che molti anni dopo avrebbe dichiarato guerra alla “perfida Albione”. Ma la politica è spregiudicata, sicché non bisogna meravigliarsi che gl’inglesi, più tardi “stramaledetti” dal fascismo, fossero alleati preziosi in una stagione precedente. Stupisce piuttosto, e qui sta la novità, l’esiguità della somma: cento sterline, il prezzo con cui l’intelligence britannica si comprò la fedeltà di Mussolini, non erano molti soldi nemmeno a quel tempo. “In genere, rivalutiamo per sessanta: perciò, possiamo stimare quella sovvenzione in seimila sterline d’oggi”, dice Peter Martland, professore di storia moderna all’Università di Cambridge. Neppure 5.500 euro al cambio odierno, quindi, per fare una politica, certo congeniale a Mussolini, che era vitale per la Gran Bretagna in guerra contro gl’Imperi Centrali. “Fu un vero affare, perché ormai il conflitto sembrava perso”, osserva Martland. Possibile che con quelle cento sterline si sia cambiato il corso della storia europea? “Comunque, se avesse vinto la Germania, non saremmo qui a parlarne”, commenta lo storico.Vediamo. Nell’autunno del 1917 le sorti della Grande Guerra sono appese a un filo. La Russia rivoluzionaria ha sospeso i combattimenti contro la Germania, l’Italia ha subito la rotta di Caporetto. La situazione è disperata. Se anche l’Italia dovesse abbandonare il conflitto, solo Francia e Gran Bretagna resterebbero a opporsi a Germania e Austria. Londra deve fare di tutto per garantire che l’Italia non receda dall’alleanza: “C’era il timore che il governo italiano dopo Caporetto dovesse fronteggiare rivolte, ondate pacifiste”, riassume Martland. Ma i britannici avevano a Roma un uomo di prim’ordine, il tenente colonnello Samuel Hoare, dell’intelligence militare, il quale aveva organizzato una rete di un centinaio di agenti che agivano per la Gran Bretagna. Riferiscono sul morale della nazione, sulla condizione delle banche, sul contrabbando di oro e valuta verso la Svizzera che, come sempre nella storia italiana, aumenta nei momenti di grave crisi. Qualcuno consiglia a Hoare di avvicinare il giornalista Benito Mussolini che, cacciato dall’”Avanti!” e dal partito socialista per la sua linea interventista, sostiene ora la politica con un nuovo giornale, “Il Popolo d’Italia”. Hoare acconsente e, conosciuto Mussolini, fa di più: propone una sovvenzione per la testata.Il suo capo a Londra, Sir George Macdonagh, tentenna. “Hoare lo convince, dicendo che, se la sovvenzione è negata, è pronto a pagare di tasca propria”, spiega Martland. E si fa l’accordo: cento sterline alla settimana. Ricorderà molti anni più tardi, nel 1954, Hoare, ormai divenuto Lord Templewood, nelle sue memorie: “’Lasci fare a me’, fu la risposta che Mussolini mandò attraverso il mio intermediario: ‘Mobiliterò i mutilati di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere una manifestazione di strada contro la guerra’. E fu di parola, i fasci neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi”, concluse Hoare - sorvolando, da signore, sulle cifre. Naturalmente, non è che Mussolini abbia salvato le sorti dell’Italia e della guerra, ma anche il suo interventismo, fino al Piave e al riordinamento dell’esercito italiano sbandato, servì alla causa britannica. “L’investimento rese, anche se non so se Mussolini usasse i soldi per il giornale: viste le sue inclinazioni, ritengo probabile che abbia speso quei soldi per le sue amiche”, dice Martland, che fa due conti: “Era buon prezzo, se si pensa che la guerra all’epoca costava alla Gran Bretagna quattro milioni di sterline al giorno”. La storia è abbastanza nota, molto meno era l’entità del compenso, almeno fino a pochi giorni fa, quando è stata presentato a Londra un volume di mille pagine, la storia del Security Service, cioè il controspionaggio britannico, comunemente chiamato Mi5. Con il titolo“The Defence of the Realm”, che riprende il motto del servizio, “Regnum Defende”, è stata scritta da Christopher Andrew, già autore del celebre “Archivio Mitrokhin” che fece tanto scalpore dieci anni fa, e celebra in modo assolutamente originale (non era mai successo che un servizio segreto di tale importanza pubblicasse la propria “storia autorizzata”) il primo secolo di vita del Mi5, che nel 1917 includeva anche le operazioni all’estero, e naturalmente l’intelligence militare. Andrew, per svolgere il compito immane di consultare 400 mila files, s’è avvalso dell’aiuto di Martland, che proprio a Cambridge aveva a disposizione l’archivio Templewood, un altro forziere di documenti. E lì, spulciando le carte, Martland ha trovato la cifra del compenso britannico a Mussolini, le cento sterline. “Non credo che il dettaglio sia mai stato pubblicato: l’archivio Templewood è disponibile a chiunque, ma bisognava metterci il naso”.Pur di battere la Germania, andava bene anche l’aiuto di un Mussolini: d’altronde, perfino Winston Churchill disse che, pur di trovare alleati contro Hitler, sarebbe stato pronto ad andare all’inferno ad accordarsi con il diavolo. Oggi, con sano patriottismo, sia Andrew che Martland sottolineano l’opera meritoria per la difesa del regno svolta in cent’anni dal Security Service – e dai suoi agenti. “Hoare a Roma aveva antenne sensibili: fu il primo a capire, già allora, che il capo della corrente filo-tedesca in Vaticano era il futuro papa, l’arcivescovo Eugenio Pacelli, nunzio a Monaco di Baviera”. E lo stesso Hoare, per coincidenza, avrà ancora un rapporto privilegiato con Mussolini vent’anni dopo, quando sarà diventato Foreign Secretary, cioè ministro degli Esteri, e dovrà confrontarsi con quello che era ormai il Duce del fascismo, lanciato nell’avventura coloniale. Con il suo omologo francese, Pierre Laval, Hoare firmerà un patto per consentire all’Italia di sottomettere l’Abissinia e lasciare all’Etiopia lo sbocco al mare che il “Times”ridicolizzerà come “un corridoio per i cammelli”. Era l’inizio della politica dell’”appeasement” verso il nazifascismo che, fino alla seconda guerra mondiale, illuderà il governo Chamberlain. Ma questa è un’altra storia.(“The Defence of the Realm: The Autorized History of MI5”, di Christopher Andrew, è pubblicato da Allen Lane, 1032 pagine, 30 sterline. Nelle foto, dall’alto: Benito Mussolini davanti a una statua che lo ritrae; i bersaglieri nella battaglia di Caporetto, secondo una "Domenica del Corriere" del novembre 1917; Thames House, la sede del Mi5 a Londra; il logo del Security Service; "Profilo continuo - Testa di Benito Mussolini", di Renato Giuseppe Bertelli, terracotta smaltata, 1933; gli agenti del Mi5 sono protagonisti di una serie di successo della Bbc, "Spooks").
giovedì 8 ottobre 2009
stranieri: ricchezza o delinquenti?
Immigrati cioè criminali?Esagerato, ecco i dati
Immigrato uguale delinquente. Non sempre, ma spesso. Perché l'arrivo di tanti stranieri avrebbe fatto schizzare il numero dei reati. Ma è proprio così? Numeri alla mano, lo staff scientifico del Dossier immigrazione Caritas- Migrantes, in collaborazione con l'agenzia Redattore sociale, dimostra l'inconsistenza di un approccio frutto di approssimazione, luoghi comuni, se non di precise strategie politico- mediatiche. Lo studio su La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi parte dal risultato di molte indagini sociologiche: per 6 italiani su 10 gli immigrati hanno provocato un aumento del tasso di criminalità, tra loro 5 o 6 volte più alto di quello degli italiani. Falso, afferma la ricerca. Il tasso di criminalità degli immigrati regolari è sì più alto di quello degli italiani, ma bisogna considerare le condizioni sociali e normative sfavorevoli. Il tasso di criminalità – il rapporto tra denunce contro autori noti e il totale della popolazione – per gli italiani è dello 0,75%, per gli immigrati regolarmente soggiornanti è 1,24%. Non il quintuplo, dunque. Un dato che si riduce analizzandolo per fasce di età. Gli immigrati sono infatti una popolazione molto giovane. Il 95,5% delle condanne a stranieri è nella fascia 18- 44 anni, mentre i condannati italiani 'coetanei' sono il 78,6%. Nella fascia 45- 64 delinquono invece di più gli italiani: il 17,9%, tra gli stranieri il 5,3%. « Se anche tra gli italiani i giovani di 18-44 anni fossero il 92,5% del totale – afferma la ricerca – le denunce per questa fascia aumenterebbero di più di 200 mila unità. La popolazione italiana avrebbe un tasso di criminalità dell' 1,02%, vicino all' 1,24% dei regolari». Obiezione: ma sono gli irregolari e i clandestini i veri delinquenti. La ricerca ha una risposta anche per questo. Prima una premessa è lessicale. Chi non ha le carte in regola per il 64% è irregolare, cioè titolare di un permesso scaduto, gli overstayers. Il 23% è entrato clandestinamente via terra, solo il 13% via mare. E la portavoce dell'Acnur Laura Boldrini invita a non generalizzare nemmeno tra questi ultimi, definendoli «clandestini» , visto che il 75% degli sbarcati fa richiesta di asilo, accolta nella metà dei casi. Senza dimenticare, afferma la Caritas, che 2 dei 4 milioni di immigrati regolari, ieri erano irregolari, emersi grazie alle sanatorie. In effetti però tra le persone denunciate circa il 75% sono irregolari. Molti sono criminali veri, molti però finiscono nelle statistiche ( 550.590 reati nel 2005) proprio per infrazioni alla legge sull'immigrazione ( 21.996), o reati minori come la riproduzione di cd e film ( 5.294).«La mobilità degli immigrati – spiega l'avvocato Lucio Barletta – fa sì che a volte non vengono informati di procedimenti penali. Così non possono concordare riti abbreviati o patteggiamenti. La precarietà alloggiativa poi non permette alternative domiciliari al carcere». Infine: l'andamento delle denunce è stabile dal 1991, primo anno dell'era immigrazione. Ma se gli stranieri sono raddoppiati tra 2001 e 2005, le denunce nei loro confronti sono salite del 45,9%.
Luca Liverani
Immigrato uguale delinquente. Non sempre, ma spesso. Perché l'arrivo di tanti stranieri avrebbe fatto schizzare il numero dei reati. Ma è proprio così? Numeri alla mano, lo staff scientifico del Dossier immigrazione Caritas- Migrantes, in collaborazione con l'agenzia Redattore sociale, dimostra l'inconsistenza di un approccio frutto di approssimazione, luoghi comuni, se non di precise strategie politico- mediatiche. Lo studio su La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni e pregiudizi parte dal risultato di molte indagini sociologiche: per 6 italiani su 10 gli immigrati hanno provocato un aumento del tasso di criminalità, tra loro 5 o 6 volte più alto di quello degli italiani. Falso, afferma la ricerca. Il tasso di criminalità degli immigrati regolari è sì più alto di quello degli italiani, ma bisogna considerare le condizioni sociali e normative sfavorevoli. Il tasso di criminalità – il rapporto tra denunce contro autori noti e il totale della popolazione – per gli italiani è dello 0,75%, per gli immigrati regolarmente soggiornanti è 1,24%. Non il quintuplo, dunque. Un dato che si riduce analizzandolo per fasce di età. Gli immigrati sono infatti una popolazione molto giovane. Il 95,5% delle condanne a stranieri è nella fascia 18- 44 anni, mentre i condannati italiani 'coetanei' sono il 78,6%. Nella fascia 45- 64 delinquono invece di più gli italiani: il 17,9%, tra gli stranieri il 5,3%. « Se anche tra gli italiani i giovani di 18-44 anni fossero il 92,5% del totale – afferma la ricerca – le denunce per questa fascia aumenterebbero di più di 200 mila unità. La popolazione italiana avrebbe un tasso di criminalità dell' 1,02%, vicino all' 1,24% dei regolari». Obiezione: ma sono gli irregolari e i clandestini i veri delinquenti. La ricerca ha una risposta anche per questo. Prima una premessa è lessicale. Chi non ha le carte in regola per il 64% è irregolare, cioè titolare di un permesso scaduto, gli overstayers. Il 23% è entrato clandestinamente via terra, solo il 13% via mare. E la portavoce dell'Acnur Laura Boldrini invita a non generalizzare nemmeno tra questi ultimi, definendoli «clandestini» , visto che il 75% degli sbarcati fa richiesta di asilo, accolta nella metà dei casi. Senza dimenticare, afferma la Caritas, che 2 dei 4 milioni di immigrati regolari, ieri erano irregolari, emersi grazie alle sanatorie. In effetti però tra le persone denunciate circa il 75% sono irregolari. Molti sono criminali veri, molti però finiscono nelle statistiche ( 550.590 reati nel 2005) proprio per infrazioni alla legge sull'immigrazione ( 21.996), o reati minori come la riproduzione di cd e film ( 5.294).«La mobilità degli immigrati – spiega l'avvocato Lucio Barletta – fa sì che a volte non vengono informati di procedimenti penali. Così non possono concordare riti abbreviati o patteggiamenti. La precarietà alloggiativa poi non permette alternative domiciliari al carcere». Infine: l'andamento delle denunce è stabile dal 1991, primo anno dell'era immigrazione. Ma se gli stranieri sono raddoppiati tra 2001 e 2005, le denunce nei loro confronti sono salite del 45,9%.
Luca Liverani
venerdì 10 luglio 2009
venerdì 26 giugno 2009
RUANDA, LA VERGOGNA DEI MEDIA
Ruanda, la guerra sporca dei media
In una mano il machete, nell’altra una radio a pile. È andata così in Ruanda. Almeno 937 mila persone trucidate nella mattanza dei cento giorni. Con la radio statale a fare da colonna sonora di un genocidio che l’Occidente non voleva vedere. «Senza armi da fuoco, machete o altri oggetti, voi avete provocato la morte di migliaia di civili innocenti». Così l’allora giudice Navanathem Pilay introdusse il verdetto nel processo internazionale ai mass-media ruandesi, per la prima volta nella storia riconosciuti colpevoli di genocidio al pari degli organizzatori e degli esecutori materiali dell’olocausto africano.«Sfruttando i media (soprattutto la radio, in un Paese dove circa 66 per cento della popolazione era analfabeta e viveva nelle zone rurali, in cui nessun altro mezzo d’informazione poteva arrivare facilmente), i responsabili del genocidio poterono rendere la carneficina una cosa di cui parlare senza vergogna». L’osservazione è dello studioso camerunense Fonju Ndemesah Fausta, che ha appena pubblicato in Italia La radio e il machete. Il ruolo dei media nel genocidio in Ruanda (Infinito edizioni, pp. 144, euro 12). «Servendosi della lingua parlata in tutto il Paese, il Kinyarwanda, e abusando del grande rispetto che i ruandesi avevano per le informazioni date dalle radio importanti, i genocidari – spiega Ndemesah Fausta – produssero un mondo dove il pensiero genocidario era la norma, sia per le vittime che per gli assassini». Nel 1994 il sistema informativo contava l’emittente governativa Radio Rwanda e nove periodici. Unica voce libera erano erano i giornali della Chiesa cattolica, Kinyamateka e Dialogue, diretti dai Padri bianchi. Era dal 1980 che padre Sylvio Sindambiwe, direttore del mensile Kinyamateka, criticava la politica del governo. Seguirono pressioni e minacce. Non tutti nella Chiesa gli stettero a fianco. Il 28 dicembre 1985 Sindambiwe lasciò l’incarico. Due anni dopo morì in un mai chiarito incidente. Le battaglie dei giornalisti cattolici però non si fermarono. Furono proprio i redattori di Kinyamateka a captare per primi le voci dell’odio. «Nell’ottobre 1988 André Sibomana, laureato in giornalismo all’Università Cattolica di Lione, fu nominato direttore. Approfittando della protezione della Chiesa cattolica – ricostruisce Fonju Ndemesah Fausta –, iniziò a criticare aspramente la politica del governo chiedendo più libertà». Poco dopo fu arrestato insieme ad altri tre giornalisti, liberati solo in seguito alle forti pressioni internazionali. Fu allora che nacque il giornale filogovernativo Kangura. Le intenzioni furono chiare da subito: «La voce che cerca di risvegliare e guidare il popolo maggioritario», c’era scritto sotto alla testata. Il «popolo maggioritario » era l’etnia hutu. Nel suo numero dell’inizio di dicembre 1990 Kangura pubblicò «I dieci comandamenti degli hutu». Il primo: «I tutsi hanno sete di sangue e di potere. Vogliono imporre la loro egemonia sulla gente del Rwanda con cannoni e spade». E l’ultimo: «Gli hutu non devono più avere pietà dei tutsi». Quattro anni dopo accadrà davvero. Intanto i seminatori di rancore decisero di compiere il passo decisivo. L’apertura di una radio che parlasse il dialetto locale. Diventerà l’oracolo della distruzione. «I giornalisti della Rtlm – spiega il ricercatore camerunense – sapendo che la maggioranza dei ruandesi era cattolica, caricarono i loro messaggi di simboli della religione cristiana». Parlavano dei tutsi come di «fratelli che non hanno imparato a costruire, che non capiscono altro che la distruzione». E poi citazioni bibliche strumentalizzate per colpire i nemici. Lo sterminio, secondo l’Onu fu «programmato » e accuratamente preparato da un gruppo organizzato di estremisti dell’etnia bantu degli hutu. Il segnale di avvio fu l’attentato del 6 aprile 1994 contro l’aereo su cui viaggiavano l’allora presidente ruandese, Juvenal Habyarimana e il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira. Meno di trenta minuti dopo, e prima ancora che il presidente Habyarimana – considerato dagli estremisti un hutu moderato – fosse morto si scatenarono i massacri. In soli cento giorni furono uccise, secondo le autorità locali, quasi un milione di persone. Le milizie hutu diventarono autentiche macchine da guerra. Perpetrarono in tutto il Paese razzie, stupri e massacri sistematici. La comunità internazionale, traumatizzata dalla disfatta della missione Onu dell’anno precedente in Somalia, assistette senza intervenire. La gran parte della stampa mondiale secondo l’autore de La radio e il machete affrontò la questione adoperando i soliti stereotipi dell’Africa arretrata e barbara. Solo il 16 maggio, per la prima volta sui giornali apparve la parola «genocidio». Non era merito di una intuizione giornalistica. Il giorno prima, mentre i leader delle potenze mondiali facevano a gara per non lasciarsi trascinare in un possibile Vietnam africano, Karol Wojtyla durante il Regina Coeli fu il primo a usare otto parole che cambieranno in tutto il mondo il modo di guardare agli avvenimenti di quei giorni: «Si tratta di un vero e proprio genocidio». Ma questa notizia la radio ruandese non la trasmise mai.
Nello Scavo
In una mano il machete, nell’altra una radio a pile. È andata così in Ruanda. Almeno 937 mila persone trucidate nella mattanza dei cento giorni. Con la radio statale a fare da colonna sonora di un genocidio che l’Occidente non voleva vedere. «Senza armi da fuoco, machete o altri oggetti, voi avete provocato la morte di migliaia di civili innocenti». Così l’allora giudice Navanathem Pilay introdusse il verdetto nel processo internazionale ai mass-media ruandesi, per la prima volta nella storia riconosciuti colpevoli di genocidio al pari degli organizzatori e degli esecutori materiali dell’olocausto africano.«Sfruttando i media (soprattutto la radio, in un Paese dove circa 66 per cento della popolazione era analfabeta e viveva nelle zone rurali, in cui nessun altro mezzo d’informazione poteva arrivare facilmente), i responsabili del genocidio poterono rendere la carneficina una cosa di cui parlare senza vergogna». L’osservazione è dello studioso camerunense Fonju Ndemesah Fausta, che ha appena pubblicato in Italia La radio e il machete. Il ruolo dei media nel genocidio in Ruanda (Infinito edizioni, pp. 144, euro 12). «Servendosi della lingua parlata in tutto il Paese, il Kinyarwanda, e abusando del grande rispetto che i ruandesi avevano per le informazioni date dalle radio importanti, i genocidari – spiega Ndemesah Fausta – produssero un mondo dove il pensiero genocidario era la norma, sia per le vittime che per gli assassini». Nel 1994 il sistema informativo contava l’emittente governativa Radio Rwanda e nove periodici. Unica voce libera erano erano i giornali della Chiesa cattolica, Kinyamateka e Dialogue, diretti dai Padri bianchi. Era dal 1980 che padre Sylvio Sindambiwe, direttore del mensile Kinyamateka, criticava la politica del governo. Seguirono pressioni e minacce. Non tutti nella Chiesa gli stettero a fianco. Il 28 dicembre 1985 Sindambiwe lasciò l’incarico. Due anni dopo morì in un mai chiarito incidente. Le battaglie dei giornalisti cattolici però non si fermarono. Furono proprio i redattori di Kinyamateka a captare per primi le voci dell’odio. «Nell’ottobre 1988 André Sibomana, laureato in giornalismo all’Università Cattolica di Lione, fu nominato direttore. Approfittando della protezione della Chiesa cattolica – ricostruisce Fonju Ndemesah Fausta –, iniziò a criticare aspramente la politica del governo chiedendo più libertà». Poco dopo fu arrestato insieme ad altri tre giornalisti, liberati solo in seguito alle forti pressioni internazionali. Fu allora che nacque il giornale filogovernativo Kangura. Le intenzioni furono chiare da subito: «La voce che cerca di risvegliare e guidare il popolo maggioritario», c’era scritto sotto alla testata. Il «popolo maggioritario » era l’etnia hutu. Nel suo numero dell’inizio di dicembre 1990 Kangura pubblicò «I dieci comandamenti degli hutu». Il primo: «I tutsi hanno sete di sangue e di potere. Vogliono imporre la loro egemonia sulla gente del Rwanda con cannoni e spade». E l’ultimo: «Gli hutu non devono più avere pietà dei tutsi». Quattro anni dopo accadrà davvero. Intanto i seminatori di rancore decisero di compiere il passo decisivo. L’apertura di una radio che parlasse il dialetto locale. Diventerà l’oracolo della distruzione. «I giornalisti della Rtlm – spiega il ricercatore camerunense – sapendo che la maggioranza dei ruandesi era cattolica, caricarono i loro messaggi di simboli della religione cristiana». Parlavano dei tutsi come di «fratelli che non hanno imparato a costruire, che non capiscono altro che la distruzione». E poi citazioni bibliche strumentalizzate per colpire i nemici. Lo sterminio, secondo l’Onu fu «programmato » e accuratamente preparato da un gruppo organizzato di estremisti dell’etnia bantu degli hutu. Il segnale di avvio fu l’attentato del 6 aprile 1994 contro l’aereo su cui viaggiavano l’allora presidente ruandese, Juvenal Habyarimana e il suo omologo burundese Cyprien Ntaryamira. Meno di trenta minuti dopo, e prima ancora che il presidente Habyarimana – considerato dagli estremisti un hutu moderato – fosse morto si scatenarono i massacri. In soli cento giorni furono uccise, secondo le autorità locali, quasi un milione di persone. Le milizie hutu diventarono autentiche macchine da guerra. Perpetrarono in tutto il Paese razzie, stupri e massacri sistematici. La comunità internazionale, traumatizzata dalla disfatta della missione Onu dell’anno precedente in Somalia, assistette senza intervenire. La gran parte della stampa mondiale secondo l’autore de La radio e il machete affrontò la questione adoperando i soliti stereotipi dell’Africa arretrata e barbara. Solo il 16 maggio, per la prima volta sui giornali apparve la parola «genocidio». Non era merito di una intuizione giornalistica. Il giorno prima, mentre i leader delle potenze mondiali facevano a gara per non lasciarsi trascinare in un possibile Vietnam africano, Karol Wojtyla durante il Regina Coeli fu il primo a usare otto parole che cambieranno in tutto il mondo il modo di guardare agli avvenimenti di quei giorni: «Si tratta di un vero e proprio genocidio». Ma questa notizia la radio ruandese non la trasmise mai.
Nello Scavo
venerdì 12 giugno 2009
PAPA PIO XII LE BUGIE, HANNO LE GAMBE CORTE
Pio XII, operazione verità
Che ci sia stata cattiva coscienza storica su Pio XII, più va avanti il dibattito più appare evidente; proprio per questo In difesa di Pio XII, l’agile saggio curato da Giovanni Maria Vian sposta la questione: per lo storico è importante adesso spiegare non tanto e non più l’infondatezza del giudizio riservato a questo Pontefice, quanto perché sia nata la leggenda nera che vuole Papa Pacelli nientemeno che il «Papa di Hitler». Il libro, edito da Marsilio, è stato presentato a Roma alla presenza degli autori che hanno offerto il loro contributo e del Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, per il quale è ingiusto « per una cattiva coscienza storica ridurre un Papa della statura di Pio XII, per gli atti che ha compiuto e per la visione complessiva che aveva della Chiesa, in un angolo così ristretto per i suoi presunti silenzi». Per Giovanni Maria Vian, storico e direttore dell’Osservatore Romano, il rovesciamento d’immagine di Papa Pacelli si spiega in due modi: per la sua scelta anticomunista e per la contrapposizione che si crea con il suo successore, Giovanni XXIII, che non fu il Papa di transizione che tutti avevano creduto. «La questione del silenzio del Papa – afferma Vian – è diventata preponderante, spesso tramutandosi in polemica accanita. Così l’interminabile guerra sul suo silenzio ha finito per oscurare l’obiettiva rilevan- za di un pontificato importante, anzi decisivo nel passaggio dall’ultima tragedia bellica mondiale a un’epoca nuova». La cattiva coscienza ha perfino (fatto insolito trattandosi di un elemento così complesso) una data di nascita che corrisponde con la messa in scena di quell’indigesto dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertreter( «Il Vicario»), che, dopo Berlino, fu messo in scena in mezza Europa. Negli anni Sessanta, però, nasce anche un moda culturale che – dice Roberto Pertici – «tra mille virgolette può chiamarsi progressista. La posta in gioco non era Pio XII – spiega – ma il ruolo della Chiesa nella storia contemporanea, per cui gli equivoci creati dalla cattiva coscienza servivano a mettere in una lista tutto quanto avrebbe favorito il progresso e in un’altra, invece, quello e quelli che l’avrebbero ostacolato». Il gioco è fatto, e i sussurri diventano grida. «Nessuno nota – continua Pertici – che Stalin una sola volta cita gli ebrei e lo sterminio, ma del resto la storiografia occidentale del dopoguerra aveva già preferito dedicarsi ai silenzi del Papa e agli atteggiamenti acquiescenti delle democrazie occidentali ». Paolo Mieli ( coautore con Saul Israel, Andrea Riccardi, Rino Fisichella, Gianfranco Ravasi e Tarcisio Bertone del libro che registra anche giudizi di Benedetto XVI) riprende questo tema nel suo breve saggio: «Prendere per buone le accuse a Pacelli – dice – equivale a trascinare sul banco dei presunti rei, con gli stessi capi di imputazione, Roosevelt e Churchill, accusandoli di non aver pronunciato parole più chiare nei confronti delle persecuzioni antisemite». Mieli vanta sangue ebraico nelle sue vene e si dice colpito direttamente dalla Shoah per i familiari che ha perso nella persecuzione e nello sterminio nazista, ma aggiunge con forte convincimento: «Io non ci sto a mettere i miei morti sul conto di una persona che non ne ha responsabilità ». Lo storico, superata l’emozione, aggiunge: «La Chiesa mise a disposizione degli israeliti tutta se stessa: quasi ogni basilica, ogni chiesa, ogni seminario, ogni convento ospitò e aiuto gli ebrei. Tant’è che a Roma, a fronte dei duemila ebrei deportati, diecimila loro correligionari riuscirono a salvarsi». Come appunto Saul Israel, nato a Salonicco, biologo, medico e scrittore che ottenne la cittadinanza italiana nel 1919 e della quale fu poi privato con le leggi razziali. Israel è morto nel 1981; suo figlio Giorgio ha offerto nel libro un suo inedito: è una lettera scritta nel 1941 quando, con altri ebrei, aveva trovato rifugio nel convento di Sant’Antonio di via Merulana. E così si salvò la vita. È una pagina struggente. «Non fu qualche convento o il gesto di pietà di pochi – dice Giorgio Israel – e nessuno può pensare che tutta questa solidarietà che offrirono le chiese e i conventi avvenisse all’insaputa del Papa o addirittura senza il suo consenso. Quella su Pio XII resta la leggenda più assurda che si sia fatta circolare». Come suo padre, tanti si salvarono proprio per la scelta di Pio XII che – spiega Tarcisio Bertone – «scelse quell’atteggiamento non per paura né per connivenza, ma per un calcolo preciso, finalizzato a salvare la vita del numero maggiore possibile di ebrei». Bertone ha invitato gli storici a studiare tutti i documenti vaticani di quando Eugenio Pacelli fu Segretario di Stato con Pio XI. Aiuterebbero – in attesa di rendere pubblici anche quelli che vanno dal 1939 al 1945 – a capire come e perché può nascere una cattiva coscienza storica. E bene farebbero ad aprire i loro archivi anche tutti gli altri che li posseggono.
Che ci sia stata cattiva coscienza storica su Pio XII, più va avanti il dibattito più appare evidente; proprio per questo In difesa di Pio XII, l’agile saggio curato da Giovanni Maria Vian sposta la questione: per lo storico è importante adesso spiegare non tanto e non più l’infondatezza del giudizio riservato a questo Pontefice, quanto perché sia nata la leggenda nera che vuole Papa Pacelli nientemeno che il «Papa di Hitler». Il libro, edito da Marsilio, è stato presentato a Roma alla presenza degli autori che hanno offerto il loro contributo e del Segretario di Stato Vaticano, il cardinale Tarcisio Bertone, per il quale è ingiusto « per una cattiva coscienza storica ridurre un Papa della statura di Pio XII, per gli atti che ha compiuto e per la visione complessiva che aveva della Chiesa, in un angolo così ristretto per i suoi presunti silenzi». Per Giovanni Maria Vian, storico e direttore dell’Osservatore Romano, il rovesciamento d’immagine di Papa Pacelli si spiega in due modi: per la sua scelta anticomunista e per la contrapposizione che si crea con il suo successore, Giovanni XXIII, che non fu il Papa di transizione che tutti avevano creduto. «La questione del silenzio del Papa – afferma Vian – è diventata preponderante, spesso tramutandosi in polemica accanita. Così l’interminabile guerra sul suo silenzio ha finito per oscurare l’obiettiva rilevan- za di un pontificato importante, anzi decisivo nel passaggio dall’ultima tragedia bellica mondiale a un’epoca nuova». La cattiva coscienza ha perfino (fatto insolito trattandosi di un elemento così complesso) una data di nascita che corrisponde con la messa in scena di quell’indigesto dramma di Rolf Hochhuth, Der Stellvertreter( «Il Vicario»), che, dopo Berlino, fu messo in scena in mezza Europa. Negli anni Sessanta, però, nasce anche un moda culturale che – dice Roberto Pertici – «tra mille virgolette può chiamarsi progressista. La posta in gioco non era Pio XII – spiega – ma il ruolo della Chiesa nella storia contemporanea, per cui gli equivoci creati dalla cattiva coscienza servivano a mettere in una lista tutto quanto avrebbe favorito il progresso e in un’altra, invece, quello e quelli che l’avrebbero ostacolato». Il gioco è fatto, e i sussurri diventano grida. «Nessuno nota – continua Pertici – che Stalin una sola volta cita gli ebrei e lo sterminio, ma del resto la storiografia occidentale del dopoguerra aveva già preferito dedicarsi ai silenzi del Papa e agli atteggiamenti acquiescenti delle democrazie occidentali ». Paolo Mieli ( coautore con Saul Israel, Andrea Riccardi, Rino Fisichella, Gianfranco Ravasi e Tarcisio Bertone del libro che registra anche giudizi di Benedetto XVI) riprende questo tema nel suo breve saggio: «Prendere per buone le accuse a Pacelli – dice – equivale a trascinare sul banco dei presunti rei, con gli stessi capi di imputazione, Roosevelt e Churchill, accusandoli di non aver pronunciato parole più chiare nei confronti delle persecuzioni antisemite». Mieli vanta sangue ebraico nelle sue vene e si dice colpito direttamente dalla Shoah per i familiari che ha perso nella persecuzione e nello sterminio nazista, ma aggiunge con forte convincimento: «Io non ci sto a mettere i miei morti sul conto di una persona che non ne ha responsabilità ». Lo storico, superata l’emozione, aggiunge: «La Chiesa mise a disposizione degli israeliti tutta se stessa: quasi ogni basilica, ogni chiesa, ogni seminario, ogni convento ospitò e aiuto gli ebrei. Tant’è che a Roma, a fronte dei duemila ebrei deportati, diecimila loro correligionari riuscirono a salvarsi». Come appunto Saul Israel, nato a Salonicco, biologo, medico e scrittore che ottenne la cittadinanza italiana nel 1919 e della quale fu poi privato con le leggi razziali. Israel è morto nel 1981; suo figlio Giorgio ha offerto nel libro un suo inedito: è una lettera scritta nel 1941 quando, con altri ebrei, aveva trovato rifugio nel convento di Sant’Antonio di via Merulana. E così si salvò la vita. È una pagina struggente. «Non fu qualche convento o il gesto di pietà di pochi – dice Giorgio Israel – e nessuno può pensare che tutta questa solidarietà che offrirono le chiese e i conventi avvenisse all’insaputa del Papa o addirittura senza il suo consenso. Quella su Pio XII resta la leggenda più assurda che si sia fatta circolare». Come suo padre, tanti si salvarono proprio per la scelta di Pio XII che – spiega Tarcisio Bertone – «scelse quell’atteggiamento non per paura né per connivenza, ma per un calcolo preciso, finalizzato a salvare la vita del numero maggiore possibile di ebrei». Bertone ha invitato gli storici a studiare tutti i documenti vaticani di quando Eugenio Pacelli fu Segretario di Stato con Pio XI. Aiuterebbero – in attesa di rendere pubblici anche quelli che vanno dal 1939 al 1945 – a capire come e perché può nascere una cattiva coscienza storica. E bene farebbero ad aprire i loro archivi anche tutti gli altri che li posseggono.
mercoledì 10 giugno 2009
LA PAURA DI SAPERE CHE DIO ESISTE
Scienza e fede, il flop dei «nuovi atei»
I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i 'neo laici' di maggior successo) sono 'illogici e incoerenti' rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza. Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo 'hard-core' di Sartre, Camus e Marx, da quello 'soft-core' di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza? «Gli atei 'duri' volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei 'duri' pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo 'un affare crudele'. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I 'nuovi atei' credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei 'duri' direbbero che questi 'neo-atei' sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti». Lei considera 'simili' i 'nuovi atei' e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il 'problema-Dio'? «Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli 'una frode immorale'. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è 'scritta da Dio', non possa essere 'la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto'. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa 'sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo'». È preoccupato dalla diffusione di questo 'nuovo ateismo'? «Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai 'nuovi atei'. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i 'nuovi atei' visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo 'lato oscuro' nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al 'nuovo ateismo', così come all’ateismo 'duro' di cui si diceva». A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente 'cattolica' ai 'nuovi atei'? «Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i 'nuovi atei' elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».
I «nuovi atei»? Sono l’alter ego «laico» dei creazionisti, i cristiani fondamentalisti convinti che il racconto della Genesi sia un dato scientifico assodato. Richard Dawkins, Sam Harris e Christopher Hitchens (i 'neo laici' di maggior successo) sono 'illogici e incoerenti' rispetto ai grandi pensatori atei del passato, ad esempio Nietzsche e Camus. Alterna il fioretto dell’argomentazione e la sciabola della polemica John Haught, teologo americano di vaglia, nel suo ultimo convincente lavoro, Dio e il nuovo ateismo (Queriniana, pp. 167, euro 13,80). Senior Fellow al Science & Religion Woodstock Theological Center della Georgetown University di Washington, nei giorni scorsi Haught ha ricevuto la laurea honoris causa dall’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, per la sua pluridecennale ricerca sul rapporto tra teologia e scienza. Professor Haught, nel suo saggio distingue l’ateismo 'hard-core' di Sartre, Camus e Marx, da quello 'soft-core' di Hitchens, Dawkins e Harris: qual la principale differenza? «Gli atei 'duri' volevano che si pensasse in maniera logica alle implicazioni dell’ateismo. Nietzsche, Sartre e Camus insistevano sul fatto che Dio non esiste e quindi non c’è una base eterna ai nostri valori etici. Se Dio non c’è, non esistono nemmeno gli assoluti! Ogni cosa è relativa e noi siamo i creatori dei nostri propri valori. Perciò gli atei 'duri' pensavano che ci volesse una coerenza enorme per essere un ateo, visto che non esiste più un appoggio morale. Per questo Sartre definiva l’ateismo 'un affare crudele'. La maggior parte della gente non sarebbe capace di essere veramente atea perché troppo debole nel vivere senza valori incondizionati. I 'nuovi atei' credono che certi principi siano assoluti, come la ricerca della verità scientifica oppure i diritti civili. Ma gli atei 'duri' direbbero che questi 'neo-atei' sono deboli e codardi come i credenti in Dio, dato che si aggrappano a valori assoluti». Lei considera 'simili' i 'nuovi atei' e i creazionisti. Qual è il loro comune errore nell’approcciare il 'problema-Dio'? «Come i creazionisti, anche Dawkins, Harris e Hitchens considerano la Bibbia incompatibile con la scienza moderna, in particolare con l’evoluzione. Al pari dei cristiani fondamentalisti essi si approcciano ai testi religiosi antichi per provare la loro pertinenza in quanto fonti di informazioni scientifiche. Ma la Bibbia non ha mai voluto essere all’origine di verità scientifiche. Ad Hitchens, ad esempio, fanno problema i racconti dell’infanzia di Gesù in Matteo e Luca. La maggior parte degli studiosi cristiani resta affascinata dall’irriducibilità narrativa di tali passi. Questi ultimi riconoscono che gli evangelisti stanno introducendo con quei testi alcuni temi poi ampliati nel corso delle loro opere. Tali racconti si preoccupano di trasformazioni spirituali, non di informazioni scientifiche. Ma Hitchens si domanda: come possono essere ispirati queste narrazioni se Matteo e Luca non concordano sui fatti storici? E finisce per definirli 'una frode immorale'. Anche Dawkins condivide con Hitchens un certo gusto litteralistico a livello esegetico. Egli però non vedrebbe nessun contrasto tra la Genesi e l’evoluzione se non condividesse con i creazionisti l’aspettativa che una Bibbia veramente ispirata potrebbe essere una fonte di affidabili informazioni scientifiche. Ancora più penoso il caso di Harris, il quale si domanda come mai la Bibbia, se è 'scritta da Dio', non possa essere 'la fonte più ricca a livello matematico che l’umanità abbia mai conosciuto'. Per lui, se la Bibbia è ispirata, avrebbe dovuto dirci qualcosa 'sull’elettricità, sul Dna o sull’attuale misura dell’universo'». È preoccupato dalla diffusione di questo 'nuovo ateismo'? «Il problema è che la maggior parte delle persone non possiede una preparazione teologica per rispondere ai 'nuovi atei'. Gli operatori di media, poi, non sanno come valutare i loro scritti dal momento che non hanno riferimenti teologici o filosofici. I lettori possono facilmente essere d’accordo con i 'nuovi atei' visto che gli scandali tra i preti o gli attentatori suicidi in nome di Dio sono fatti che capitano tutti i giorni. Per molte persone questo è il lato più visibile della religione. Ho scritto il mio libro come un piccolo tentativo per mostrare che c’è molto di più di questo 'lato oscuro' nella religione, e che esistono risposte positive e teologicamente elaborate al 'nuovo ateismo', così come all’ateismo 'duro' di cui si diceva». A suo giudizio, c’è una risposta specificatamente 'cattolica' ai 'nuovi atei'? «Sì. Anzitutto, sarebbe necessario che la Chiesa e i suoi membri confessassero il proprio coinvolgimento nei peccati che i 'nuovi atei' elencano in maniera fervorosa (e anche divertita). Una confessione come questa sarebbe una testimonianza potente della nostra professione di fede più fondamentale, ovvero che il mondo è avvolto in una bontà e in un amore infinito, una bontà che il nostro peccato ha offeso e oscurato: in questo modo il nuovo ateismo troverebbe fiducia e giustificazione. Però possiamo notare che, ironicamente, gli stessi atei testimoniano questa stessa dimensione di bontà nell’accusare i cristiani di immoralità. In che modo potrebbero esseri sicuri che i credenti sono cattivi senza essere toccati dalla bontà che stabilisce i criteri della loro stessa accusa? I cattolici chiamano Dio la fonte di questa bontà».
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