lunedì 10 gennaio 2011

intervista a Dio.avi

venerdì 24 dicembre 2010

QUEL BAMBINO CHE HA CAMBIATO LA STORIA

Natività 2010



Una stella, una domanda, una storia...
Una mangiatoia, un bimbo, una nuova vita...
Una famiglia, come le nostre, che accoglie e condivide la vita del bimbo che
arriva.
E' così che viene il Dio della storia e della vita, il Dio degli ultimi e dei
dimenticati.
Ancora una volta quel "magnificat" diventa il si di tutti coloro che accettano
la proposta dell'Emmanuele, del Dio con noi.

Ancora una volta quel bimbo si lascia accogliere dalle nostre mani e si fa uomo
per camminare con noi.

Stupore, speranza, profezia.

Buona Natale

HANDYCAPP FRANCO

martedì 21 dicembre 2010

IL MIRAGGIO DI NON MORIRE

La vita eterna
e il miraggio di non morire
La vita eterna? In un certo senso è diventata un’altra cosa. E questo anche perché è cambiata l’immagine, ma soprattutto la presenza della morte. Ancora ricordo i risultati di una ricerca statistica inglese sulla città di Exeter. L’autore diceva: a 25 anni la metà del campione studiato era già morta. E i dati, a quanto ricordo, si riferivano al Settecento. Eravamo già lontani dall’immagine della morte del medioevo, quando era sempre e quasi naturalmente presente. Il cimitero non era un luogo lontano dalla vita quotidiana, tanto è vero che nei cimiteri si commerciava, ci si prostituiva…

Oggi? Siamo separati dai cimiteri e dalla morte. Culturalmente è vissuta come un evento imprevedibile, che ci sorprende ogni volta che la incontriamo. Nei secoli e nei millenni che stanno alle nostre spalle la durata della vita si è, pur lentamente, allungata e la morte è quasi scomparsa dai primi 20 o 30 anni di vita. Certamente si muore negli incidenti stradali, nei posti di lavoro, ma di queste morti non si parla più come di un prodotto del destino, bensì di carenze, di errori, di circostanze più o meno imprevedibili. In conclusione, la morte è ancora una scomoda inquilina della vita, ma un’inquilina il cui arrivo è sempre meno prevedibile per cui, alla fine, la cultura della morte è profondamente diversa da quella di un tempo.

Certamente si deve morire, ma la morte viene associata a una vecchiaia vissuta come un evento molto lontano che non ci riguarda da vicino. Già tutto questo contribuisce a una ricostruzione del nostro rapporto con la religione. Un tempo religione, morte e vita eterna erano collegati psicologicamente. Oggi la religiosità, spesso molto lontana dal problema della morte, diventa un evento psicologicamente più positivo. Gli aspetti sociali, culturali e psicologici della religione subiscono quindi importanti trasformazioni. Ma si sta facendo strada un altro problema che interessa da vicino la religione ed è almeno in parte il prodotto di queste secolari trasformazioni.

La vita, prolungata dai progressi delle scienze umane, comincia ad essere vissuta come psicologicamente eterna. Mi resi conto dell’esistenza di questo problema anni or sono quando partecipai a una trasmissione televisiva insieme a un biologo americano il quale osservò: «I progressi della genetica mi fanno pensare che qualcuno di quanti nascono ora sarà vivo fra 400 anni». Un’affermazione che forse contiene frammenti di verità, ma che è molto importante anche dal punto di vista culturale. Quindi, si comincia a parlare di una vita che, sul piano psicologico, anche se non nel nostro quotidiano, diventa fisicamente eterna.

Sollecitato da questa considerazione cominciai a riflettere, e dentro di me si affollarono le domande. Ma che ne sarà, nella cultura di uomini e donne di quel futuro, della vita religiosamente eterna? Come saranno consolati gli esseri umani di fronte ad una presunta o presumibile eternità fisica, satura anche di sofferenze e dolori? Cambia veramente il significato del concetto di vita eterna? Rimane, in un mondo così drammaticamente diverso, la necessità di dare una risposta religiosa ai nostri problemi.

Ma come fare di fronte a una vita psicologicamente vissuta come eterna, da un uomo più solo che mai? E probabilmente impreparato ad affrontare una realtà così diversa? Si tratta di formulazioni nuove di problemi che filosofia, teologia e psicologia hanno sempre affrontato, o di problemi nuovi per questa civiltà così differente?
Sabino Acquaviva

A proposito di «famiglia allargata»
La felicità non è un caos
«Il giorno più brutto della mia vita? Quando papà e mamma si sono separati»: la bambina che mi parla così ha 7 anni, dunque siamo arrivati ai tempi in cui una bambina di 7 anni cataloga i giorni brutti della sua vita, e stabilisce qual è il peggiore? E se il giorno in cui papà e mamma si son separati è il più brutto, ci potrà mai essere, in futuro, un giorno ancora più brutto? Sì: «Quando il papà o la mamma avranno un nuovo fidanzato».

La bambina è la prima della classe, scrive perfino delle poesie. Senza rima, ma ormai chi usa più la rima? Leggevo, ieri, che ci sono bambini per i quali avere tre o quattro genitori è una festa: si divertono di più. Se poi i nuovi genitori hanno dei bambini, i figli nati dai due-tre matrimoni formano una squadra, giocano sempre, è come se fossero continuamente al parco. Questo leggevo. Ma la mia esperienza non me lo conferma. Ogni tanto la madre della bambina che ho introdotto all’inizio di questo articolo fa qualche viaggio, per stare in pace col nuovo compagno, e per non far sentire l’abbandono alla figlia la chiama col cellulare, e la prima risposta della figlia è: «Dove sei? sei sola? o sei con X?». La piccola ha un’ossessione: che la madre introduca un nuovo marito, e cioè un nuovo padre. Il bambino sente padre-madre come una coppia perfetta, si sente il frutto di una perfezione.

Se la coppia si spacca, nel bambino s’infiltra un’autosvalutazione, si sente frutto di un errore. Avevo un amico che era uscito di casa, viveva con un’altra donna, e da queste donna ebbe un nuovo figlio. Il figlio avuto dalla moglie precedente andò a trovarlo, stava al quinto piano, guardò il fratellastro in culla, uscì sul terrazzino e si buttò. Ricordi come questo, di figli finiti male o sbandati perché papà e mamma si son separati, a una certa età si fan numerosi.

Leggo che son nati termini nuovi, per indicare i nuovi ruoli introdotti col secondo o terzo matrimonio: "papigno", "mammastra", "cugipote". Non vedo la scia di affettività che questi termini si trascinano dietro. "Papigno" è il maschile di "matrigna", e la matrigna sta nelle favole come l’incarnazione del peggior male che l’inconscio delle bambine teme: è l’anti-madre. So che le matrigne eccellenti non sono poche, ma so che le bambine con questo terrore sono molte. E "papigno" è un neologismo funebre. In genere la matrigna appare quand’è morta la madre, se c’è il papigno vuol dire che non c’è il papà. Il figlio c’è perché c’è la mamma che lo ha voluto.

Se c’è la "mammastra" ci sono altri figli che lei ha voluto, non tu. La famiglia allargata è un caos generazionale, ma anche lessicale. Poiché le famiglie allargate son numerose, in Inghilterra han deciso che a scuola non si dica più ai bambini "tua madre" o "tuo padre", perché è possibile che il bambino non viva con loro. Allora si dice: "gli adulti che vivono con te". La parola "madre" è cancellata. La parola è un albero, la lingua una foresta. Se tagli una parola, tagli un albero. Ma dalla parola "mamma" derivano tanti altri alberi, germogliati dalle sue radici: se tagli quella parola, crei una radura vuota nel mezzo della società.

Un ministro italiano in carica ha confidato ieri: «Anch’io pensavo che mio figlio, intelligente, non ne risentisse, e mi sono separato. Ma si è destabilizzato. Non è giusto cercare la propria felicità a danno dei figli». È l’intuizione di un concetto profondo che va portato in superficie: se uno vive da solo, insegue una felicità individuale; se si unisce a formare una coppia, entra in un altro concetto di felicità, la felicità di coppia, che comporta anche dei doveri, la felicità dell’altro; se poi forma una famiglia, entra in una felicità di gruppo, e non può rompere impunemente il gruppo, e uccidere la felicità degli altri per chiudersi nella propria. La felicità della famiglia – e il Papa ce lo ha ricordato – non è fatta di tante felicità individuali separate, ma dalla loro fusione e dal loro accordo.
Ferdinando Camon

venerdì 3 dicembre 2010

la preghiera di DIO NOSTRO PADRE

Figlio mio che sei in Terra,
preoccupato, confuso, disorientato,
solo, triste, angustiato...
lo conosco perfettamente il tuo nome, e lo
pronuncio benedicendolo perchè ti amo.
No!.. Non sei solo, perchè Io abito in te;
insieme costruiremo questo Regno,
del quale tu sarai il mio erede.
Desidero che tu faccia sempre la mia volontà,
perchè la mia volontà
è che tu sia felice.
Devi sapere che potrai sempre contare su di me perchè non ti abbandonerò mai e che
avrai sempre il pane quotidiano, non ti preoccupare,
solo ti prego di dividerlo sempre con il tuo prossimo,
con i tuoi fratelli.
Sappi che perdono sempre le tue offese,
ancor prima che tu le commetta e
pur sapendo che le rifarai,
per questo ti prego che tu faccia lo stesso
con chi ti offende.
Desidero che tu non cada in tentazione,
per questo aggrappati forte alla mia mano e
confida sempre in me e Io ti libererò dal male.
Ricorda e non dimenticare mai
che TI AMO dall’inizio dei tuoi giorni,
e ti amerò fino alla fine...
IO TI AMERO’ SEMPRE PERCHE’ SONO TUO PADRE!
Che la mia benedizione sia con te e
che il mio Eterno Amore e la mia Pace
ti accompagnino sempre
perchè dal mondo non potrai riceverle come SOLO Io so donarle perchè...
IO SONO AMORE E PACE!

TUO,
PADRE

la preghiera di DIO NOSTRO PADRE

Figlio mio che sei in Terra,
preoccupato, confuso, disorientato,
solo, triste, angustiato...
lo conosco perfettamente il tuo nome, e lo
pronuncio benedicendolo perchè ti amo.
No!.. Non sei solo, perchè Io abito in te;
insieme costruiremo questo Regno,
del quale tu sarai il mio erede.
Desidero che tu faccia sempre la mia volontà,
perchè la mia volontà
è che tu sia felice.
Devi sapere che potrai sempre contare su di me perchè non ti abbandonerò mai e che
avrai sempre il pane quotidiano, non ti preoccupare,
solo ti prego di dividerlo sempre con il tuo prossimo,
con i tuoi fratelli.
Sappi che perdono sempre le tue offese,
ancor prima che tu le commetta e
pur sapendo che le rifarai,
per questo ti prego che tu faccia lo stesso
con chi ti offende.
Desidero che tu non cada in tentazione,
per questo aggrappati forte alla mia mano e
confida sempre in me e Io ti libererò dal male.
Ricorda e non dimenticare mai
che TI AMO dall’inizio dei tuoi giorni,
e ti amerò fino alla fine...
IO TI AMERO’ SEMPRE PERCHE’ SONO TUO PADRE!
Che la mia benedizione sia con te e
che il mio Eterno Amore e la mia Pace
ti accompagnino sempre
perchè dal mondo non potrai riceverle come SOLO Io so donarle perchè...
IO SONO AMORE E PACE!

TUO,
PADRE

giovedì 18 novembre 2010

IL VALORE AGGIUNTO DELL'HANDYCAPP

Bruno e Angela Carati: portatori di handicap
con sorriso, coraggio e iniziativa
La visita fatta con Don Natale a Bruno Carati, pittore di fama internazionale, e a sua moglie Angela
nella loro bella villetta di Castelseprio, immersa nel verde dei boschi del Varesotto, è certamente
una di quelle che colpiscono e rimangono impresse a lungo nella memoria.
Bruno è tetraplegico dalla nascita a causa del forcipe usato dai medici al momento del parto, per cui
ha gli arti quasi completamente immobilizzati. Angela ha un’emiparesi al braccio destro, che non
può utilizzare, a causa di una poliomielite avuta nei primi anni di vita, ma muove normalmente il
braccio sinistro e cammina autonomamente.
L’accoglienza è calorosa, anche per me che avevo visto Bruno soltanto una volta una quarantina di
anni fa, in occasione di una delle prime mostre dei suoi quadri assieme ad altri artisti che dipingono
con la bocca o con un piede. Colpisce innanzitutto la disinvoltura con la quale si definiscono
“handicappati”, rifiutando le dizioni alternative oggi così di moda come quella di “diversamente
abili”, che non alterano per nulla la sostanza dei fatti. Bruno aggiunge poi che secondo lui “il vero
handicappato è chi non ha avuto il coraggio di affrontare i problemi”.
Ci spiega le difficoltà che assieme ad Angela hanno dovuto affrontare nella loro vita, soprattutto
quando hanno avuto il figlio Manuel, che accudivano da soli potendo far uso di una sola mano
buona, quella sinistra di Angela. Il racconto fluisce spedito con frequenti battute, tra il divertito e
l’autoironico, nonostante qualche pausa di difficoltà dovuta agli spasmi della sua malattia. La moglie
gli è vicina e lo assiste amorevolmente, ricordando o suggerendo di tanto in tanto qualche altro
aneddoto.
Veniamo così trascinati pian piano nel loro mondo, fatto di difficoltà per le cose banali di tutti i
giorni (che noi eseguiamo facilmente), ma risolte con l’ausilio di attrezzi, inventati da Bruno, che
serra in bocca e tra i denti, muovendoli con grande abilità ed efficacia.
Prima di tutto la sua “bacchetta magica”, una bacchetta in legno di circa 25 cm con le estremità in
gomma, una per la presa e l’altra per muovere gli oggetti o i tasti del computer o della consolle.
Quest’ultima, anche se di fattura artigianale, è un vero prodigio in quanto gli consente di
comandare e verificare tutta l’area della villa, dotata com’è di numerosi pulsanti e di uno schema
luminoso di controllo. Poi citiamo il reggi-cornetta per telefonare, il reggi-rasoio elettrico per una
rasatura perfetta e per la pulizia delle testine, la tricicletta (a tre ruote per motivi di stabilità) per gli
spostamenti locali che si frena spingendo indietro la testa.
Alla domanda se non si perde mai d’animo di fronte alla difficoltà di risolvere un problema, ci
risponde di no. Al massimo accantona per un po’ il tutto, ci riflette con calma (tanto dorme poco ci
dice) ed infine la trova. Importante è l’analisi che lui fa; dapprima osserva attentamente come si
svolge la cosa per le persone normali e scompone l’attività nei vari movimenti necessari, quindi la
razionalizza tenendo conto di quello che lui può fare e infine studia la soluzione possibile e la
realizza.
A volte serve soltanto un po’ di tecnica e d’esercizio, come nello sbucciare la mela con il coltello
tenuto stretto tra le labbra, a volte occorrono semplici ausilii come un ferro da stiro o una molletta,
per tenere fermi il pezzo da saldare e il filo di saldatura, mentre manovra il saldatore con la bocca,
tal’altra infine servono attrezzi particolari come una specie di forchetta con la quale prepara le sue
sculture o le suppellettili per la casa, come vasi, lampadari, alzate, in materiale plastico. Si ferma
soddisfatto solo quando il risultato è perfetto. Per le pitture su vetro, la cui tecnica è piuttosto
difficile, corregge con precisione anche le più piccole sbavature servendosi di un cotton fioc.
Ricorda come già da piccolo a scuola si industriava per risolvere le difficoltà. Scriveva con la penna
tenuta in bocca e riusciva a fare i compiti come tutti i suoi compagni; nel dettato era un po’ più
lento, ma la maestra e gli amici lo aspettavano volentieri. L’unico vero problema era con i fogli di
protocollo, che, essendo più grandi, non gli permettevano di scrivere su tutta la facciata. Trovò la
soluzione, scrivendo su metà foglio in modo normale, poi girandolo e scrivendo alla rovescia
sull’altra metà così da completare lo scritto nella forma standard per l’insegnante.
Racconta sorridendo che gioca anche al biliardo, a “boccette”, mediante un cucchiaio di legno da
cucina tenuto con la bocca, che ha però tagliato nella parte inferiore per evitare di sollevare la
boccia al momento del lancio. Ingegnoso anche per i rari momenti di svago.
Angela ci fa vedere i suoi ultimi quadri, belli e interessanti, sparsi per tutta la casa. Paesaggi, fiori,
treni, alberi, realizzati su diversi supporti e con diverse tecniche, anche moderne. Bruno dipinge
solo al mattino per non affaticarsi troppo e non d’estate a causa del caldo. Riesce comunque a
Notizie da Atlantide 31.1 ottobre 2010 pagina 2/2
(Copia di questo articolo, e di tutti gli altri, è reperibile in www.parrocchiaredentore.it/oratorio/atlantide/atlantide.htm)
mantenere in tal modo da sempre sè e la sua famiglia, senza utilizzare la pensione di invalidità dello
Stato, che pure gli spetterebbe di diritto. Fa infatti parte di un’associazione con sede in
Lussemburgo, che promuove nel mondo la vendita dei quadri di artisti disabili, sia direttamente sia
utilizzandone l’immagine per bigliettini natalizi (SPAM) o per altri gadget. A fronte di una produzione
di 15-20 quadri all’anno di buon livello riceve uno stipendio fisso, che è sufficiente per le loro
esigenze.
Alla domanda se la Fede li aiuta ad affrontare la vita e le sue difficoltà Angela risponde con un
pronto e conciso “Certamente!”, ma poi il discorso scivola via su altri argomenti. Un quarto d’ora
dopo però Bruno riprende autonomamente il discorso e precisa: “Non è che andiamo così
frequentemente in Chiesa, ma il nostro rapporto col «nostro Amico lassù» è proprio speciale. A Lui
ci affidiamo e Lui ci aiuta sempre. Da tempo non lo prego più per farmi guarire; ci sarà una ragione
se sono così! Gli chiedo invece di riuscire a fare bene tutto quello che fanno gli altri. Del resto m’ha
già esaudito quella volta nel pellegrinaggio a Loreto, quando gli ho manifestato il mio desiderio di
diventare un buon pittore”. Angela aggiunge: “Tutte le volte che usciamo in auto dal cancello di
casa Gli dico: « Adesso non hai più tempo per altre cose, pensa a noi! ». Abbiamo fatto tanti
chilometri in questi anni dal 1997, da quando Bruno ha preso la patente, senza multe e senza
incidenti. Si vede che ci ha assistito proprio bene”.
Bruno interviene per spiegare la storia della patente, che non ha potuto avere in Italia, perché non
l’hanno nemmeno preso in considerazione ritenendolo un po’ matto. In Svizzera invece ce l’ha fatta
ed ora può guidare tranquillamente per le strade d’Europa senza intoppi. A volte però ci sono
spassosi inconvenienti, come ad esempio quando poliziotti o carabinieri si affacciano all’abitacolo
per chiedere chiarimenti e rimangono interdetti vedendo un’auto che non ha volante, ma solo una
barra di guida; non ha leve o manopole, ma solo una pulsantiera da aereo posta sopra il posto di
guida al posto del pannello parasole. Una volta Angela stava spiegando a Bruno qualcosa,
gesticolando animatamente con la sua mano buona, e sono stati fermati da un agente, che le ha
detto: ”Cara signora la seguo da dieci minuti; si ricordi che non si deve gesticolare quando si
guida!”, ma lei di rimando: “E’ lui che guida!”, causandogli una sorpresa ancora più grande. Non è
facile accettare che Bruno possa guidare con una mano legata alla barra, con i piedi ben fissati ai
pedali e soprattutto con tutti gli altri comandi azionati a bocca tramite la bacchetta magica. L’auto,
una Opel Astra, è stata modificata da una ditta specializzata di Biella su progetto di Bruno, mentre
tutta la parte dei collegamenti della pulsantiera aeronautica (di un Mig sovietico) con i meccanismi
di funzionamento è stata realizzata dal figlio Manuel, esperto in ingegneria elettronica.
Con essa hanno fatto numerosi viaggi da soli, tanto che i loro amici si lamentano perché sono
sempre in giro; riescono a fare anche 400 km in un giorno! Loro dicono che ciò è necessario per
seguire i molti impegni umanitari, che riguardano sia le presentazioni, che fanno nelle scuole o
presso altri enti (con un CD dal titolo “Una vita a modo mio” preparato e assemblato da Bruno) per
sensibilizzare l’opinione pubblica e per motivare gli altri in difficoltà, sia per aiutare altri artisti
disabili ad inserirsi nella loro Associazione. Un’attività instancabile e altamente meritoria se si
considera la fatica che a loro costa, tenendo anche conto del fatto che sono ormai vicini ai 70 anni.
Da qualche tempo c’è uno spettacolo teatrale ispirato alla loro vita, che una compagnia itinerante
porta in giro per l’Italia, dal titolo chiaramente allusivo alla loro situazione al momento della nascita
di Manuel: “Tre con una mano sola”. Come riporta il giornalista Stefano Lorenzetto su “Il Giornale”
del 18 Luglio 2010 appena scende il buio in sala la voce narrante spiega: “Da che mondo è mondo il
teatro racconta storie inventate che sembrano vere. Noi questa sera raccontiamo una storia vera
che pare inventata”. La nostra Parrocchia pensa di organizzare nei prossimi mesi la proiezione di
questo spettacolo mediante un DVD e un incontro presso il nostro Oratorio con i nostri protagonisti.
A presto famiglia Carati! Abbiamo bisogno di quei semi della Speranza, al di là di ogni disagio e
infermità, e della Carità, sempre pronta al servizio degli altri, che in voi sono fioriti così
meravigliosamente, e di quella Fede forse semplice, ma intima e colloquiale, con il Dio biblico, che
dall’alto dei cieli si china amorevolmente come un Padre sulle sue creature. Ci serviranno per
ritrovare e ridare fiducia a noi stessi e a questo mondo dal futuro così nebuloso ed incerto.
Per maggiori informazioni: consultare il sito “www.bcarati.it”
I L GRUPPO DI ATLANTIDE

mercoledì 20 ottobre 2010

NEL CUORE DELL'UOMO C'E' LA SUA GRANDEZZA...

A una cena di raccolta fondi per una scuola che serve i disabili mentali, il padre di uno degli studenti fece un discorso che nessuno di coloro che partecipavano avrebbe mai dimenticato.
Dopo aver lodato la scuola e il personale dedito, fece una domanda: "Quando influenze esterne non interferiscono dall'esterno, la natura di tutti è perfetta. Mio figlio Shay, tuttavia, non può imparare le cose che imparano gli altri. Non può capire le cose come gli altri. Dov'è l'ordine naturale delle cose, in mio figlio?".
Il pubblico fu zittito dalla domanda.
Il padre continuò. "Io ritengo che, quando un bambino come Shay, fisicamente e mentalmente handicappato viene al mondo, si presenta un'opportunità di realizzare la vera natura umana, ed essa si presenta nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino".
Poi raccontò la storia che segue: Shay e suo padre stavano camminando vicino a un parco, dove c'erano alcuni ragazzi che Shay conosceva che giocavano a baseball. Shay chiese: "Credi che mi lascerebbero giocare?". Il padre di Shay sapeva che la maggior parte dei ragazzi non volevano un ragazzo come lui nella squadra, ma comprendeva anche che se al figlio fosse stato permesso giocare, la cosa gli avrebbe dato un senso di appartenenza di cui aveva molto bisogno, e un po' di fiducia nell'essere accettato dagli altri, nonostante i suoi handicap.
Il padre di Shay si avvicinò a uno dei ragazzi sul campo e chiese se Shay poteva giocare, non aspettandosi un granché in riposta. Il ragazzo si guardò attorno, in cerca di consiglio e disse: "Siamo sotto di sei e il gioco è all'ottavo inning. Immagino che possa stare con noi e noi cercheremo di farlo battere all'ultimo inning".
Shay si avvicinò faticosamente alla panchina della squadra, indossò una maglietta della squadra con un ampio sorriso e suo padre si sentì le lacrime negli occhi e una sensazione di tepore al cuore. Il ragazzo vide la gioia di suo padre per essere stato accettato. In fondo all'ottavo inning, la squadra di Shay ottenne un paio di basi, ma era ancora indietro di tre. Al culmine del nono e ultimo inning, Shay si mise il guantone e giocò nel campo giusto. Anche se dalla sua parte non arrivarono dei lanci, era ovviamente in estasi solo per essere nel gioco e in campo, con un sorriso che gli arrivava da un orecchio all'altro, mentre suo padre lo salutava dalle gradinate.
Alla fine del nono inning, la squadra di Shay segnò ancora.
Ora, con due fuori e le basi occupate, avevano l'opportunità di segnare la battuta vincente e Shay era il prossimo, al turno di battuta.
A questo punto, avrebbero lasciato battere Shay e perso l'opportunità di far vincere la squadra? Sorprendentemente, a Shay fu assegnato il turno di battuta. Tutti sapevano che gli era impossibile colpire la palla, perché Shay non sapeva neppure tenere bene la mazza, per non dire cogliere la palla. Comunque, mentre Shay andava alla battuta, il lanciatore, capendo che l'altra squadra stava mettendo da parte la vincita per far sì che Shay avesse questo momento, nella sua vita, si spostò di alcuni passi per lanciare la palla morbidamente, così che Shay potesse almeno riuscire a toccarla con la mazza. Arrivò il primo lancio e Shay girò la mazza a vuoto. Il lanciatore fece ancora un paio di passi avanti e gettò di nuovo lentamente la palla verso Shay.
Mentre la palla era in arrivo, Shay girò goffamente la mazza, la colpì e la spedì lentamente sul terreno, dritta verso il lanciatore.
Il gioco avrebbe dovuto finire, a quel punto, ma il lanciatore raccolse la palla e avrebbe potuto facilmente lanciarla al primo che copriva la base e squalificare il battitore. Shay sarebbe stato fuori e questo avrebbe segnato la fine della partita. Invece, il lanciatore raccolse la palla e la lanciò proprio al di là della testa
del primo in base, fuori dalla portata dei compagni di squadra. Tutti quelli che si trovavano sugli spalti e i giocatori cominciarono a gridare: "Shay, corri in prima base! Corri in prima!" Shay non aveva mai corso in vita sua così lontano, ma riuscì ad arrivare in prima base. Corse lungo la linea, con gli occhi spalancati e pieno di meraviglia. Tutti gli gridarono: "Corri alla seconda, alla seconda, ora!" Trattenendo il fiato, Shay corse ancor più goffamente verso la seconda, ansimando e sforzandosi di raggiungerla. Quando Shay curvò verso la seconda base, la palla era fra le mani del giocatore giusto, un piccoletto, che ora aveva la possibilità per la prima volta di essere lui l'eroe della propria squadra. Avrebbe potuto lanciarla alla seconda base per squalificare il battitore, ma comprese le intenzioni del lanciatore e anche lui gettò intenzionalmente la palla in alto, ben oltre la portata della terza base. Shay corse verso la terza base in delirio, mentre gli altri si spostavano per andare alla casa base. Tutti gridavano: "Shay, Shay, Shay, vai Shay".
Shay raggiunse la terza base, quello opposto a lui corse per aiutarlo e voltarlo nella direzione giusta, e gridò: "Shay, corri in terza! Corri in terza!".
Mentre Shay girava per la terza base, i ragazzi di entrambe le squadre e quelli che guardavano erano tutti in piedi e strillavano: "Shay, corri alla base! Corri alla base, sali sul piatto!" Shay corse, salì sul piatto e fu acclamato come l'eroe che aveva segnato un 'grand slam' e fatto vincere la sua squadra.
Quel giorno, disse il padre a bassa voce e con le lacrime che ora gli rigavano la faccia, i ragazzi di entrambe le squadre aiutarono a portare in questo mondo un pezzo di vero amore e umanità.
Shay non superò l'estate e morì in inverno, senza mai scordare di essere stato l'eroe e di aver reso suo padre così felice, e di essere tornato a casa fra il tenero abbraccio di sua madre per il piccolo eroe del giorno